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La singolare malattia della Monti-dipendenza

[Fonte Arianna Editrice]

di Francesco Mario Agnoli

Chissà se gli italiani  cominceranno a liberarsi dalla singolare malattia della Monti-dipendenza adesso che con la legge di stabilità  il governo tecnico  ha palesemente “toppato” o, per dirla altrimenti, è stato colto con le mani  nella marmellata per avere fatto ricorso ad uno di quei  mezzucci di cattura  del consenso che sembravano appannaggio esclusivo  di una deteriore  classe politica. Che altro è difatti la mini riduzione dell’Irpef per i due scaglioni  più bassi se non un  tentativo di gettare fumo negli occhi? Il modesto  beneficio, che secondo Monti dovrebbe costituire  la prova della propensione del governo alla riduzione della pressione fiscale non appena se ne affacci la possibilità, è, difatti, accompagnato dall’aumento di un  punto dell’Iva. Un aumento che, secondo i calcoli degli esperti, non solo pareggia, ma supera il beneficio  Irpef anche per i contribuenti che ne usufruiscono e, soprattutto, colpisce senza compensi tutta la vasta area  esente da Irpef per insufficienza del reddito (circa  8 milioni di cittadini, che è corretto definire “poveri”).
Intendiamoci; la recessione economica non è  colpa di Monti e va attribuita a fattori (la   globalizzazione anzitutto) di molto anteriori alla intronizzazione per mano di Napolitano del governo tecnico. Monti e i suoi ministri hanno soltanto la funzione di fare accettare, se non con gradimento, con rassegnazione, provvedimenti che  avrebbero provocato  ben più dure reazioni  in caso di varo da parte del  governo Berlusconi e, in realtà, di qualunque governo politico (di qui la decisione di non sostituirlo immediatamente con un governo Bersani).
Questo in realtà l’hanno capito tutti, ma non tutti (anzi pochi) sembrano rendersi conto che  nulla  cambierà in meglio   quando Monti passerà la mano (se pure lo farà) a un politico, perché le cause  della crisi economica    sono tuttora  vigorosamente all’opera.
Mi auguro di essere cattivo profeta, ma in fondo al tunnel non s’intravede affatto la  luce vagheggiata (o vaneggiata) da Monti, ma una situazione destinata a divenire per lungo o lunghissimo tempo la nuova realtà dell’Italia e dell’Europa: una realtà che fino a pochi anni fa avremmo definito da  “terzo mondo”.  Prendiamo la riforma delle pensioni,  adesso calcolate e liquidate  per rendere il sistema sostenibile sulla base dei contributi  versati, il che già di per sé comporta una netta riduzione degli importi rispetto  al precedente  sistema  retributivo. Non per nulla  già da qualche anno i lavoratori vengono sollecitati a munirsi di forme integrative di previdenza e a tal fine si sono proposte  varie forme  volontarie di fondi-pensione.  Purtroppo è fin d’ora certo che, per effetto della  crisi e della conseguente difficoltà di trovare un lavoro stabile (o, peggio, una qualunque  occupazione remunerata), in particolare le giovani generazioni (ma non solo loro) avranno  pensioni al limite del livello di sopravvivenza, che in nessun modo potranno integrare. Difatti i lunghi periodi di disoccupazione da un lato incidono negativamente  sull’importo dei contributi versati, dall’altro non consentono di destinare parte dei propri  guadagni alla previdenza  alternativa. Insomma il cane si morde la coda e non ci prova  gusto.
Al momento la situazione sociale è (quasi) sotto controllo non per merito di Monti, che  anzi con il continuo aumento del costo  della vita  gioca  all’amico del giaguaro, ma perché le generazioni da poco approdate alla pensione o sul punto di farlo hanno avuto  la possibilità di risparmiare e possono dare una mano a chi il lavoro  lo sta ancora cercando (e non lo trova o ha rinunciato).
Tuttavia questi “anziani”  relativamente  fortunati  non dureranno in eterno  e in ogni caso  la loro capacità economica e, quindi, di sostegno  ai giovani, già intaccata da una esorbitante  pressione fiscale, è destinata a diminuire di anno in anno, perché le pensioni, d’oro o di rame che siano, non vengono adeguate  ai reali aumenti del costo della vita.
L’inevitabile approdo  è una generalizzata carenza di mezzi (vogliamo chiamarla col suo  nome: povertà?), nella quale quasi per tutti diviene essenziale,  in particolare  nei momenti difficili (malattie, vecchiaia ecc.), il ricorso ai servizi pubblici,  invece a loro volta oggetto di provvedimenti incidenti  in negativo sul numero e l’efficienza delle prestazioni (si pensi ai continui tagli alla Sanità).
Scarse le speranze di un’inversione di tendenza, dal momento che alla recessione economica  si accompagna (l’ha anzi preceduta e si pone come una delle sue cause) la crisi della società civile che, malata di individualismo amorale,  si mostra incapace di reagire e assiste immobile e passiva alla disgregazione di se stessa.

