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“I’LL HEAL BY MYSELF”: ON LAKE COMO THE PRESENTATION OF THE NEW EDITED BOOK BY ROBERTO ALBORGHETTI – THE EXTRAORDINARY AUTOBIOGRAPHY OF CESARE FUMAGALLI

LENNO, ON LAKE COMO, WILL HOST THE NATIONAL PRESENTATION OF “I’LL HEAL BY MYSELF – THE CESARE FUMAGALLI AUTOBIOGRAPHY” EDITED BY ROBERTO ALBORGHETTI

The first national presentation of the book “Io mi guarirò”“I’ll heal by myself / Cesare Fumagalli Autobiography“- edited by Roberto Alborghetti and published by Marna-Velar, will take place in Lenno (Lake Como, Italy) in the evocative and wonderful Piazza February 11. The meeting will be held on Wednesday August 22, 2012 (starting at 9 pm), in the presence of the protagonist of the book and the editor of the work, as part of summer events promoted by the City of Lenno and the Tremezzina Municipalities Union.

LENNO, ON LAKE COMO, WILL HOST THE NATIONAL PRESENTATION OF “I’LL HEAL BY MYSELF – THE CESARE FUMAGALLI AUTOBIOGRAPHY” EDITED BY ROBERTO ALBORGHETTI

It’s not by accident that “I’ll heal by myself” – a title that can not fail to attract attention from the title – will be premiered in Lenno. Indeed, the volume has been prepared, in his first draft, exactly in Lenno one year ago. The landscape and climate of the beautiful resort on the Lake Como were the background for the preparation of a work that chronicles the life, in some ways extraordinary, of Cesare Fumagalli.

A book, indeed, to tell a human story with often painful and dramatic implications. In his autobiography, Cesare Fumagalli traces the key moments of his seventy years, childhood, the terrible years of war time, the hard work, physical disability, marriage, children, the painful experience, an encounter with his master Pino, recovery, rebirth, trips to the beautiful island of Tonga, the discovery of its ability to massage, the treatment of many people with acupressure, his passion for art and painting, the deepening of Hamer’s German New Medicine, the power and effects of fasting on physical well-being, until the day of those implacable report and diagnosis… A cancer to be surgered ​as soon as possible. Cesare reacted using the knowledge acquired in his experiences, convinced – like Marie Curie said – that in life there is nothing to fear, but only to understand.

IO MI GUARIRO’ (I’LL HEAL BY MYSELF”) – THE BOOK COVER

Fumagalli’s autobiography was titled “I’ll heal by myself”. But there’s nothing to be equivocated. Among the pages you will find nothing miraculous and wondrous, or anything likely to be misled by a painful personal history, weighted and metabolized by that positive energy coming from people who love life. “I’ll heal by myself” – Roberto Alborghetti writes in the opening pages – is a beautiful and intense expression that refers to all that potential that is inherent in every human being, a force that sometimes we forget to hold and put in motion and in play .

” I’ll heal by myself” tells us about an objective reality: we do not need a “miracle”, but a healthy, wholesome personal awareness about our ability to react and re-build. Cesare Fumagalli autobiography reminds us that “going forward” in life, means practicing skills, knowledge and perseverance which – together with faith, the power to dream and hope -  are the key to our evolution.       

Therefore, it’s not to be missed this event in Lenno, on Lake Como, in the beautiful and recently renovated square where the Romanesque Baptistery stands as an ideal setting for a book that is a story of hope and confidence in life.  

 The book is only in Italian language, but Marna-Velar is planning an English version for E-book market.

