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WORDS WRITTEN BY BLINKINGS: THE “UPSETTING POETRY” OF ROBERTO FABBRINI, AFFECTED BY ALS

 The incredible story of a poet and theater director who is living together with the Amyotrophic Lateral Sclerosis.

 

Words that come from blinkings. Words that take life and form from the soul’s deepest places. Words that flow from pain and from days, months and years marked by a terrible disease, the ALS, Amyotrophic Lateral Sclerosis. And this three letters word ironically and provocatively stands on the cover of a recent book by Roberto Fabbrini, edited by non-profit organization Osa and published by Fondazione Alberto Colonnetti. Its title is “Cantata in Sla Maggiore” (“Cantata in Major ALS”).

The book also collects the previous works that Roberto Fabbrini had published since 2006/2007: “Le ombre lunghe della sera” (“The evening’s long shadows”), “Controcanto” and “Il respiro degli angeli” (“The breath of the angels”) . The 256 pages tell – in the harsh, cruel, atrocious and vehement poetry language – the human journey of Roberto Fabbrini. Born and living in Abbadia San Salvatore (Siena, Italy), writer and theater director, lover of life and art, since 2004 Roberto is living together with ALS, a disease that attacks and destroys the motor neurons which determine the muscles movement. The book follows the same progressive “way” of Roberto, who at the beginning was still able to compose on the laptop keyboard, moving hands and fingers. Then, the progression of disability, up to total paralysis, pushes Roberto to communicate only with his eyes: special pc sensors “translate” blinkings in written words.

The eyes are the only body part that is resistant to paralysis. And the eyes become the filter, the special screen, from which Roberto’s life passes and flowes. Roberto is spectator and protagonist at the same time. A book, this one, that displaces us. It catches us off-balance. It throws us in the row of those thoughts inevitably ending in silence. Faced with searing poetry of Roberto Fabbrini – rooted in the devastation of a disease that takes away everything but the awareness and lucidity to be – there’s nothing to say, there is nothing to comment, there is nothing to whisper.

We only need the silence. The real, dark, deep, mysterious and deafening silence. The true silence, which is also expressed through the wonderful photos accompanying the poems; the images were taken by my fellow photographer Andrea Fabbrini (he’s Roberto son).

It’s only in the silence that we can hear Roberto Fabbrini’s cry. A chilling, hard, upsetting and poignant cry, which echoes from page to page. A cry that creates pain. A suffering voice that creates a “controcanto”. These are the thoughts that the great Italian author Andrea Camilleri wrote introducing “Controcanto” chapter: “I was really striked by the term “contro” (it means “against”, in Italian). In Roberto Fabbrini condition, being “against” could easily and perhaps naively be interpreted like to be “against” his illness, his misfortune, as poet Leopardi says. But the amazing thing it is that – thanks to this “against” – Roberto lyrically got rid of prisons of his body and he was able to draw, from this experience, a positive message for everyone. “

It’s true. Though he’s imprisoned in his ALS disease – relentless and inexorable disease – Roberto Fabbrini screams his humanity as a free man. A scream without a voice. A scream that has the lightness of an eyelid beat. A scream that leaves us stunned and, for this, even more conscious.

 Roberto Alborghetti

“CORRIERE DI SIENA” newspaper has published (Decembre 11, 2011) ROBERTO ALBORGHETTI’S article dedicated to ROBERTO FABBRINI ‘s POETRY

IL CORRIERE DI SIENA (11 dicembre) ha pubblicato l’articolo di Roberto Alborghetti dedicato a Roberto Fabbrini

PAROLE SCRITTE CON LE PALPEBRE: LA SCONVOLGENTE POESIA DI ROBERTO FABBRINI, PARALIZZATO DALLA SLA

 Parole che nascono da un battito di palpebre. Parole che prendono vita e forma nei mendri più profondi dell’anima. Parole che sgorgano dal dolore, dai giorni, dai mesi e dagli anni di una malattia, la SLA, sclerosi laterale amiotrofica. Ed è proprio alla SLA che queste parole si collegano, fin dal titolo – “Cantata in SLA Maggiore”- che campeggia ironicamente e serenamente provocatorio, sulla copertina di un recente volume di Roberto Fabbrini, curato da Osa Onlus ed edito dalla Fondazione Alberto Colonnetti. Un libro che raccoglie anche i precedenti volumi che Roberto Fabbrini aveva pubblicato a partire dal 2006/2007: “Le ombre lunghe della sera”, “Controcanto”, “Il respiro degli angeli”.