Lettera da un giornalista arrestato

Negli ultimi mesi la Turchia è venuta all’ordine del giorno a causa di una serie di violazioni delle libertà, dei diritti individuali, e soprattutto della libertà di stampa. Secondo i rapporti dell’International Press Institute e dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), in Turchia ci sono 57 giornalisti in stato d’arresto. Le organizzazioni di stampa che si trovano in Turchia invece hanno presentato la cifra di 68 giornalisti. Secondo il rapporto sulla libertà di stampa dell’organizzazione per il monitoraggio dei diritti e delle libertà della persona, Freedom House, nella classifica per la libertà di stampa la Turchia è al 112° posto. Si trova in una situazione simile a quella di paesi africani come il Kenya, il Senegal e l’Uganda. Com’è arrivata a questo punto la Turchia, un paese che nella gran parte delle analisi viene mostrato come un modello di democrazia sviluppata in Medioriente? Com’è stato possibile che la stampa venisse sottoposta in maniera preoccupante a queste pressioni? Giornalisti come colui che scrive queste righe, come sono stati arrestati?

 La situazione che ha portato in Turchia all’arresto dei giornalisti si è sviluppata gradualmente. Negli ultimi nove anni si è assistito all’aumento del numero di organi di stampa vicini al governo, riducendo il numero di quelli d’opposizione o di quelli oggettivi; la perdita in tempi rapidi del posto di lavoro da parte di quei giornalisti che criticavano il governo, i loro processi giudiziari e i loro arresti mostrano come questo processo si sia sviluppato sulla base di un programma.

 Il cambiamento avvenuto nella stampa turca negli ultimi nove anni si è realizzato attraverso tre fasi.

Nei primi anni al potere il governo dell’Akp sequestrò le aziende di alcuni uomini d’affari con la motivazione di provvedimenti presi contro la corruzione. Fra le sostanze sequestrate c’erano organi mediatici come televisioni e giornali. Questi organi mediatici sono stati poi comprati dallo stato e da uomini d’affari in buoni rapporti con il governo. Canali come Atv, Cine 5; giornali come Star e Sabah hanno cambiato proprietà in questa maniera. Il giornalista d’opposizione Tuncay Özkan si è trovato a dover scegliere fra vendere la sua televisione Kanaltürk o vedersela sequestrata dagli ispettori del fisco. Özkan ha venduto la sua televisione ad un uomo d’affari vicino al governo.

 Inoltre sono stati fondati organi stampa famosi per il loro legame con il Premier, i quali si sono arricchiti grazie alle offerte del governo, ai crediti da esso aperti e alle strade da esso mostrate. Canali come Kanal 24, Bugün tv, Net tv, Beyaz tv e giornali come Bugün e Taraf sono stati fondati da uomini sostenuti dal governo. Organi della stampa conservatrice che esistevano già prima del governo come i giornali Turkiye, Yenişafak, Akit, Zaman, Samanyolu TV e Kanal 7, a loro volta durante questo processo si sono allineati al governo. Nello stesso periodo i canali della televisione pubblica sono aumentati rapidamente. Sono stati fondati diversi canali di stato che trasmettono in lingue come arabo e inglese. Il risultato è la formazione di una forza mediatica che sostiene le politiche di governo senza mai contestare e che ha dato possibilità professionali solo a giornalisti fiancheggiatori del potere.

 C’erano poi gli organi di stampa indipendenti a capo dei quali si trovava il gruppo Doğan. Qui potevano lavorare giornalisti con ogni punto di vista e di tanto in tanto trovavano posto notizie di critica al governo. Come seconda fase [della strategia], questi media sono stati apertamente minacciati. I consulenti del Premier hanno chiamato le redazioni o i proprietari dei giornali avvisando di essere infastiditi da notizie e articoli. Ad esempio, l’ex direttore generale del quotidiano Sabah, Fatih Altaylı, ha raccontato di essere stato chiamato da un consigliere del Premier il quale ha richiesto di dare poca visibilità alle notizie che potessero infastidire il governo.

Dalle intercettazioni telefoniche presenti nei dossier relativi ai giornalisti arrestati per l’inchiesta Ergenekon, emerge che i giornalisti sono stati chiamati dai consiglieri del Premier i quali hanno manifestato malumore e avvisato che qualcosa sarebbe potuto accadere loro.

 È ormai diventata tradizione che il Premier nei raduni di piazza o nei comunicati stampa critichi, fin quasi a minacciare, i giornali che in quel giorno hanno scritto contro di lui. Nel 2008, il Premier ha risposto così al giornale Akşam che aveva riportato la notizia dell’incremento dell’inquinamento atmosferico: “O chiudi il tuo giornale, oppure non scrivi bugie”. La dichiarazione fornita dal Premier davanti alle telecamere è stata così dura che, non contento di minacciare, uscendo dalle regole della cortesia, ha usato il “tu”. Il Premier ha invitato il popolo al boicottaggio dei giornali che avevano riportato la notizia del processo Deniz Feneri (Faro), conclusosi in Germania con la condanna di, fra gli altri, alcuni dei suoi sostenitori politici.

 Nel 2008 il Premier ha invitato i giornalisti ad informare il suo staff prima di pubblicare una notizia critica nei confronti del governo. Nei mesi scorsi il Premier ha minacciosamente raccontato ai giornalisti dell’arresto di Tuncay Özkan che aveva pubblicato un articolo sul suo patrimonio. Il corrispondente da Washington del canale Haberturk, Tülin Daloğlu, è stato minacciato dai consulenti del Premier in una camera d’albergo con le parole ”nemmeno i giornalisti Israeliani criticano il loro Presidente del Consiglio come fai tu”. Daloğlu, che aveva criticato la politica di Erdoğan nei confronti di Israele, è stato tolto dal suo incarico.