www.iomiguariro.wordpress.com/

ONE OF THE BEAUTIFUL PAINTINGS CREATED BY CESARE FUMAGALLI

Dai monti del Kurdistan: chiacchierata in un villaggio di confine

Introduzione

Il testo che segue è la trascrizione di una chiacchierata fatta con un gruppo di ragazzi di una borgata in montagna, nella regione del Kurdistan che si trova nei confini dello Stato turco. È il frutto di un incontro avvenuto durante il viaggio di alcuni compagni nel periodo del Newroz, l’antica festa di origine zoroastriana che ogni 21 marzo celebra, con l’inizio della primavera, una sorta di capodanno, di risveglio, occasione per la rivendicazione dell’identità del popolo curdo e della sua vitalità e resistenza.
Come sottolineano loro stessi alla fine del discorso, gli amici intervistati non sono dei militanti politici, né dei teorici e nemmeno dei guerriglieri. Ma il fatto di essere dei semplici montanari non esclude che essi siano o possano essere, in un certo senso, un po’ tutte e tre le cose. Ragazzi qualsiasi, infatti, ma dalle cui parole emerge chiaramente l’alto livello di partecipazione alla lotta, di consapevolezza del dibattito politico, così come della vicinanza e internità al mondo della resistenza armata.
Il solo fatto che il PKK rappresenti, in questa fase storica e in un’area del pianeta a noi tutto sommato vicina, l’ultimo movimento di guerriglia popolare, esteso, vitale e radicato, dovrebbe rendere evidenti le ragioni per cui riteniamo di grande interesse confrontarcisi e saperne di più. Questo dovrebbe risultare ovvio per chiunque si ponga, di fronte all’incedere dei disastri e delle ingiustizie della civiltà capitalista, nell’ottica di un suo superamento radicale e rivoluzionario.
Dalle parole di questi amici incontrati sul nostro cammino – oltre che dai loro sguardi e dalle loro vite, difficilmente trascrivibili – emergono problemi e prospettive profondamente in sintonia con i nostri. Nonostante le ovvie distanze, derivanti dai diversi contesti storici e geopolitici, non ci accomunano soltanto la coscienza di aver gli stessi nemici (gli Stati nazione e lo sfruttamento capitalista, innanzitutto), ma anche le comuni tensioni che stanno alla base delle possibilità individuate per il loro abbattimento.
Il rifiuto della rivendicazione di un nuovo Stato nazione e di nuove frontiere; la proposta di una federazione di comunità di villaggi che travalichi i confini nazionali; la centralità data alla “partecipazione popolare” come riduzione all’indispensabile dei meccanismi della delega; l’orizzontalità nei processi decisionali… L’egualitarismo e la lotta contro i residui di tradizioni oppressive e patriarcali; la strenua difesa del proprio patrimonio linguistico, storico e culturale, ma nel rifiuto di ogni identitarismo escludente.
Cosa ancor più significativa, tutte queste istanze non sono un discorso politico astratto, ma il campo di battaglia quotidiano, il tentativo di organizzare, qui e ora, una struttura confederale, un coordinamento reale tra paesi, quartieri, collettivi, alternativo a quello dello Stato centrale e volto a delegittimarne e scalzarne la presenza. E così è anche sul piano del conflitto “in montagna”, dove il PKK sta tentando di coniugare la resistenza armata con la pratica al proprio interno di un modello di vita e di organizzazione alternativo a quello capitalista. La guerriglia, cioè, non è vissuta soltanto come uno strumento militare, di attacco o di difesa, ma anche come un’opportunità per sperimentare in territori parzialmente liberati rapporti sociali diversi da quelli dominanti.
Queste sono le tensioni, profonde e viscerali, che abbiamo sentito prevalere negli uomini e nelle donne del popolo curdo che combatte. E ciò al di là dei termini con cui queste tensioni
vengono espresse, che spesso possono stridere nel linguaggio politico cui siamo abituati (come il termine «democrazia»). Ciò non può giustificare il disinteresse o addirittura la diffidenza che troppo spesso i movimenti rivoluzionari in Occidente riservano alla lotta del popolo curdo e non solo. Una diffidenza che a nostro avviso deriva più che altro da un cronico eurocentrismo e senso di superiorità che, in particolare in ambito radicale e libertario, segnano l’approccio alle lotte per l’autodeterminazione dei cosiddetti «popoli senza Stato». Ma crediamo che anche chi non avesse interesse alcuno ad allargare il proprio sguardo oltre i conflitti che lacerano le metropoli occidentali, avrebbe tutti i motivi per confrontarsi con quelle esperienze e quelle lotte da cui gran parte dei “nuovi proletari” d’Occidente provengono.
Chiaramente, poi, quello che i curdi riusciranno effettivamente a realizzare è un’altra storia, che non dipende solo da loro. Dipende anche, e forse soprattutto, da quanto lo Stato turco continuerà a ricevere il sostegno dei governi occidentali grazie all’indifferenza dei loro “cittadini”. I curdi ce la stanno mettendo tutta per conquistare sul campo una vita diversa, su questo non ci piove. E su quel campo non crediamo proprio di aver le carte in regola per poter andare in giro a dar lezioni. Anzi. In particolare per noi – che come «Alpi libere» abbiamo individuato nel territorio che abitiamo, la montagna, l’ambito di intervento privilegiato per sperimentare percorsi di resistenza e liberazione – il confronto con simili esperienze costituisce un bagaglio di stimoli e conoscenze più che mai utile e prezioso.