Le 256 pagine raccontano, con il linguaggio della poesia – cruda, crudele, atroce e veemente – l’itinerario umano di Roberto Fabbrini. Originario e residente ad Abbadia San Salvatore (Siena), scrittore e regista teatrale, innamorato della vita e dell’arte, Roberto dal 2004 convive con la SLA, malattia che aggredisce e distrugge i motoneuroni che determinano il movimento dei nostri muscoli. Il volume segue progressivamente lo stesso “cammino” di Roberto, che all’inizio riesce ancora a comporre sulla tastiera del computer, muovendo mani e dita. Poi, la progressione dell’infermità, fino alla totale paralisi, spinge Roberto a comunicare solo con lo sguardo, percepito dai particolari sensori di un pc che “traducono” in parole scritte i battiti delle sue palpebre. Gli occhi sono l’unica parte del corpo che resiste alla paralisi. E gli occhi diventano il filtro, lo schermo speciale, da cui passa e transita la vita di Roberto, spettatore e protagonista allo stesso tempo.

Un libro, questo, che spiazza, che prende in contropiede, che scaraventa nel girone di quei pensieri che inevitabilmente si concludono nel silenzio. Di fronte alla lancinante poesia di Roberto Fabbrini – radicata nella devastazione di una malattia che toglie tutto, ma non la consapevolezza e la lucidità di essere – non c’è nulla da dire, non c’è nulla da commentare, non c’è nulla da sussurrare.

Serve solo il silenzio, quello vero, cupo, profondo, misterioso e assordante, come è solo il vero silenzio: lo esprimono anche le stupende fotografie che accompagnano le composizioni poetiche, immagini fotografiche scattate dall’amico Andrea Fabbrini, figlio di Roberto. Ed è solo nel silenzio che possiamo udire il grido di Roberto Fabbrini: risuona di pagina in pagina, agghiacciante, duro, sconvolgente e struggente. Un grido che è dolore e crea dolore. Un grido che si fa canto e controcanto, appunto. Giungono a proposito le parole dello scrittore Andrea Camilleri che nella prefazione a “Controcanto” scrive: “Questo “Controcanto” mi ha veramente colpito. Mi ha colpito proprio il “contro”. Nelle sue condizioni il contro potrebbe facilmente e forse ingenuamente essere interpretato come un “contro” verso la sua malattia, la sua sfortuna alla Leopardi, diciamo. Invece la cosa sorprendente è proprio che grazie a questo “contro” si è riuscito a sbarazzare liricamente delle sue prigioni corporee ed è riuscito a trarre da questa esperienza un messaggio positivo per tutti.”

E’ vero: pur imprigionato nella malattia – una malattia implacabile ed inesorabile – Roberto Fabbrini urla la sua umanità di uomo libero. Un urlo senza voce. Un urlo che ha la levità di un battito di palpebre. Un urlo che ci lascia attoniti e, proprio per questo, anche più coscienti.

 Roberto Alborghetti

 Se vuoi, puoi lasciare il tuo messaggio per Roberto Fabbrini.

 

 

Prima di tutto l’uomo.

Il documentario “Prima di tutto l’uomo” di Elio Scarciglia rappresenta non solo un elemento nuovo nell’insieme dei documentari che trattano il tema della memoria storica, ma anche un esperimento audiovisivo sul quale possiamo produrci in uno studio interpretativo.