 Le minacce del Premier non hanno come obiettivo solo i giornalisti ma anche i patron dei media. Il Premier Erdoğan ha anche spesso rilasciato dichiarazioni rabbiose nei confronti dei giornalisti del Gruppo Doğan, critici nei suoi confronti. A seguito di queste dichiarazioni, gli ispettori del fisco che hanno ispezionato il gruppo Doğan, hanno imposto una multa di circa 5 miliardi di dollari oltre il valore di tutte le proprietà del gruppo. Accusando di “diffondere tensione nel paese e nell’economia” i giornalisti che criticavano la sua politica economica, Erdogan ha esposto lamentele ai datori di lavoro di questi giornalisti.

 Erdoğan ha affermato che gli editorialisti sono la vetrina dei patron dei media, che gli editori dovrebbero poter dire ai giornalisti che criticano il governo “mi spiace fratello mio, ma nella nostra bottega non c’è posto per te” e a richiesto che fossero licenziati. Erdoğan ha poi alluso al fatto che gli investimenti in altri settori di quegli editori che non avrebbero fatto ciò avrebbero corso dei rischi. Di sicuro i patron dei media che possiedono investimenti anche al di fuori del settore dell’informazione non vogliono mettere a rischio i propri patrimoni per difendere i propri editorialisti. È stata rivelata una lista di giornalisti sgraditi al Premier, per alcuni dei quali veniva usata l’espressione “traditore”. Il popolare scrittore Bekir Coşkun, noto per i suoi punti di vista in contrasto con quelli del governo, è stato espulso consecutivamente da due diversi giornali.

 Cüneyt Ülsever conosciuto per le sue idee liberali e il social-democratico Tufan Türenç hanno dovuto smettere di scrivere editoriali. Al socialista Özdemir İnce è stato concesso “il diritto” di scrivere una volta a settimana. Giornalisti come Mine Kırıkkanat o Necati Doğru che si sono visti censurati i propri articoli di critica al governo, sono rimasti senza lavoro quando l’hanno raccontato all’opinione pubblica. Persino la scrittrice conservatrice e velata Afet Ilgaz, critica nei confronti del governo, è stata sollevata dal suo incarico. Quando Oktay Ekşi, che per 36 anni ha scritto per il quotidiano Hürriyet e fatto parte del consiglio di redazione, ha criticato la politica energetica e ambientale del governo con parole dure, il Premier ha risposto in questa maniera: “farò guerra a questa mentalità”. Ekşi, per difendere il suo giornale ha abbandonato l’incarico.

 Insomma, prima degli ultimi arresti di giornalisti che hanno trovato eco nella stampa internazionale, in Turchia era già stato creato un gruppo mediatico che appoggiava il governo in ogni caso, e i giornalisti d’opposizione sono stati fatti tacere mettendoli sotto pressione da parte degli editori o lasciandoli senza lavoro.

In realtà c’erano già giornalisti in prigione. Decine di giornalisti come il rappresentante da Ankara del quotidiano Cumhuriyet, Mustafa Balbay, o il direttore generale della rivista Aydinlik, Deniz Yıldırım, che aveva diffuso una conversazione in cui il Premier chiedeva ad un suo uomo d’affari di mandare dei soldi a sua figlia, erano in carcere.

 Proprietari di tv come Tuncay Özkan, Mehmet Haberal, Mustafa Özbek, Doğu Perinçek erano stati incarcerati. Baha Okar, editore della rivista Bilim ve Gelecek (Scienza e Futuro) che difende la teoria dell’evoluzione e Hanefi Avcı, un capo della polizia conservatore che ha scritto un libro per criticare l’organizzazione religiosa all’interno del corpo di polizia, senza alcuna prova concreta sono stati arrestati con l’accusa di essere membri di un’organizzazione marxista armata.

 A quel punto arrestare giornalisti era divenuto piuttosto facile. Poiché la struttura giuridica era stata preparata a questo. Sono stati fondati i Tribunali con Autorità Speciale, forniti di facoltà speciali come il nome stesso rivela. In seguito fu approvata una legge per la Lotta al Terrorismo, una legge talmente flessibile da poter accusare di terrorismo persino le opere d’arte. A questi tribunali sono state riconosciute le facoltà di utilizzo senza limiti di intercettazioni telefoniche, arresto senza presentazione di prove all’indagato, la facoltà di compiere perquisizioni domiciliari senza la presentazione di motivazioni concrete e con l’accusa di “affiliazione ad un’organizzazione”, e la facoltà di privare la difesa dell’imputato delle prove. A questi tribunali sono stati assegnati giudici e procuratori vicini al governo. I giudici che applicavano le leggi in favore degli imputati sono stati allontanati da questi tribunali. Durante le indagini l’organizzazione di polizia sostenuta dal governo ha assunto il ruolo da protagonista.

 È dimostrato da decine di esempi che alcuni sospetti sono stati arrestati grazie alla produzione illegale di prove da parte della polizia. Tutti coloro che facevano giornalismo critico nonostante tutte le pressioni dirette alla stampa, potevano essere arrestati. Il governo incoraggiava chi faceva un giornalismo devoto al potere; questi giornalisti si sono arricchiti facilmente, chi invece faceva notizie sulla corruzione o sulle irregolarità veniva minacciato coi tribunali. Ad esempio, l’accusa di provocare il popolo attraverso le notizie, era un’accusa piuttosto vaga e applicabile a ogni notizia. I giornalisti che criticavano le pratiche dei tribunali venivano processati per aver mostrato giudici e procuratori come obiettivi alle organizzazioni terroristiche.