Alpi libere – fine aprile 2012

Intervista a più voci in un villaggio in montagna nel Kurdistan turco, nella provincia di Hakkari realizzata a fine marzo – inizio aprile del 2012

Per ragioni di sicurezza si è scelto di non riportare i nomi dei ragazzi intervistati né quello del villaggio.

Il PKK negli ultimi anni ha elaborato una teoria della resistenza che sfugge all’impostazione classica dei movimenti di liberazione nazionale (cioè la lotta per la costruzione di uno Stato indipendente) elaborando una progettualità che va a rompere radicalmente con quel modello di Stato nazione che è stato alla base della politica e di gran parte dei disastri del Novecento. Ci potete spiegare meglio questa rottura e qual è il tipo di organizzazione sociale che il PKK ipotizza?

I: Abdullah Öcalan, nel passato, aveva progettato soluzioni che prevedevano la costruzione di un’organizzazione sociale di tipo statale, un’organizzazione fondata sulla costituzione di un nuovo Stato. Ma col tempo ci si è resi conto che nel processo di creazione di uno Stato nazione un popolo viene inevitabilmente “schiacciato” (spogliato della sua identità), si viene a creare una condizione di ingiustizia in cui l’istituzione perde di senso. Stato significa sfruttamento del popolo. Per questo, e guardando anche ad alcuni esempi storici, a partire dal Muro di Berlino, nel pensiero di Öcalan i confini hanno perso la loro importanza. Ora noi non vogliamo più uno Stato indipendente, un Kurdistan indipendente, ma una sorta di repubblica democratica, che potrà chiamarsi “Turchia” o “Kurdistan”, il nome non è importante. Abbiamo cambiato la nostra strategia, che vedeva come obiettivo primario la creazione di uno Stato nazione curdo, perché abbiamo compreso che Stato significa sfruttamento dei popoli, significa “mangiare il lavoro del popolo”; lo Stato è una struttura che ruba la linfa, l’energia popolare per auto-sostenersi e riprodursi. Per questa ragione il PKK si oppone a questa “mentalità statalista”, Stato-centrica, e ha cambiato la sua strategia.

Quali cambiamenti ha portato, nella vita quotidiana dei villaggi e in generale nella mentalità del popolo curdo, la nascita e lo sviluppo della guerriglia del PKK?

F: Per prima cosa, dalla formazione del PKK lo Stato fu costretto a cambiare il suo approccio nei confronti del popolo e del territorio curdo. La venuta del PKK ha determinato una differenza sostanziale nel comportamento e nelle pratiche dello Stato turco: esso ha dovuto ripensare una nuova strategia. Si può dire che per i curdi il PKK ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, una assicurazione sulla vita, un’assicurazione di libertà, una garanzia di sicurezza.
I: In primo luogo, dopo la costituzione del PKK abbiamo pian piano cominciato a sentire il bisogno di interrogarci sulla nostra identità, sul nostro passato, e sulle culture dell’umanità in un’ottica universale; il PKK ci ha fornito questo stimolo. Prima del PKK non avevamo mai sentito la necessità di pensare, interpretare, interrogare noi stessi sul mondo, l’uomo, la natura; come persone “normali”, non educate, pensavamo solo a riempirci lo stomaco e ai nostri bisogni individuali. Da una piccola finestra osservavamo il mondo, “il nostro mondo”, un mondo limitato, confinato, come se non esistesse nient’altro al di fuori. Non ci eravamo mai chiesti da chi e da dove proveniamo, quali sono le nostre origini, cosa dobbiamo/vogliamo fare come uomini e donne, come curdi, non sentivamo la necessità di ricercare e riflettere su questi temi. Ma fuori ci sono altri popoli, altre lotte. Il PKK ci ha dato questa consapevolezza: la consapevolezza dell’importanza di ri-pensarci in un contesto al tempo stesso locale e internazionale.
In secondo luogo, soprattutto qui, nella regione sud-orientale della Turchia, la struttura sociale tribale e il potere degli Ağa e degli Şehik [Ağa: signori, lord, latifondisti; Şehik: personalità carismatiche, influenti, con un alone di santità, cui spettava un’obbedienza reverenziale, ndR] era aumentato moltissimo, era un sistema consolidato e diffuso in maniera capillare e penetrante. In un villaggio solo la parola dell’Ağa aveva valore, un “normale” cittadino non aveva il diritto di dire la sua, l’Ağa rappresentava l’intero villaggio nei rapporti con l’esterno, sue erano le decisioni – buone o cattive, giuste o sbagliate che fossero –, ciò che lui diceva si faceva. Il PKK è riuscito a cambiare tutto questo, ha eliminato il potere degli Ağa, ha sradicato il sistema feudale.