Il documentario tratta fatti accaduti tra la Prima e la fase finale della Seconda Guerra Mondiale. Questi fatti hanno a che fare principalmente con la questione dell’intolleranza verso l’altro da sé, il diverso, verso chi é portatore di una cultura e di una umanità altre. Sotto questo aspetto vi é una continuità con la storia contemporanea, una sorta di filo nero che collega la nostra storia di Occidentali, Europei, Italiani. Basta leggere la cronaca dell’ultimo ventennio. Quella proposta dal documentario é una indagine sulle prevaricazioni nei confronti di alterità etniche, politiche, sociali. E’, perciò, storia di persecuzione di ebrei, slavi, lituani, oppositori politici, omosessuali. Cioé nei confronti dei non omologati e non omologabili a ragioni di stato, di potere, non conformi a ciò che va bene per tutti. Il tema é stato scelto per il suo valore universale, in quanto problema che tocca l’umanità in generale, non solo una parte di essa. L’intolleranza é in tutti noi e tutti noi ne possiamo esser vittime.

Vorrei introdurre il documentario cercando di spiegarne l’attualità dei contenuti, dando per scontata quella del mezzo usato: il documentario girato tutto in digitale. Da più parti, non necessariamente solo da quelle nominalmente avversarie della Resistenza e dell’Antifascismo, si mette spesso in dubbio la necessità di riflettere sui temi dell’intolleranza, in parte perché si vorrebbero superati, in parte perché verrebbero da una parte non proprio eticamente pulita. Sull’ultima delle due contestazioni dirò solo che non abbiamo avuto, in questo paese, esperienza di campi di concentramento o di intolleranza per mano di entità politiche riconducibili agli antifascisti, per cui ci troviamo a parlare giocoforza della barbarie nazi-fascista.

Sul tema dell’attualità di un’argomento e di questo in particolare, spenderò, invece, un pò di tempo.

L’attualità é legata alla contemporaneità. Contemporaneo é ciò che é del nostro tempo. Non é contemporaneo solo ciò che é, o appare, più avanti. Ovvero; non é che un documentario come questo o, poniamo, un libro, che parli di fatti successi oggi sia più avanti di un documentario o un libro su fatti accaduti 70 anni fa.

Sono semplicemente 2 idee. Ognuno ne ha una sua, pur nella contemporaneità. Ognuno usa i mezzi e si concentra sui fatti che preferisce. Sono comunque contemporanei ed attuali. Anche il cosiddetto appiattimento sull’attualità dovrebbe essere oggetto di un’attenta distinzione: c’é attualità affrontata con spirito critico ed indagatore ed attualità priva di questi attributi. Parlare di fatti accaduti 70 anni fa non significa, appunto, non essere contemporanei o attuali, significa operare una scelta sugli argomenti da trattare. Quindi, anche se il nostro orologio sembra essersi fermato in un’epoca piuttosto lontana, la spiegazione sta nel fatto che abbiamo preso quel blocco di tempo come un modulo a cui riferirci, come strumento e parametro per conoscere l’uomo.

Come già osservato da Jorge Luis Borges in “Pierre Menard ovvero l’autore del Don Chisciotte”, un signore che, negli anni ’30 del secolo scorso, senza copiarlo o conoscerlo a memoria, riscrive 3 capitoli del Don Chisciotte che era stato scritto agli inizi del ’600, che cosa rende originale l’opera? Il fatto che, mutato il tempo quell’opera appare surreale se immaginata nel nostro tempo. Il tema scelto, il nostro tema, può sembrare inattuale o attuale a seconda dei diversi contesti umani ma viene trattato comunque oggi, nel 2011. E questo non é privo di senso, poiché significa che ci sono valori che rischiano di essere perduti in quella che si chiama Globalizzazione, in cui non solo Mac Donald e la Coca Cola ma anche Hollywood e Mondadori, per non parlare di Endemol, sono in campo culturale ciò che le prime sono in quello alimentare: delle schiacciasassi che annichiliscono le “biodiversità” culturali.

