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"Tutta la poesia della Basilicata…" speciale de Il Giornale

L’intero articolo si avvolge in una ricerca della parole che diano il senso della terra di Basilicata, bellezza, meraviglia, sorpresa. Si ha l’impressione che l’inviato de Il Giornale sia rimasto sorpreso nel trovare qualcosa che non si aspettava e che lo intimamente colpito. «Lo vede, sembra la Cappadocia con i suoi pinnacoli oppure l’Arizona con i canyon, ma né in Turchia né nell’Ovest americano hanno queste ginestre e i fichi
d’India, figuriamoci gli ulivi dall’olio così dolce». Non esiste guida più innamorata dei Calanchi Lucani di Don Pierino Dilenge, il parroco di Aliano, che conosce questo paesaggio western, 500 ettari di superficie tra le valli del torrente Sauro e dei fiumi Agri e Basento, fatto di argilla, come le… anime della sua parrocchia… Tra queste creste di sabbia, ove volteggia l’avvoltoio divino sacro agli antichi egizi e fanno tana le volpi… uno scenario composto da crinali a lama di coltello e guglie aguzze, che si alternano a ondulate colline coltivate a grano saraceno, si raggiunge la ghost town di Craco, un paese fantasma dove le case sono raggomitolate intorno alla Torre Normanna e al campanile della Chiesa Matrice di S. Nicola, e le scalinate appaiono tutte attorcigliate. VAI ALL’ARTICOLO

Profeti da strada

A São Paulo gli esaltati e i predicatori apocalittici non mancano, sopratutto grazie alla diffusione contaggiante dei culti evangelici. I ministri di Dio, come si definiscono, contano sul diffuso misticismo brasiliano, allegro e incosciente. Ci sono anche pulpiti informali come quello in pieno centro, nello spiazzo della Cattedrale da Sé, il Duomo della cittá. Pastori ribelli, con bibbia alla mano, urlano al cerchio di spettatori le colpe dell’ umanitá corrota.Trovi eremiti homeless, rastafari che spingono carrelli della spesa, eretici nei sottopassaggi avvolti in coperte di cartoni.                                                                                                                                                                                Ne conosco uno che vive nelle strade, ma il suo messaggio vuole passarlo a chiare lettere. Il suo territorio é una piazzetta all’ incrocio di una strada movimentata, in un quartiere bene della cittá. La prima volta che l’ ho visto era comodamente sdraiato sull’ erba, occhiali da sole con vistosa montatura di plastica rossa, e teneva sollevata la sua opera. Una lavagna bianca ricoperta di parole che cerchi di leggere mentre aspetti il verde. Ci sono termini chiave scritti piú in grande che di solito riguardano il bene e il male, la giusitizia e il castigo, oltre a frasi troncate e sghiribizzi senza senso. Se hai fortuna puoi passare mentre l’ oracolo, pennarello alla mano, é intento a grafare un nuovo indovinello filosofico da interpretare.

A Strasburgo c’è qualcuno che sciopera?

 Molti ancora non sono al corrente che alcuni Kurdi hanno cominciato uno sciopero della fame prolungato a Strasburgo, in Kurdistan e in altre  città europee, per periodi di tempo determinati. Stanno lanciando un appello all’Europa.

Da 43 giorni in sciopero della fame a Strasburgo

per Öcalan e la libertà del popolo kurdo

Dal 1999 su un’isola circondata dal mare, con 1.000 soldati di guardia, nessuno con cui parlare, nessun abbraccio, nessuna stretta di mano; solo libri da leggere ma non in kurdo, sua lingua madre. 7.000 pagine scritte senza un computer o una macchina da scrivere. Tredici anni di isolamento. Da luglio 2011 senza neanche poter ricevere i familiari e i suoi avvocati.

E’ la vita di Abdullah Öcalan, leader del popolo kurdo, indispensabile per trovare una soluzione politica e
pacifica della questione kurda in Turchia. Turchia che lo tiene in catene e che ha incarcerato secondo l’İHD (Associazione turca per i diritti umani) nel solo 2011 circa 12.000 oppositori politici. E l’Europa tace e acconsente.

Per chiedere a Unione Europea e Consiglio d’Europa di intervenire sulla condizione carceraria di Öcalan, e per risolvere politicamente la questione kurda, uno sciopero della fame è iniziato il 1 marzo a Strasburgo, dopo che circa 400 detenuti avevano cominciato una simile iniziativa nelle carceri turche il 15 febbraio.

Scioperi della fame a staffetta in sostegno alle loro richieste si sono tenuti in queste settimane in varie città europee, tra cui anche a Roma dal 15 al 20 marzo. A Strasburgo quindici persone sono in sciopero della fame illimitato da 43 giorni, e le loro condizioni peggiorano di ora in ora: tre di loro sono stati ricoverati in ospedale, gli altri sono in pessime condizioni.

Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) ha annullato ieri 11 aprile un incontro con una delegazione degli scioperanti accompagnati da alcuni deputati del BDP (Partito della Pace e della Democrazia) affermando che non può accettare di essere sottoposto a questa pressione. Ci chiediamo allora fino a che punto il popolo kurdo può accettare la pressione e la repressione di ogni spazio politico, culturale, civile e sociale, e perfino sentirsi dare lezioni di democrazia da governi che fingono di non sapere per non inimicarsi la Turchia!

L’Italia e l’Europa non possono rimanere più in silenzio di fronte a tutto questo: come associazione di volontariato impegnata quotidianamente a favore dei richiedenti asilo, dei rifugiati politici, dei popoli che non godono della libertà nella loro stessa terra e sono costretti all’esilio, chiediamo alla società civile italiana, alle istituzioni, al Governo, al Parlamento, alla stampa, alle organizzazioni dei lavoratori, agli studenti e ai singoli cittadini che credono ancora nei valori della libertà e nel rispetto dei diritti umani di sostenere le richieste degli scioperanti della fame, e di attivarsi ciascuno nel suo campo per dare voce alle richieste del popolo kurdo.

Associazione Senzaconfine

ass.senzaconfine@gmail.com

Per firmare la petizione in sostegno agli scioperanti della fame

(francese e inglese): http://www.petitions24.net/soutenir_les_grevistes_de_la_faim_kurdes Roma, 12 aprile 2012

The Limits to Growth, 40 anni e non sentirli

Lo studio, realizzato nel 1972 da un team di ricercatori del MIT guidati da Dennis Meadows, ha vissuto nelle ultime decadi una storia di alti e bassi.

Commissionata dal Club di Roma, la ricerca presentava una proiezione integrata del futuro dell’umanità tenendo conto di una serie di modelli predittivi relativi a cinque parametri fondamentali: popolazione, produzione di cibo, produzione industriale, inquinamento, consumo delle fonti non rinnovabili. Questo celebre grafico ne illustra i risultati:

La tesi generale emersa dallo studio sostiene che se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.

Dopo un periodo di interesse seguito alla sua pubblicazione, che ha fatto di Limits to Growth (LtG) una pietra miliare nell’ambito degli studi sistemici sulla sostenibilità, negli anni ’80 e ’90 il rapporto fu duramente criticato, e ne fu negata la credibilità scientifica.

La critica più nota, presentata tra gli altri da alcuni premi Nobel, sostiene la capacità dell’uomo di dotarsi di tecnologie in grado di risolvere la crisi energetica e demografica.

Solo negli ultimi anni l’interesse verso LtG sembra essersi riacceso, anche a fronte della crisi economica che ha messo in luce le debolezze del nostro sistema di sviluppo. Alcune tra le ultime pubblicazioni che lo riprendono sono di Graham Turner (2008) e Ugo Bardi (2011).

In particolare, lo studio di Graham prende in esame i modelli proposti dal team di Meadows e li incrocia con i dati effettivamente raccolti negli ultimi 30 anni. Ecco il risultato (grafico pubblicato su Smithsonian):

Facendo clic sulla figura per ingrandirla, si vede come gli andamenti osservati nell’ultimo trentennio (riga piena) corrispondano in modo sorprendente al modello dei ricercatori del MIT nel 1972 (riga puntinata). Possiamo concludere che le previsioni per i prossimi decenni, in uno scenario business as usual, siano più verosimili di quanto molti detrattori abbiano sostenuto finora.

Già nel 1972 la ricerca sosteneva che la mitigazione del rischio fosse possibile, e sottolineava il ruolo significativo delle politiche di governo nazionali e internazionali per scongiurare il pericolo di un tracollo brutale e la perdita di molte vite umane. Lo shock energetico avrebbe comunque avuto luogo, ma in base ai provvedimenti dei governi avrebbe potuto essere più o meno grave.

Dall’epoca della prima pubblicazione di LtG, poco o nulla è stato fatto in termini di mitigazione, e oggi i risultati della crisi cominciano ad assumere un aspetto terrificante. Ecco cosa si legge oggi sul Fatto Quotidiano. E stando a quanto dice Loretta Napoleoni, ma ormai è sentire comune, il problema non è solo della Grecia.

A quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, dunque, il rapporto Limits to Growth ha ancora molto da insegnare. Forse ora, con un ritardo che per alcuni è già irreparabile, qualcuno comincerà a pensarci sopra.

Da leggere:

Graham Turner (2008). “A Comparison of `The Limits to Growth` with Thirty Years of Reality”. Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO)

Ugo Bardi (2011). “The limits to growth revisited”. Springer editions.