Un altro punto, un’altra dimensione in cui il PKK ha apportato dei cambiamenti, è quella dei diritti delle donne. Noi, in passato, guardavamo le donne completamente in un altro modo, le consideravamo uno strumento, un oggetto. In particolare poi, per la tradizione islamica, si dovevano rispettare regole molto rigide: senza velo una donna non può uscire, non può entrare in un luogo in cui siano presenti uomini sconosciuti, e molti altri divieti di questo tipo. Grazie al PKK e alla sua ideologia abbiamo superato queste “regole” e divieti, abbiamo finalmente compreso che la donna è un essere umano (e come tale ha dei diritti e una voce).

Questo è avvenuto principalmente grazie al crescente ruolo che le donne hanno assunto entrando in guerriglia, oppure anche per una produzione teorica che rivendicava la liberazione della donna?

I: Al di là della partecipazione femminile alla guerriglia, possiamo dare un esempio concreto del cambiamento nella vita quotidiana della donna a partire proprio dalla nostra famiglia. Nel periodo precedente la venuta del PKK, a casa nostra la situazione non era come quella che potete vedere ora. Le nostre donne, le nostre sorelle, non erano così libere di muoversi e di vestirsi in un certo modo, non si sedevano in sala se c’erano ospiti “sconosciuti” di sesso maschile. La vita della donna è cambiata anche qui, non solo in montagna (con la guerriglia). Chiaramente, però, si può dire che è grazie alla resistenza in montagna che anche qui, nei villaggi, sono avvenuti cambiamenti sorprendenti.
S: Comunque sì, il PKK ha elaborato una produzione teorica sulla liberazione della donna diretta non soltanto alla dimensione politica, ovvera alla donna guerrigliera, ma anche alla dimensione più privata. Il PKK ha teorizzato all’interno della sua ideologia un nuovo ruolo per la donna. E l’influenza del PKK ha avuto anche conseguenze sul piano della religione, del suo peso nella vostra vita quotidiana?
H: Sì. Il nostro punto di vista di oggi, rispetto al tema della religione, delle religioni, è molto diverso da quello di una decina di anni fa. Prima di leggere gli scritti, la produzione teorica del PKK, come popolo siamo sempre stati molto legati alla credenza nella sorte, nel destino. L’oppressione e le ingiustizie che ci venivano fatte le percepivamo come il nostro destino già scritto. Gli uomini di fede ci avevano insegnato a non discutere mai sugli accadimenti della vita, non avremmo mai potuto cambiarli, solo Allah avrebbe potuto. Non potevamo, o meglio non pensavamo di potere, discutere di Corano, Dio, destino… Ora invece, soprattutto tra noi giovani, non tanto con gli anziani, ne discutiamo liberamente. Se ancor prima che nascessimo Allah aveva già previsto che dovessimo espiare certe colpe, possiamo ora cambiare il corso delle cose o il destino è gia stato scritto e dobbiamo limitarci a seguire il corso degli eventi?
Un altro esempio: secondo quanto abbiamo imparato e ascoltato dagli anziani e dagli uomini di religione, i non musulmani non sarebbero mai potuti entrare in paradiso; grazie al PKK ci siamo liberati di queste idee e giudizi. Ora secondo noi, ammesso che il paradiso esista, che uno sia italiano, americano, arabo o di qualsiasi altra nazionalità o religione, è sufficiente che sia giusto, che sia una persona degna, corretta, le strade sono molte e anche lui entrerà in paradiso; essere musulmano non è una condizione essenziale. Perché dico questo? Perché dalla venuta del PKK il nostro punto di vista sulla dimensione religiosa è cambiato. Non facciamo discriminazioni di razza o religione. È chiaro che non possiamo generalizzare, ma tutti coloro che hanno letto e danno importanza alle idee e al pensiero del PKK la pensano in questo modo, il cambiamento è evidente.

Quanto è diffusa l’influenza culturale del PKK nei villaggi?