La posta in gioco, quindi, é alta. Si sceglie di conservare queste tematiche (e non solo nel contenuto ma anche nella forma, cosa altrettanto importante) rispetto al GF numero X o a “L’isola dei famosi”. Si ipotizza una slow-culture, cioé una cultura che non vuole travolgere il passato ma preservarlo. Un esempio. Se si va in certi paesi, nella penisola arabica piuttosto che in Asia, negli Stati Uniti piuttosto che in Europa, si può assistere ad una distruzione architettonica del passato di cui non c’é più traccia. Oggi si usa un’architettura fatta per uomini inesistenti, per uomini che non sono adatti ad esse, per uomini che non hanno bisogno di quella dimensione del vivere. Allo stesso modo, l’ipotesi della slow-culture é quella di potersi misurare con un tempo lento, un tempo dell’approfondimento e della riflessione, opposti a quello dello slogan e della frettolosa superficialità. Non dobbiamo applaudire o votare ma ragionare. C’é, quindi, una ripresa dell’interesse per tematiche forti, per l’approfondimento, in contrapposizione all’insostenibile chiacchiericcio del conformismo consumistico. Lo si vede, anche, dal numero crescente di iniziative culturali che stanno comunque imponendosi piano piano. Si tratta anche, possiamo così leggerla, di una sorta di resistenza contro l’arroganza di chi nega la storia per negare l’uomo che la fa. Ed ecco, perciò, l’importanza di un documentario dove non solo le immagini ma anche le parole, il linguaggio, hanno il loro valore, frutto del protagonismo dell’uomo concreto, di un uomo che ragiona, vive delle emozioni, quindi non é destrutturato come quello del GF, tanto per intenderci, dove é difficile trovare un capo e una coda nella narrazione se non nell’animalesca semplicità a cui vengono ridotti i protagonisti, che trasaliscono per un’occhiata, una parola sconnessa, eccetera. Quasi a voler destrutturare di proposito il cervello umano e renderlo incapace di trovare una propria via e un proprio obiettivo, facendolo invece deperire nell’entropia.

Di questo documentario possiamo dare diversi livelli di lettura che, inevitabilmente, interagiscono e si intersecano fra di loro.

La lettura politica, che indubbiamente poggia sull’inquadramento storico dei fatti narrati, per mezzo della quale ci mettiamo nelle condizioni di meglio comprendere e distinguere le opzioni in gioco, prima tra tutte l’antitesi fascismo-antifascismo, ma anche dittatura-democrazia, oriente e occidente, capitalismo-comunismo, borghesia e proletariato. Opzioni riassumibili, dall’angolazione nazi-fascista, nella lotta sia contro la barbarie bolscevica che contro le demo-plutocrazie occidentali da portare avanti anche attraverso forme di governo tanto robuste quanto indiscutibili.

Dal livello politico passiamo a quello sociale che fornisce la linfa di motivazioni ma anche pretesti a quello precedente. Più volte si é parlato della soluzione finale e dei fatti che ne hanno formato il corollario, come dell’epilogo di una lunga guerra civile e di classe che ha segnato il continente europeo dalla prima guerra mondiale fino ai fatti narrati.

Quindi, di converso, torniamo alla questione dell’opposizione borghesia-proletariato, due mondi, due realtà non meramente alternative ma altre (alterne e subalterne che siano), in opposizione tra loro. Capitalismo (mondo delle priorità dei ricchi e quindi dei borghesi) contro comunismo (mondo delle prorità dei poveri e quindi dei proletari, degli emarginati), come rappresentazione di due possibili strade della storia dell’umanità.