 Lo scrittore di queste righe, per aver pubblicato poco prima dell’inizio della causa Ergenekon le foto di una cena fra i poliziotti, i procuratori e i giudici che si occupano di questa causa, è processato con la richiesta di tre anni di reclusione. Per di più alla corte criminale di Istanbul nella quale si svolge il processo Ergenekon. I giudici e i procuratori conducono le indagini in uno stile lontano dal protocollo base. Un procuratore che durante il processo non è riuscito a trovare nelle notizie alcuna espressione che costituisse reato, alla fine ha basato il suo discorso sui commenti riportati dai lettori sotto alla notizia. Al giorno d’oggi in Turchia i giornalisti posso essere processati e incarcerati a causa dei commenti dei lettori alle loro notizie (!). I procuratori, guardando a questi commenti, possono convincersi che si tratti di “provocazione del popolo”. Questo è il punto a cui è arrivata la libertà di stampa.

 Il dibattito sulla libertà di stampa in Turchia ha iniziato a venire più spesso all’ordine del giorno dopo il 14 febbraio 2011. Quel 14 febbraio, 12 persone sono state arrestate a seguito del blitz della polizia all’ufficio del sito d’informazione privato Odatv. Di queste 12 persone, 9 erano giornalisti. Di questi 9 giornalisti 7 lavoravano alla Odatv, mentre gli altri due erano Ahmet Şık e Nedim Şener. Fra gli arrestati vi era anche il Professore d’opposizione Yalçın Küçük che stava concedendo un’intervista a Odatv. Altro nome che è stato incluso nell’inchiesta e poi arrestato è quello di Hanefi Avcı, autore del libro “Haliç’te Yaşayan Simonlar”, che racconta il costituirsi di un’organizzazione religiosa all’interno del corpo di polizia. Mesi prima Avcı era stato arrestato con l’accusa di far parte di una organizzazione marxista. In questa maniera si è trovato ad essere arrestato con l’accusa di far parte contemporaneamente di due organizzazioni illegali. L’ultimo nome fra gli arrestati invece è quello di Kaşif Kozinoğlu, una spia che non aveva alcun rapporto coi giornalisti.

 Odatv negli ultimi anni è stato un sito d’informazione molto popolare. Il suo proprietario è il giornalista molto conosciuto nel paese Soner Yalçın. Yalçın ha scritto 14 libri criticando le cosche presenti all’interno dello stato. Libri fra i più venduti nel paese. Il 14 febbraio, assieme a Soner Yalçın, sono stati messi in stato d’arresto anche il dirigente Barış Pehlivan e il capo redazione Barış Terkoğlu, ovvero colui che scrive queste righe. Il 6 marzo poi sono stati arrestati il coordinatore di Odatv Doğan Yurdakul, gli autori Sait Çakır, Coşkun Musluk e Müyesser Yıldız. Il giornalista Doğan Yurdakul che ha 65 anni, aveva scontato due anni di prigione nel 1971 durante il colpo di stato militare, mentre nel 1980 era stato processato per 220 anni di carcere.

 Odatv è conosciuta per le notizie ‘speciali’ che pubblica. Diversi autori che sono rimasti senza lavoro a causa delle pressioni sulla stampa, scrivono a titolo volontario per Odatv. Ciò che a causa dell’influenza del governo non si può scrivere e non si può discutere, trova posto in Odatv e questo lo rende un sito popolare e influente. Molte notizie sono uscite in forma di domanda al partito al potere. La corruzione è stato un argomento spesso preso in esame. Grazie a questo Odatv ha ricevuto i premi delle due maggiori organizzazioni stampa. Il sito è visitato da un milione e mezzo di persone al mese.

 Odatv è l’istituzione che più di tutte trasmette le violazioni della legge avvenute nei processi giudicati nei Tribunali con Autorità Speciale negli ultimi anni. Oda TV è quella che ha rivelato gli accusati, persone conosciute all’opinione pubblica, coinvolti negli scandali avvenuti in processi come Balyoz e Ergenekon. Questa situazione è stata chiaramente una ragione di disturbo per la posizione di poliziotti e di giudici investigati nel processo Ergenekon.

I dirigenti di Odatv presi in custodia cautelare sono stati imputati di essere membri di Ergenekon. La Procura della Repubblica non ha però messo in campo nulla di concreto in relazione a questo. Non c’era nessuna relazione organizzativa fra gli scrittori e i dirigenti di Odatv e alcuno degli imputati dei processi. Né il procuratore né la polizia ha potuto provare questa relazione. E’ stata persino investigata la borsa di studio ricevuta negli anni del liceo da parte del Direttore Generale Editoriale. Un dettaglio degno di attenzione è stato il fatto che le domande che il procuratore doveva effettuare erano state preparate per lui dalla polizia. Il procuratore non aveva fatto nessuna ricerca relativa al contenuto attinente alle domande che rivolgeva.

Subito dopo hanno esaminato le notizie di Odatv. Le notizie erano vere. Il procuratore e la polizia non sostenevano che le notizie fossero false; tuttavia secondo loro, per esempio, le notizie delle manifestazioni fatte dagli operai e dagli studenti avrebbero potuto generare del caos nel paese. Le notizie sono state analizzate una ad una. Si riteneva persino che lo scopo dell’aver trasmesso notizie dei movimenti che scuotevano il mondo arabo fosse stato quello di (tras)portare in Turchia il clima vissuto in queste nazioni. E’ stato affermato che l’intenzione vera di pubblicare notizie di critica al governo ed alle sue politiche era la creazione di un clima fertile per un colpo di stato nel paese.