F: Per quanto riguarda questo argomento è molto importante il ruolo che hanno i media. Il Sistema sa utilizzare molto bene lo strumento mediatico contro il PKK. Cerca di influenzare la gente danneggiando l’immagine del PKK, bollandolo come un’organizzazione “contro la religione”, estremista, un’organizzazione terroristica. Lo Stato cerca di rovinare l’immagine del PKK nelle menti delle persone, nascondendo l’essenza, la realtà, la verità del suo lavoro, e di conseguenza non solo i turchi (che vivono nell’Ovest del Paese) ma anche molti curdi (che vivono nell’Est) non riescono a recepire in modo autentico il discorso teorico del PKK. (…)
I: Volevo aggiungere che il pensiero e il progetto del PKK sono stati compresi soprattutto da quelle persone che hanno avuto la possibilità di studiare, da quel gruppo che si è formato a contatto con il Partito.
A dire il vero, la domanda che ci avete fatto è molto importante: quante persone hanno assimilato, assorbito, fatto proprio questo pensiero? Quanto lo stanno mettendo in pratica nelle loro vite? Parlando chiaramente, la ragione per cui non siamo così tanti ad aver fatto nostro il pensiero del PKK risiede nel fatto che il PKK è nato trenta anni fa e soltanto negli ultimi dieci anni “entra ed esce dal popolo” (cioè ha conquistato un’agibilità politica che va oltre la lotta armata in montagna). Per i primi venti anni il PKK ha combattuto violentemente contro lo Stato e il popolo molto spesso lo vedeva come un mostro, solo negli ultimi dieci anni è riuscito a entrare e agire nell’arena politica e il popolo lo ha accettato in parte. Chiaramente ci sono persone con una mentalità rigida, inflessibile, ormai strutturata, per esempio mio padre ha sessant’anni e difficilmente riuscirai mai a fargli cambiare completamente determinate idee, valori, modi di fare e di pensare, al limite potrà cambiare in parte… per di più non ha studiato e le persone senza alcuna formazione difficilmente possono comprendere gli scritti di Öcalan. Anche le nostre donne (che non hanno studiato) non possono capire, noi stessi non comprendiamo del tutto alcune cose… i miglioramenti sono avvenuti col tempo, grazie ai nostri sforzi e alla frequentazione quotidiana del partito… Numericamente parlando non sono in molti ad aver compreso i pensieri, le teorie ma siamo assolutamente certi che nei prossimi dieci-quindici anni questa percentuale salirà del 100%, anzi del 300%, perché oggi i giovani studiano e si formano…
S: Posso aggiungere una cosa? Le persone che avevano compreso il pensiero del PKK fino al 2005 erano poche, ma dal 2005, grazie alla diffusione del progetto del KCK [letteralmente: Unione delle Comunità del Kurdistan, ndT], il loro numero è cresciuto notevolmente.
K: Comunque, ora stiamo parlando delle mancanze e delle debolezze, d’accordo, ma se guardiamo alla storia del popolo curdo non c’è mai stata una resistenza così grande e forte, non siamo mai stati così vicini alla libertà. Tutte le rivoluzioni del passato nel Kurdistan (si parla di un totale di 29 sollevazioni) sono state rivolte regionali: se guardiamo alla rivolta di Şeyh Saıt, di Seyid Riza, di Mustafa Barzani, in tutte e quattro le aree in cui è diviso il Kurdistan… in nessuna di queste rivolte ci siamo mai avvicinati così tanto alla libertà. Per questo, secondo me, la rivoluzione del PKK è quella che più ci sta avvicinando alla libertà.

A cosa ti riferisci quando parli di queste rivolte curde del passato? Potreste spiegare meglio questo concetto e, in particolare, qual è il rapporto che individuate tra quest’ultima fase di rivolta, quella guidata dal PKK, e quelle precedenti? È un rapporto di rottura o di continuità?

H: Questo è importante… La rivolta di Dersim è rimasta a Dersim, la rivolta di Ağrı è rimasta limitata ad Ağrı, ma la rivolta del PKK ha incluso tutti i curdi: ha compreso i curdi di Turchia, Iran, Siria, i curdi della diaspora europea, solamente i curdi iracheni, influenzati dal Sistema, sono rimasti fuori da questa lotta anche a causa dei passati conflitti con il PKK. Il PKK ha cercato di comprendere la totalità dei curdi, ed è riuscito a estendere i confini della lotta.
I: Delle rivolte del passato, quella più forte e numericamente più consistente è stata quella guidata da Mir Bedirhan, avvenuta nel 1842, durante il periodo ottomano. È stata, questa, la rivolta più “nazionale”, potremmo dire, ovvero quella che ha cercato di ricomporre l’unità curda, ma nonostate questo Mir Bedirhan non è riuscito a rompere la struttura sociale di potere clanica e tribale. È stato costretto a sottostare ai poteri locali facendo degli accordi con i capitribù e gli Ağa, per esempio cedendo la regione di Hakkari all’Ağa di Hakkari, l’amministrazione della regione di Ağrı all’Ağa di Ağrı, ecc.
Il PKK non ha agito in questo modo, anzi: all’inizio della lotta armata il PKK ha combattuto – certo – contro lo Stato, ma il suo nemico principale sono stati soprattutto i “signorotti” curdi locali, proprio per spezzare il sistema di potere legato alla figura degli Ağa, per rompere con questo sistema feudale. Anche per questo noi guardiamo al PKK con un occhio diverso.
Inoltre, se il braccio armato del PKK può contare su circa 10-15 mila uomini, l’esercito di Mir Bedirhan, nell’800, poteva contare su 100 mila uomini, e poteva quindi rimpiazzare e rinnovare velocemente le sue forze. Nonostante questo il Mir resistette per tre anni, mentre il PKK, con le sue forze limitate, sta resistendo ormai da trenta. Questo è un altro degli aspetti che segna la differenza della rivolta guidata dal PKK da quelle del passato.