Vi é poi un livello culturale, dove alla lotta fra le opposte entità di borghesia e proletariato coi loro mondi di codici, regole, comportamenti, immaginario ed aspirazioni, dobbiamo congiungere una sottile e profonda analisi di ciò che é il rapporto di potere, rapporto culturale per eccellenza, di fatto sadico. Quello di potere é un rapporto sempre sadico e può essere “accettabile” (nel senso che abbiamo il dovere di gestirlo disinnescandone le potenzialità distruttive) nella misura in cui é parte costituente della struttura fondamentale e profonda dell’uomo. Il punto principale su cui focalizzarsi, sotto questo aspetto, attiene il vilipendio dei corpi che il potere compie, ed in particolare un potere così coerentemente spietato come quello nazi-fascista. La soluzione finale e gli episodi che ne prepararono il terreno sono tragicamente chiari da questo punto di vista: ciò che ci é stato tramandato dai protagonisti (vittime o aguzzini) e dalle riprese effettuate dagli alleati che entrano in quei luoghi di sofferenza, testimoniano in modo terribile a favore di questa tesi. Gente impotente, cioé che nulla poteva, torturata, massacrata, ridotta a ombra di se stessa, dopo essere passati attraverso l’inferno del rapporto sadico con altre persone che tutto potevano, anche decidere della loro vita e morte.

Vi é poi un livello umano, che prende voce attraverso la psicoanalisi o le manifestazioni artistiche, sismografi del nostro inconscio che é proprio quel livello fondamentale e profondo cui facevo cenno.

Questo é il livello senza il quale non potremmo costruire alcun consesso sociale o politiche atte a farlo funzionare ed é un livello che definirei animale, sebbene di un’animalità sofisticata e culturalmente tradotta.

E’ il livello in cui l’uomo diviene eroe o aguzzino, cede alla paura o attraverso un suo ascetico superamento dimostra ciò che é e ciò che vuole. Un esempio di umanità possibile senza il quale non saremmo qui a parlarne.

Tutti questi livelli, infine, si possono riassumere (ma non sintetizzare, perché la sintesi nella storia umana non esiste se non come mero esempio astratto filosofico, mentre esiste una stratificazione di eventi, fatti, storie che problematizzano, integrano, distinguono, arricchiscono l’essere umano) in un livello antropologico. Cos’é l’antropologia? L’antropologia è la scienza che studia l’uomo sotto diversi punti di vista; sociale, culturale, morfologico, psico-evolutivo, artistico-espressivo, filosofico-religioso ed in genere dei suoi comportamenti all’interno di una società. Cioé l’uomo in quanto rete di storie, relazioni,, possibilità espresse ed inespresse, rituali, credenze e quindi culture.

Rispetto ai tempi narrati e soffermandoci al solo Occidente, oggi, l’uomo appare diverso. Non migliore o peggiore ma diverso. Prodotto di un’altra storia e di un altro vivere sociale.

Il documentario prova anche a tracciare un parallelo, un confronto, tra queste due umanità, tentando di cogliere continuità e discontinuità tra di esse.

Collegamenti: Video 1, Video 2, Scarciglia sulla pittura della Ghirardi

LE IMMAGINI DEI MURI-TRASH ORA SONO SETA D’AUTORE

Le Lacer/azioni di Roberto Alborghetti sono diventate textile design. In collaborazione con Bruno Boggia, Studio che lavora con i più noti stilisti internazionali.

C’era una volta un rifiuto… Era la carta – sporca, strappata, lacerata ed usurata – della pubblicità affissa sui muri delle nostre città. Forse impensabile che, dai rifiuti cartacei, si potesse trarre ed estrarre qualcosa di bello e di esteticamente suggestivo. Eppure, penso di avercela fatta, con il mio progetto “Lacer/azioni”, a trasformare la carta-trash in un soggetto d’arte, o quantomeno in un prodotto guardabile.