Si è discusso delle ragioni della trasmissione delle violazioni legali avvenute nel processo Ergenekon. Secondo il procuratore e la polizia queste notizie all’inizio del processo erano in ombra. E’ stata investigata la trasmissione delle conferenze stampa del lider del PKK che si trova in carcere. Queste affermazioni avevano valore informativo ed erano comunque apparse su molte agenzie di stampa. Proprio come con i discorsi di Osama bin Laden [che hanno avuto visibilità mediatica mondiale]. La polizia e il procuratore cercavano di associare la trasmissione delle notizie di Oda tv ad attività terroristica.

La polizia ha fatto cercare nel motore di ricerca Oda tv e la parola “guerra” e ha indagato le notizie con la parola “guerra” nel titolo perchè aventi l’obiettivo di crearlo il conflitto. Tuttavia alcune delle notizie riguardavano la “guerra fredda”. In pratica un’indagine senza serietà dove si è investigata l’attività giornalistica di noi tutti. Le fonti dell’informazione sono state decifrate. Il giornalismo è stato valutato colpevole davanti alla giustizia.

Per ultimo, il Procuratore Generale ha rivelato i documenti word, pretesi dalla polizia, trovati in uno dei computer di Oda tv. I contenuti dei documenti sembrano gli appunti presi nelle riunioni dai giornalisti arrestati. Non era certo chi avesse scritto questi documenti, la polizia o il procuratore non l’hanno mai investigato, non hanno mai guardato in che modo sono arrivati i documenti. Secondo gli appunti, alle riunioni i giornalisti arrestati prendevano decisioni relative a come avrebbero fatto le notizie, come avrebbero criticato il governo, quali libri avrebbero scritto e con quale nome avrebbero pubblicato questi libri. La maggior parte dei giornalisti menzionati negli appunti non si incontravano l’uno con l’altro.

Per esempio, io ho visto il giornalista Nedim Şener un’unica volta nel tribunale che lo processava, nonostante non avessi mai conosciuto Ahmet Şık sono stato accusato di  avere relazioni organizzative con lui. Secondo il procuratore i giornalisti arrestati hanno fondato una struttura organizzativa all’interno dei media e in questo modo facevano le notizie e scrivevano i libri. Vedeva le notizie ed i libri come il compiere un’attività terroristica. Soner Yalçın, Doğan Yurdakul e gli altri scrittori di Oda tv sono conosciuti per le loro opinioni di opposizione al governo. Nedim Şener ha scritto notizie che raccontano della negligenza della polizia nell’omicidio di Hrant Dink, è stato aperto un processo nei confronti del capo dell polizia che soprassedeva al processo Ergenekon. Quando Ahmet Şık è stato arrestato stava scrivendo un libro che spiegava della struttura organizzata all’interno della polizia. Il Capo della Polizia Hanefi Avcı ha scritto un libro che raccontava proprio di questa struttura ed è stato arrestato.

Si capisce che la polizia e il procuratore con l’intento di arrestare i giornalisti che non gradivano li hanno presentati come membri di un’organizzazione. I giudici approvando la richiesta della procura hanno arrestato i giornalisti senza indagare le affermazioni della procura stessa. Un altro sviluppo che sorprende l’opinione pubblica: lo stesso giudice che ha arrestato i giornalisti per aver pubblicato alcune notizie, ha, alcuni giorni dopo, rilasciato un poliziotto che aveva confessato di aver ucciso più di mille persone.


I giornalisti presi in custodia cautelare il 14 febbraio sono in prigione da quel giorno. Come ho spiegato prima grazie alla Legge della Lotta al Terrorismo [i giornalisti] non hanno il diritto di vedere le prove per cui sono stati accusati. La polizia ha messo le mani sulle copie degli hard disk e sui computer in cui si trovano le affermazioni con le prove. In questo contesto è stata rifiutata la richiesta di esaminazione dell’hard disk da parte di uno specialista informatico neutrale. Nei processi la procura, non mostrando le prove agli imputati e manipolandone alcune, serve i mezzi di comunicazione vicini al governo. Il Primo Ministro che afferma nelle piattaforme internazionali la neutralità dei processi, ha spiegato ai propri sostenitori, durante i meeting organizzati per le elezioni, come le persone contro di lui siano state arrestate attraverso i tribunali. Proprio come voleva il governo AKP, andando verso il periodo elettorale, la stampa all’opposizione è stata zittita.

Ecco, in Turchia le pressioni governative contro la stampa sono al centro. Nemmeno ai tempi del colpo di stato si sono viste così tante misure governative contro la stampa e la censura di internet autorizzate dal governo. Nel paese mentre si premia il giornalismo ‘legato al governo’, i giornalisti ‘all’opposizione’ vengono incarcerati per la loro attività informativa grazie all’elastica legge Antiterrorismo. Anche il processo Ergenekon è diventato uno strumento per zittire l’oposizione nel paese. Chi investiga le strutture organizzative illegali e gruppi illegali che operano all’interno dello stato viene arrestato come membro di questa organizzazione. Nonostante tutto ciò non posso non chiedere: se i dossier digitali che ho visto per la prima volta nella mia vita fossero stati veri, se noi giornalisti avessimo preso la decisione nelle riunioni di fare notizie di critica e di scrivere libri, questo sarebbe stato terrorismo? I giornalisti per questo motivo possono essere arrestati?