Da quanto detto finora, quindi, quello che abbiamo definito una “rinuncia” all’indipendenza nazionale non è soltanto il frutto di questa fase storica contingente o di una debolezza militare, ma rappresenta la prefigurazione di una società diversa. Questo è, a nostro avviso, l’aspetto più interessante, ovvero questa prospettiva di un’organizzazione orizzontale, non gerarchica, in particolare in quanto proposta in un momento in cui il sistema capitalista sta mostrando ovunque la sua crisi. Come vedete quest’organizzazione – teorizzata da Öcalan – di confederazione di villaggi, comuni, quartieri autogestiti? La considerate un modello di valido solo per lo scenario curdo o come qualcosa di esportabile su scala mondiale?

I: Il progetto denominato Demokratik özerklik, “Autonomia democratica”, è un progetto che prevede un’organizzazione sociale in cui tutti i popoli possano convivere in maniera democratica. Non è un progetto creato ad hoc solo per il popolo curdo, ma è stato concepito, da Öcalan, come un piano valido in generale, anche per i turchi, per tutta la Turchia. Noi non abbiamo rinunciato a tutto: quello a cui abbiamo rinunciato è un Kurdistan indipendente, abbiamo – potremmo dire – “rinunciato ai confini”.
Le aree, le regioni in cui i turchi sono la maggioranza dovrebbero essere amministrate dai turchi, quelle in cui lo sono i curdi saranno i curdi ad amministrarle, quelle a maggioranza araba dagli arabi e via dicendo. L’importante è che se in questi territori ci sono persone di razze e credo diversi anch’esse abbiano il diritto di esprimersi e di vivere in libertà. L’essenza dell’“Autonomia democratica” è questa: persone di razze, fedi, lingue differenti possono vivere insieme in modo democratico: autogestendosi.
Pensiamo, ad esempio, all’amministrazione “locale”: in Turchia, la provincia di Hakkari è amministrata da un governatore provinciale (vali), il comune di Yüksekova da un governatore comunale (kaymakan) [non si tratta di enti locali eletti dal popolo ma di una diramazione dell’istituzione statale con nomine che provengono direttamente dal governo centrale, ndR]. Öcalan rigetta questo tipo di amministrazione, di gestione. Come può un solo uomo governare un’intera città, provincia, ecc.? Come può quest’uomo sapere le problematiche del nostro villaggio? Come fa una persona che vive nel villaggio X a conoscere le difficoltà del villaggio Z?
Quello che propone il PKK è l’istituzione in ogni villaggio di una “Comune di Villaggio”, in ogni quartiere di un “Parlamento di Quartiere”. Per esempio, se ci sono dei problemi nel nostro villaggio, saranno tutti i suoi abitanti a prendere collettivamente le decisioni per risolverli, poi riuniti in Comune informeranno il Parlamento di Città, che a sua volta informerà l’organo al di sopra di esso, il Parlamento di Provincia, che infine informerà lo strato più alto dell’organizzazione, diciamo Ankara, al quale dirà di implementare la decisione presa. Ad Ankara cioè rimarrà soltanto il compito di concretizzare, di eseguire quel che gli viene indicato dalla base. È in questa prospettiva che, nel pensiero di Öcalan, è fondamentale la creazione delle Comuni di villaggio e dei Parlamenti di città. Il governatore non può essere nominato dal potere centrale: se esiste la carica di governatore questo deve poter essere scelto dal popolo, è il popolo che deve dire: «Io voglio o meno questa persona come governatore». Inoltre, al momento, il mandato di un governatore è di cinque anni, ma non dovrebbe essere così: se il popolo ritiene che questo non stia adempiendo ai suoi compiti, che non sta agendo secondo il volere di tutto il popolo, allora dovrebbe avere il diritto di rimuoverlo dalla carica. Questo dovrebbe valere per tutte le cariche, dai sindaci ai deputati: in qualsiasi momento, senza dover aspettare la fine del mandato, le Comuni di Villaggio o i Parlamenti di Quartiere dovrebbero potersi riunire e prendere una decisione.

