Anna Von Hausswolff – Dead Magic

Anna von Hausswolff è una cantautrice svedese che calca le scene internazionali già da diversi anni. Partita da un cantautorato etereo e artsy tra Bat for Lashes, Kate Bush e Fiona Apple con l’esordio Singing from the Grave del 2010, la sua musica si è progressivamente tinta di sfumature più cupe e gotiche prima con Ceremony (2012) e infine con The Miraculous (2015). È forse quest’ultimo album – un dischetto non particolarmente interessante che calcava l’onda di quel cantautorato pretenziosamente dark e oscuro stile Chelsea Wolfe, ricollocando i suoi vocalizzi elaborati in un contesto più opprimente nello stile degli Swans epoca 1987-1994 – che le ha portato i maggiori riconoscimenti dal pubblico alternativo, con la consacrazione definitiva avvenuta quando Michael Gira l’ha portata con sé per aprire proprio ai suoi Swans nel tour europeo del 2016.

La pubblicità ottenuta da questo tour deve essere stata particolarmente proficua, perché il suo ultimo lavoro Dead Magic (uscito lo scorso 2 marzo per City Slang) è uno dei primissimi e certamente dei più eclatanti casi discografici dell’anno. Acclamato più o meno da chiunque, anche da insospettabili che di queste operazioni gotiche un po’ sopra le righe hanno sempre avuto una considerazione non elevatissima, e accompagnato dagli immancabili riferimenti a Nico (perché se una donna fa musica dall’atmosfera apocalittica per forza si rifà a Nico – anche quando, come in questo caso, i mezzi sono completamente differenti e il tipo di canto utilizzato proviene da tutt’altro universo) e a Diamanda Galás (riferimento già più azzeccato per quanto non perfettamente a fuoco), Dead Magic è, a prescindere da qualsiasi hype, un disco bello. Il percorso di “darkettizzazione” intrapreso negli ultimi due dischi qua è, se non a compimento, perlomeno alle fasi finali. Nelle cinque composizioni del disco (tutte dal minutaggio sostenuto, con due brani che arrivano a dodici e sedici minuti) si dipana una musica che ripercorre alcuni degli snodi fondamentali della musica gotica e della darkwave, dai Dead Can Dance e i Black Tape for a Blue Girl che fanno capolino qua e là sulla conclusiva Källans återuppståndelse, agli Swans di Children of God il cui spettro aleggia con prepotenza su The Mysterious Vanishing of Electra. Vi è anche spazio per una parentesi strumentale per solo organo chiesastico (The Marble Eye), seppur l’apice del disco risieda nei due pezzi più lunghi, vale a dire The Truth, the Glow, the Fall e soprattutto la notevolissima Ugly and Vengeful. È qui che lo stile vocale della Hausswolff (influenzato ora non solo dal canto elaborato di Kate Bush, ma anche da quello sensuale e gotico di Jarboe – soprattutto quello mostrato nei suoi lavori con gli Skin) trova finalmente il suo posto nelle grandiose evoluzioni strumentali che degli Swans, questa volta, recuperano le improvvisazioni estatiche dei dischi post-reunion, in particolar modo The Seer.

Ma Dead Magic, a prescindere da qualsiasi hype, è comunque un disco soltanto bello, ben lontano dall’essere un capolavoro (o anche solo un ottimo disco) e viziato essenzialmente da due importanti difetti. Il primo sta, semplicemente, nella infelice scelta in fase di produzione: prodotto da Randall Dunn (che in passato ha lavorato anche con Wolves in the Throne Room, Sunn O))), Earth, Tim Hecker e Marissa Nadler tra gli altri), Dead Magic presenta suoni duri, rocciosi e pieni – non tradiranno l’amore dichiarato della Hausswolff per Burzum, ma certamente rendono quest’album quello dall’impatto più “rock” di tutta la discografia della Hausswolff. Questa scelta però inficia negativamente l’espressività di Dead Magic, che suona artefatto piuttosto che genuinamente tenebroso, più ragazza delle superiori con eyeliner pesante e felpe nere che sacerdotessa gotica. La vittima principale di tali suoni è, sorprendentemente, l’organo. La strumentale The Marble Eye fallisce proprio perché il suono dell’organo non riesce a comunicare minimamente alcuna grandeur sacrale, oscura e apocalittica – il tutto suona finto e scadente, nonostante sia stato sbandierato in diverse interviste che si tratti di un vero organo a canne preso direttamente da una chiesa del XX secolo di Copenaghen. Per inciso, una mossa del genere da parte di un gruppo metal sarebbe stata accolta con scherno accondiscendente, mentre in questo caso ha contribuito a cementare la credibilità dell’album. Qui si passa al suo secondo difetto, che si lega a doppio filo con la considerazione che ha ricevuto nei immediatamente successivi all’uscita: Dead Magic è un disco fatto bene, e a volte anche di più (Ugly and Vengeful) ma rimane alla fine della storia un disco assolutamente derivativo. Non c’è praticamente un momento in cui non si senta chiaramente la provenienza della musica da qualche riferimento passato o contemporaneo, anche nei brani migliori. Il modo in cui si accumula tensione nei brani, l’interazione tra gli strumenti (e tra la voce e gli strumenti), il tessuto musicale dark che guarda al doom metal e al rock gotico, la compenetrazione del suono dei sintetizzatori e degli archi quando compaiono sulla scena – tutto fa pensare agli Swans, a Jarboe, ai Dead Can Dance, ai Black Tape for a Blue Girl, a Chelsea Wolfe e a Marissa Nadler.

Anna von Hausswolff ha dimostrato di essere finalmente una buona e credibile interprete nell’ambito darkwave e gotico, però è ancora troppo saldamente legata alle proprie influenze nella scrittura e nello sviluppo dei pezzi: la sua personalità fatica a imporsi. E forse sarebbe il caso di ricordarsi che la mancanza di una personalità forte, in musica, è sempre un difetto, che non si può decidere di ignorare solo perché vengono scelti i punti di riferimento giusti che piacciono alla gente che piace.

di Emanuele Pavia

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