Traduzione di Francesco Marilungo e Carlotta Grisi

 

articoli « WordPress.com Tag Feed 2011-12-27 13:14:03

Storie di ordinaria follia: LA STRANA POLVERE

26DIC

Strano..davvero strano. Sono le 12.56 del 26 dicembre 2011 e c’è ancora qualche giorno di ferie, un’occasione di riposo indispensabile per  lavoratori e studenti che come me si impegnano in quella che, in fin dei conti, è un’occupazione a tempo pieno. 

tuttavia oggi mi sento strano, l’immaginazione e la fantasia mi trasportano sui sentieri ormai molto battuti della personificazione e avverto il bisogno di scrivere una storia folle che però , al tempo stesso, è anche ordinaria: una paradossale storia di ordinaria follia.

Chi di voi non ha mai avuto niente a che fare con la polvere? Credo nessuno. Con questo assurdo racconto mi cimenterò nel sottoporvi degli spunti di riflessione sulla polvere, spunti naturalmente straordinari e artificiali.. Chissà che il delirio non porti consiglio!

Al momento mi trovo nell’appartamento milanese che da qualche mese ho preso in affitto con un amico. Si respira un’aria secca. Nessuno ha voglia di fare le pulizie e la polvere si accumula. È  ovunque e il riscaldamento centralizzato sotto al pavimento, oltre a creare un microclima torrido, contribuisce a sollevarla fino a mezzo metro di altezza e giunge inesorabilmente sino alle mie narici e al computer..alla sua delicata tastiera. Quale sgradevole sensazione..

Piccolissimi frammenti grigiastri dal peso impercettibile aleggiano con disinvoltura e incredibile compostezza nella mia stanza, il tutto si presenta quasi come una sorta di caos calmo e ordinato nella sua profonda e irrimediabile irrazionalità. Sono invasori degli spazi privati, delle nostre proprietà. Si intrufolano senza permesso e occupano spazi a loro normalmente interdetti con naturalezza disarmante. Cosa li ha spinti fin qui? L’aria forse? È l’aria la responsabile di questo flusso migratorio delle polveri che, in questa metropoli eccessivamente trafficata e inquinata, di certo non scarseggiano?

Ecco che questi insulsi batuffoli e questi agglomerati compositi di strane sostanze, si lasciano trasportare dalle correnti e dai movimenti condizionati dell’aria. A loro non importa dove finiranno, la meta la decide l’aria, o meglio, chi crea il condizionamento dell’aria. Ma la domanda che quindi sorge spontanea è: chi muove queste correnti, finanche  a centinaia di chilometri, è consapevole che provoca l’ingresso di questi microinvasori clandestini nelle dimore altrui? Per quale ragione qualcuno muove l’aria che trasporta la polvere? I venti e i monsoni, i tornadi e i cicloni sono scafisti di immigrati naturali; ma noi no, noi non lo siamo, abbiamo altri ruoli nella realtà materiale. Allora perché ci muoviamo nell’aria sapendo che ogni nostro movimento, per quanto piccolo, da la possibilità alla polvere di fare ciò per cui esiste, ovvero invadere le magioni di ignari cittadini? Sapete quanta fatica e quanto tempo richiede pulire una casa dalla polvere? Data la ripetizione con cui tali operazioni di rimozione devono essere effettuate, oserei dire, un ossimorico quantitativo incommensurabile.

Ci piacerebbe indubbiamente un mondo privo di polvere. In effetti, qual è il significato della polvere? Che senso ha? Questa non è una di quelle domande cui gli scienziati sapranno dare una risposta certa (al contrario ad esempio, se un tale si chiede “Ma perché diavolo esistono le zanzare?”, ecco che l’emerito scienziato di turno gli saprà snocciolare qualche utilità per l’ecosistema di questo insetto insulso, magari nelle catene alimentari, o per la sussistenza e la sostenibilità di particolari microclimi e il loro naturale equilibrio o chissà che altro), nel caso di specie nessuno lo sa. Il più eminente degli studiosi saprà spiegare in maniera esauriente ed esaustiva le cause della sua formazione, ma certamente non saprà trovarne lo scopo. E questa è la realtà delle cose (chiedo scusa per la odiosa, ma non priva di senso, frase di circostanza).

La polvere, dicevamo. Un affare mondiale che da secoli, senza tregua alcuna, apre nuove branche di mercato e dell’economia dell’igiene domestico. Ogni anno ci vengono proposti nuovi prodotti per eliminare la povere nel modo più efficace, veloce e duraturo e con il minor impiego di risorse monetarie ed energetiche, vale a dire con il maggior risparmio in assoluto. Soldi, soldi, soldi anche qui. L’immigrazione della polvere contribuisce a “far girare” l’economia mondiale! L’uomo ha trovato il modo per guadagnare su quelle povere particelle senza fissa dimora che vagano ininterrottamente con la meta dell’“ovunque e in nessun luogo”. Nulla di più cinico. L’ultimo ritrovato delle tecnologie anti-polvere è un’arma davvero potentissima: si tratta, se non sbaglio, di un panno elettrostatico che, per via di una sua particolare conformazione, è in grado di raggiungere la polvere anche negli anfratti più sicuri e riparati, ovvero sotto gli armadi e nelle zone talmente irraggiungibili da essere interdette ai tradizionali sistemi e mezzi di pulizia, anche ai famigerati aspirapolvere dal cuore duro e freddo. Essendo appunto elettrostatico, questo materiale riesce a catturare, attraendoli quasi magneticamente nel suo tessuto avveniristico, sia la polvere che gli acari annessi. Un’arma infinitamente crudele e sofisticata, uno strumento di morte senza precedenti che è la prova stessa del cinismo e della depravazione insensibile dell’uomo contemporaneo.