Quali sono gli strumenti di coordinamento di cui vi state dotando in questa fase, per organizzarvi nei paesi e coordinarvi tra villaggio e villaggio?

H: Sulla questione dell’organizzazione possiamo farvi un esempio pratico, che riguarda il periodo preelettorale, quando sono stati scelti i nostri candidati al Parlamento. Nel territorio intorno alla città di Yüksekova, per esempio, ci sono 21 Comuni di Villaggio e ogni quartiere della città ha il proprio Parlamento. Ci siamo riuniti in circa 50-60 persone – 5 di un villaggio, 5 di un altro, ecc. – e abbiamo visitato tutti i villaggi della zona, casa per casa, spiegando come organizzarsi per il voto, anche alle persone analfabete. Abbiamo diviso l’area in “zone di voto”: una zona avrebbe votato Esat Canan, una zona Adil Kurt, un’altra Selahattin Demirtaş. Così, con una media di 21-23 mila voti, siamo riusciti a eleggere tutti e tre i nostri candidati. Se non ci fossimo coordinati e nella zona di Adil Kurt avessero votato, ad esempio, per Demirtaş e costui avesse preso 30 mila voti, Kurt sarebbe sceso a 20 mila voti e probabilmente non saremmo riusciti a eleggere tutti e tre. Questo è il nostro modo di organizzarci: riunire le Comuni in una rete che coordini tra di loro le comunità dei villaggi e gestisca le decisioni prese.

Recentemente, nei Paesi Baschi, la gran parte del movimento abertzale sembra aver appoggiato la decisione di sospendere la lotta armata in quanto vissuta più come un ostacolo che non come uno strumento utile alla lotta. Rispetto a ciò, qual è, nel vostro movimento di liberazione, il ruolo di un’organizzazione di resistenza armata in montagna? Qual è la differenza con i Paesi Baschi e perché, in Kurdistan, c’è un esercito guerrigliero che ha ancora un ruolo fondamentale?

K: La storia del PKK è cominciata negli anni Settanta con Öcalan. Nel 1972, quando militava nell’area della sinistra turca, viene incarcerato ed è in quel periodo di detenzione che inizia a considerare la centralità della causa curda e la necessità di lavorare per la liberazione del suo popolo, cominciando a sviluppare un’analisi della situazione. Una volta uscito di prigione, Öcalan prosegue la lotta nell’arena politica pubblica, ma si accorge presto di come questo, in Turchia, non sia praticamente possibile. In quel periodo inoltre [precisamente nel 1980, ndT] in Turchia ha luogo il colpo di Stato, e ogni possibilità di azione attraverso strumenti “politici” svanisce. Öcalan quindi sceglie, come ultima opzione, la lotta armata.
I: Abdullah Öcalan ha sempre dato priorità alla via politica nella lotta, ma quando ha capito che non avrebbe portato alcun risultato è stato costretto a ripegare sulla lotta armata, scegliendo le armi come strumento ultimo. Öcalan ha portato avanti la lotta nell’arena pubblica dal 1972-’74 al 1978, poi è cominciato un periodo in cui gli spazi di agibilità si sono ristretti tanto da rendere impossibile qualsiasi percorso politico, costringendo quindi Öcalan ad affidarsi alla lotta clandestina.
Per quanto riguarda il ruolo del PKK per il popolo curdo, possiamo dire che se il PKK non esistesse non esisterebbe il popolo curdo, se non ci fosse il PKK non potremmo nemmeno dire che siamo curdi: la nostra stessa esistenza è legata a doppio filo a quella del PKK. Questo è il ruolo che il PKK ha per i curdi. Quando dico curdi non mi riferisco a tutti coloro che sono di etnia curda. Mi riferisco a quei curdi che “si riconoscono”, cioè quelli che “hanno coscienza di sé”, che conoscono la loro identità. E per questi curdi, che si sentono curdi e hanno consapevolezza di esserlo, l’unica alternativa vera è il PKK! Se non esistesse il PKK, ad esempio, il partito curdo del BDP sarebbe una semplice associazione della società civile, come l’Associazione dei diritti umani in Turchia (l’Ihd), senza nessuna influenza sul popolo. È perciò che, ripeto, se non ci fosse il PKK noi curdi neppure esisteremmo.

Rispetto a vent’anni fa, la guerriglia è oggi su posizioni che potremmo definire (e lo stesso PKK definisce) come «difensive». Potete spiegarci meglio le ragioni di questa evoluzione?