Lo stanno a dimostrare le mie tele e litografie, e pure i videoclips, che girano su decine e decine di siti in tutto il mondo. Ed ora, lo prova anche una singolare sperimentazione, che è diventata realtà grazie allo Studio Bruno Boggia Disegni (www.boggiadisegni.it) che da oltre sessant’anni lavora con i tessuti ed i più famosi stilisti del mondo (qualche nome: Capucci, Lacroix, Valentino, Lancetti, Mila Schon, Chanel, Celine, Dior, Y.S.L., Etro, Escada, Donna Karan, Paul Smith, l’emergente newyorkese Rolando Santana…)

A Bruno Boggia, fondatore del prestigioso Studio di Como, i miei artworks “Lacer/azioni” erano piaciuti subito. Vi aveva ritrovato forme, colori e soluzioni grafiche da arte contemporanea. Che sono poi quelle che anch’egli usa ed impiega, con l’aiuto dei suoi bravi disegnatori, per ideare trame e motivi per i tessuti, soprattutto sete, i cui bozzetti sono venduti in tutto il mondo.

Detto e fatto. Bruno Boggia, con la preziosa assistenza della figlia Lucia e con il supporto delle sue collaboratrici, mi ha aiutato nella scelta di alcuni artworks da trasformare in sciarpe di seta, confezionate con tutti i crismi del caso. E così, nel giro di pochi giorni, l’impresa è giunta al traguardo. La carta-trash è ora l’eleganza, la delicatezza e la lucentezza di sciarpe di seta.

Anch’io, quando mi sono passato le sciarpe tra le dita, mi sono per cosi dire commosso. Penso che sia un risultato per certi versi straordinario. Sicuramente innovativo. Le fotografie di un paio di sciarpe, che qui sono riprodotte insieme ad un videoclip, lo stanno a dimostrare. E ancora più efficace, sul piano estetico, è stato quando le collaboratrici di Bruno Boggia si sono messe a indossare le sete di “Lacer-azioni”. Una personalissima “passerella”, in cui venivano risaltate la singolarità e l’unicità di immagini prese dalla realtà. Immagini che in origine erano sporche carte strappate, lasciate decomporre sui muri o sui pannelli della pubblicità.

Ora, eccole, diventate bellissime e morbide sciarpe di seta. Incredibile, ma vero. Grazie a Bruno Boggia, a Lucia, a tutto lo Studio di Como, per avere reso possibile questo impensabile sviluppo creativo del mio progetto.

Roberto Alborghetti

 LINK AL VIDEOCLIP

http://www.youtube.com/watch?v=dEeNrcyTvzM

 

TUTTO UN PAESE IN SCENA

 

Montefalcone Valfortore (Benevento, Italia): una mostra fotografica ripercorre la straordinaria rappresentazione della “Via Crucis” che nell’aprile scorso ha mobilitato tutta la popolazione.

 Un evento nell’evento. La mostra fotografica allestitita presso il Centro Sociale (piazza Medaglia d’Oro) di Montefalcone Valfortore è davvero una singolare opportunità per rivivere momenti ed emozioni legati alla “Via Crucis Vivente” andata in scena lo scorso 23 aprile 2011. Una grande manifestazione di teatro e di popolo è infatti riproposta attraverso quasi duecento scatti che raccontano – anche a chi non ha avuto modo di presenziare all’evento – una straordinaria rappresentazione che, per una intero pomeriggio e buona parte della sera, ha visto un intero paese “fare teatro”. Non era la prima volta che Montefalcone ospitava le scene che raccontano gli ultimi istanti di vita di Gesù di Nazareth. La prima edizione si tenne nel 1978. Venne successivamente riproposta nel 1979, nel 1980, nel 1985 e nel 2001. Così, dopo dieci anni, l’idea è stata rilanciata, con grande consenso di pubblico.

Nel vedere le immagini esposte alla mostra, si ha una visione ovviamente parziale dell’evento che ha visto calcare le scene a cielo aperto circa duecento tra attori, figuranti, scenografi, tecnici, addetti alle luci ed alla fonica. Insomma, quasi un intero paese è sceso per le strade e le piazze, rappresentando le quattordici stazioni della via crucis, nella suggestiva cornice del centro storico di Montefalcone. Sia pure con le dovute differenze, la comunità fortorina è sembrata riecheggiare le atmosfere di analoghe manifestazioni che si tengono ad Oberammergau (Germania) e a Sordevolo (Vercelli) dove da tempo è messa in scena la “passione di Cristo”, coinvolgendo comunità e territori locali.