Ma questo è giusto, non è vero? La polvere non ha chiesto il permesso per entrare ed è giusto quindi che vada umanamente rimpatriata nelle più adeguate pattumiere. Noi siamo indubbiamente persone serie, che tengono all’igiene e vogliono arrivare alle origini della formazione della sua nascita, quindi, la domanda primaria che dobbiamo porci è: perché si è formata proprio qui? Chi desidera che giunga sin qui e chi è l’artefice occulto, l’invisibile puparo? Qual è lo scopo di chi non la espelle a colpi di scopa con la dovuta fermezza? E soprattutto, a cosa serve la polvere in Italia e a chi fa comodo che vi permanga? Perché ritorna sempre, con la sua  apparentemente inspiegabile insistenza, dopo la rimozione, quasi fosse una necessità imprescindibile per il nostro Paese?

Qualcuno proprio non le vuole sigillare queste dannate finestre e queste inutili porte..

Ps: mi auguro che la follia di queste parole  e di questi contenuti possano esser di consiglio a chiunque, suo malgrado,  vi si imbatta durante la navigazione di questo sconfinato oceano che è internet.

Ex Tenebris Oritur Lux (Léon su Zr)

http://illanterino.wordpress.com

Difendi, Conserva, Prega.

Pasolini uno di noi?

“DIFENDI, CONSERVA, PREGA”
IL TESTAMENTO DI PASOLINI

“C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo.
Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo.
(…)Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.”

Pier Paolo Pasolini


Da: Marcello Veneziani “L’antinovecento”, ed.Mondadori:

 

“L’Italia di oggi è distrutta esattamente come nel 1945.
Anzi,certamente la distruzione è ancora più grave, perchè non ci troviamo tra macerie, pur strazianti, di case e monumenti, ma tra “macerie di valori”: valori umanistici, e, quel che più importa, popolari.
”Non temere la sacralita’ e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.”
Queste affermazioni di Pier Paolo Pasolini spiegano forse meglio di ogni altra analisi le ragioni per le quali oggi il poeta friulano piace ad ambienti diversi e lontani da quelli in cui militò, seppure in modo tormentato: piace in certi ambienti culturali e giovanili di “destra”, anche se continua a non essere amato in altri ambienti forse più propriamente di destra (…)
Se l’Italia contemporanea ha avuto un suo poeta civile, un testimone implacabile della corruzione e dell’alienazione novecentesca, questo è Pier Paolo Pasolini.

Egli ha rappresentato la coscienza critica dell’Italia per due ragioni contrastanti.
Da una parte Pasolini è lo specchio, poetico e esistenziale, di un’Italia avvilita e degradata, in preda al vuoto dei valori e all’assoluto permissivismo; un’Italia disgregata, uscita dalla storia.
In questo quadro Pasolini è davvero il D’Annunzio della nostra epoca, il poeta civile e l’esteta di un’Italia “malata”.
E in tanto diventa l’anti-D’Annunzio, in quanto egli è il poeta di un’Italia che è la negazione dell’Italia dannunziana, sia nel bene (come rifiuto della retorica e della violenza) sia nel male (come rifiuto di ogni altezza e bellezza).
Dall’altra parte, Pasolini ha rappresentato una voce accorata di protesta contro gli effetti devastanti del consumismo, dell’omologazione, della corruzione politica, sociale e ambientale, un irriducibile accusatore del progressismo, dei falsi perbenismi e della violenza di ogni tipo, un cercatore “religioso” dell’anima arcaica, rurale e incontaminata del popolo, un difensore di ogni diversità e di tutti gli emarginati, un implacabile moralista, un singolare profeta del passato e delle origini.(…)
Pasolini, forse da solo tra gli intellettuali, ritenne allora che vi fosse una omogeneità profonda fra il ‘68 e i disegni stessi del capitalismo e della rivoluzione industriale, comunista e borghese.

Che tipo di uomo vuole il nuovo potere? si chiedeva Pasolini.
Non vuole più un buon cittadino, un buon soldato.
Non vuole un uomo onesto, previdente, non lo vuole tradizionalista, e nemmeno religioso.
Al posto del vecchio tipo d’uomo, il nuovo potere vuole semplicemente un consumatore.
Anche la Chiesa, prevedeva Pasolini, diventerà superflua.
“Come può il nuovo potere trasformare il vecchio uomo in consumatore?
Mediante quel processo che si chiama acculturazione: cioè riducendo e appiattendo tutti gli altri valori e le altre culture non omogenee ai modelli di una cultura centrale, cioè di una cultura del potere.”
L’obiettivo, secondo la sua analisi,era quello di trasformare gli uomini in conformisti e consumatori.
Ora, notava Pasolini,il ’68 ha praticamente aiutato il nuovo potere a distruggere quei valori di cui voleva liberarsi: “I contestatori distruggono esattamente quel che il potere neo-capitalistico vuole abbattere”: i legami tradizionali, religiosi, l’attaccamento alle radici, il senso comunitario, la solidarietà con gli altri, il senso dell’autenticità, dell’austerità, del mistero. E impongono esattamente ciò che il neocapitalismo vuole imporre: il primato del fare, il feticismo della roba, la proiezione totale nel futuro, il culto del progresso, la teologia del cambiamento.(…)
Si può non condividere questa analisi, ma si deve riconoscere che quando quei giovani si liberarono dalla sovrastruttura ideologico-politica, divennero in effetti agenti e funzionari di quell’utilitarismo neoborghese che li ha poi caratterizzati negli anni ’80.

Ma questo Pasolini non poté vederlo.
Non a caso molti osservatori che sarebbero stati definiti allora “borghesi” hanno oggi positivamente rievocato il’68, ritenendolo un fattore progressivo verso la modernizzazione e la laicizzazione del paese.(…)
Uscendo dall’oleografia e dai ritratti ufficiali, si dovrebbero scoprire le pagine più inconsuete del poeta.

Come quelle delle poesie friulane raccolte nel volume “La nuova gioventù”.
Qui si accentua il senso religioso del poeta attraverso il confronto con la propria terra, la propria lingua, le proprie lacerate radici friulane.
E insieme muta sorprendentemente lo sguardo sui “fascisti”.
Già in una variante della poesia “Tornando al paese”, naturalmente dimenticata, Pasolini scrive in friulano strane parole: “Se volessi diventare cattolico o fascista non potrei perché ormai la campana non è più sempre la stessa e i padri non ridono, come nei rami di pioggia, negli occhi dei loro bambini”.

E’ come se lo strazio per una tradizione che non può più “tradere”, cioè trasmettere e continuare, gli impedisse di essere cattolico o fascista.
Ma quella tradizione interrotta è un evento doloroso, per nulla amato, e nemmeno accettato.
Conosciamo, del resto, a quali accenti di antimodernismo e di nostalgia delle origini giunse Pasolini nei suoi scritti polemici.
Ma è soprattutto nelle ultime poesie italofriulane, intitolate “Tetro entusiasmo”, un’espressione tratta da Dostoevskij, che avviene in Pasolini la svolta.
Poesie rimosse dai suoi apologeti.
Enzo Siciliano, per esempio, non cita affatto queste poesie e il libro che le raccoglie nel pur ampio e dettagliato profilo biografico pubblicato nel “Dizionario degli autori”.(…)
Poeticamente reazionari sono i versi che culminano con queste parole:

“Grazie a Dio si può tornare indietro.
Anzi, si deve tornare indietro.
Anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce.”
Implacabili diventano poi i suoi versi contro un santuario allora dominante, si era alla metà degli anni ’70, l’antifascismo.”
I vecchi antifascisti sono i veri fascisti, “scrive” che sono i leader dell’Acculturazione e non solo toccano le anime, me se le succhiano al Centro.
Anche in “Versi sottili come righe di pioggia” Pasolini ironizza sull’antifascismo “gratificante e eletto”, e sul progressismo, sul laicismo, sulla razionalità.
Dopo aver deriso, in versi precedenti, naturalmente espunti dalla memoria ufficiale, “la paura degli intellettuali comunisti”, il loro andare nel “branco”.
L’elogio della leggerezza “sognante” dei comunisti si ritrova in una poesia del ’74, “Il diavolo con la madre”, ma appare in inquietante compagnia: “Nelle case dei poveri i figli, vecchi fascisti o comunisti, entrano piano come ladri portando l’immensità dell’aria”.

Fascisti o comunisti: un’imbarazzante intercambiabilità.
Ma la più significativa in questo senso è proprio l’ultima poesia di Pasolini, scritta in friulano e intitolata “Saluto e augurio”.

E’ rivolta a un giovane fascista: “Voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani” scrive quasi presago della fine imminente.
Dice di amare i suoi capelli corti (Pasolini detestava i capelloni che imperversavano in quegli anni tra i ranghi dei suoi compagni).
Il ragazzo fascista, dice Pasolini, “vuol difendere il latino e il greco contro di me”, ma “non sa quanto io ami il greco e il latino”.
Poi gli rivolge parole inattese: “Vieni qua, Fedro” dice Pasolini evocando il personaggio del dialogo platonico, il “Simposio”, dedicato all’Amore “ascolta.
Voglio farti un discorso che sembra un testamento.
“Parola che non lascia indifferenti, se si considera che è davvero la sua ultima espressione poetica.
Rimprovera al ragazzo di non avere un cuore libero, ma poi lo invita a difendere le vigne, i fichi negli orti, i casali, il capo tosato dei suoi camerati, le campagne, la confidenza col sole e con la pioggia.

E lo esorta a continuare a sognare perché “la Destra divina è dentro di noi, nel sonno”.
Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque.
“Lo invita poi ad amare i poveri, la loro diversità, a non essere borghese, ma santo e soldato, anche se “santo senza ignoranza” e “soldato senza violenza”.
E gli indica un compito: “Difendi, conserva, prega.”
Un precetto da “reazionario”.
“Prenditi tu sulle spalle questo fardello” dice Pasolini al fascista “io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo.”
Un vecchio, aggiunge Pasolini, ha rispetto del mondo; invece un giovane, come il fascista, può prendere sulle spalle questo peso.
C’è probabilmente il gusto pasoliniano dello scandalo, l’assoluta inettitudine del poeta a vedere la realtà,e forse persino l’attenzione amorosa di un omosessuale verso un giovane dai capelli corti che esibisce la sua mascolinità.
Ma non c’è solo questo.
Ed è ben strano che Pasolini rivolga il suo testamento a un fascista, “tu ragazzo che mi odii”, e che a lui, e non a un compagno, affidi il suo “fardello”.
Un fardello in cui c’è l’essenza di Pasolini: il pauperismo ma anche la difesa della tradizione, delle radici, dell’ambiente, della religione (“difendi, conserva, prega”).
Quella stessa essenza che emergeva in un’altra sua poesia in lingua italiana “Un solo rudere”, in cui scriveva:

“Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d’ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più”.