Non è stato facile compiere l’impresa. Ma a Montefalcone, quando Leonardo Agrella (alla regia), Chiara D’Alessio e Ireneo Calò – che hanno coordinato l’evento – hanno lanciato la sfida, l’Amministrazione Comunale e la Parrocchia di Santa Maria Assunta non si sono tirati indietro, decidendo di investire in un evento di sicura presa.

Mi racconta Leonardo Agrella, artigiano, appassionato di teatro e regista della“Via Crucis Vivente”, che incontro davanti alle immagini della mostra : “Tutto è partito il 20 gennaio scorso. Ed in soli tre mesi abbiamo davvero fatto…miracoli per allestire la rappresentazione. Abbiamo avuto subito il sostegno del sindaco dott.ssa Assunta Gizzi e del parroco don Annibale Di Stasio, che ha preso parte al team che ha elaborato la sceneggiatura e che ha curato la produzione. Tutte le settimane, da lunedi e venerdi, ci siamo trovati a progettare, redigire, preparare la messa in scena. Abbiamo provveduto al casting, con la scelta delle figure principali come Gesù (interpretato da Mario De Tomo), Pietro (Rocco Palazzi), Giuda (Christian Lucarelli), Giovanni (Dario Curcio) e Maria (Iolanda Picuccio). E poi la preparazione del Coro, la selezione dei brani musicali – tutti eseguiti dal vivo da un gruppo di musicisti -, le scenografie, il service acustico, la tecnica di scena. Insomma, un gran lavoro, tenendo presente che i vari movimenti coinvolgevano decine e decine di figuranti, il cosiddetto “popolo” “.

Un’attenzione particolare è stata posta sui costumi, che sono stati forniti dall’agenzia di Adriana Monaco, di Ariano Irpino, specializzata in abiti di scena. Va detto che nella sua prima edizione, nel ’78, la “Via Crucis Vivente” si svolse con i costumi che erano serviti alla produzione del celebre “Gesù” di Franco Zeffirelli, allora messi a disposizione da Michele Trotta, originario di Montefalcone. Oltre 160 i capi di vestiario – armature comprese – indossati il 23 aprile scorso dagli attori della sacra rappresentazione che, per ben cinque ore e mezzo, dalle 16 alle 21,30, si è snodata tra le architetture del paese sannita. Una grande folla, proveniente anche da altri paesi del Beneventano, ha partecipato alla messa in scena delle “stazioni” della “passione”, che si è conclusa nell’oscurità delle ore notturne sul colle che domina Montefalcone (Ngopp u Palazz). E sono effettivamente le scene della crocifissione – esaltate dall’ottimo allestimento delle luci – a risaltare nelle 180 immagini della mostra, curata da Fotografart di Foiano. Il percorso fotografico fa sorgere spontanea la domanda se la “ Via Crucis Vivente” verrà calendarizzata anche nel futuro. Leonardo Agrella esprime l’auspicio che si possa ripetere, magari a cadenza ciclica, ogni due o tre anni. Anche il sindaco Gizzi non nasconde l’idea che l’evento possa avere una scadenza fissa, trasformandosi in un appuntamento di sicuro richiamo del comune fortorino. Certo, è anche un problema di budget, risolto quest’anno grazie al sostegno degli sponsor, dei volontari, delle associazioni locali e di tanti amici e collaboratori che hanno sottoscritto un impegno preso in un fredda giornata di gennaio. A conti fatti, l’impresa è costata non più di 10 mila euro. Ed anche questo – anche a fronte degli eccellenti risultati – è un altro “miracolo” prodotto dalla voglia di fare e dall’entusiasmo della gente di Montefalcone.

Roberto Alborghetti