I: Certamente ora il PKK, rispetto agli inizi, sta dando più peso, più importanza alla dimensione politica. Da un lato, il suo crescente radicamento e diffusione all’interno del popolo fanno sì che la lotta armata clandestina non possa più essere l’unica dimensione del conflitto. Allo stesso tempo, anche le trasformazioni geopolitiche avvenute su scala internazionale hanno fatto sì che il PKK ripensasse la sua strategia, si rinnovasse, non si fossilizzasse nella difesa della stessa ideologia che aveva agli inizi della lotta. Il mondo cambia, le persone cambiano, i confini statali perdono di senso, e così anche la strategia del PKK cerca di rimodellarsi rispetto ai cambiamenti e agli sviluppi mondiali, rinnovando e modificando il proprio progetto. Vent’anni fa era il momento esclusivamente per la lotta armata, ma oggi, se sulle montagne continuano a esserci 10 mila uomini e donne in armi, qui c’è un popolo di milioni di persone che le supportano, e questo grazie anche ai cambiamenti apportati dal PKK nelle sue strategie e nei suoi obiettivi. Con la fondazione del BDP è avvenuto un rinnovamento significativo del movimento, cosa che non sarebbe stata possibile se il Partito fosse rimasto ancorato ai princìpi adottati nel 1978. Non puoi, oggi, difendere il pensiero marxista-leninista tale quale era alle origini, non siamo più nel mondo di 200 o di 100 anni fa, è in base a questa consapevolezza che il PKK rivede le sue strategie e la sua progettualità.
I: C’è anche da aggiungere un’altra caratteristica importante del PKK: il fatto di non farsi comprendere del tutto, di non farsi capire facilmente; nessuno può afferrare che cos’è e come funziona il PKK, ed è proprio per questo che il PKK è ancora in piedi, proprio per questa sua speciale caratteristica di “inafferabilità”. Con questo, però, non voglio dire che il PKK sia “oscuro” nel senso in cui lo intendono i media: ovvero un’organizzazione “nera”, “buia”, “malvagia”.

Oltre a rappresentare, come l’avete definita prima, una sorta di “assicurazione sulla vita” per i curdi, qual è il ruolo concreto, pratico, che ha oggi il PKK? Cioè, qual è la prospettiva politica, il compito strategico – chiamiamolo così – che si prefigge?

I: L’ideologia del PKK dice questo: noi non portiamo avanti una lotta esclusivamente nazionale. Certo, è una lotta imperniata sulla liberazione del popolo curdo, ma è allo stesso tempo una battaglia per tutti i popoli schiacciati e oppressi, una lotta in nome dell’intera umanità. Chiaramente, prima di tutto siamo un movimento per l’autodeterminazione dei curdi, ma se pensate che, una volta raggiunto questo risultato, il PKK scomparirà, vi sbagliate di grosso. Il PKK, soddisfatte tutte le richieste dei curdi, non scenderà dalle montagne. L’obiettivo concreto del PKK è il Confederalismo democratico. L’Autonomia democratica non è altro che una parte del progetto di Confederalismo democratico, che è un piano, un sistema, pensato per il mondo intero. L’Autonomia democratica viene già ora praticata in alcune aree del Kurdistan, è un progetto concepito per la situazione attuale in Turchia; l’obiettivo del PKK è implementare questo tipo di struttura sociale in Kurdistan per poi riproporlo in tutto il Medio Oriente, culla delle civiltà, luogo da cui si è diffusa la cultura in tutto il mondo. In questa prospettiva, il Confederalismo democratico viene proposto come sistema alternativo attuabile prima in Kurdistan, ma poi anche in Medio Oriente, in Europa e via dicendo.
H: Sulla questione di quelli che sono, concretamente, gli obiettivi politici del PKK, vorrei aggiungere una cosa. Se ci fosse uno spiraglio per avviare una soluzione politica, il PKK potrebbe abbassare le armi. Negli ultimi anni lo ha dimostrato continuamente, lanciando numerosi “cessate il fuoco” unilaterali. Nel 2005, inoltre, è avvenuta la creazione del KCK che si è posta come obbiettivo concreto la diffusione della disciplina politica nella società turca. Per fare ciò sono state fondate le accademie politiche, con la prospettiva di istituirle in ogni area della Turchia. Per diffondere conoscenza e informazioni, infatti, è necessario formare dei propri quadri che a loro volta faranno da formatori. Se noi stessi abbiamo recepito qualcosa del pensiero del PKK è proprio grazie alla formazione ricevuta in queste accademie. A partire dalle ultime elezioni sono entrati a far parte di queste accademie tutti i popoli, le minoranze oppresse in Turchia e tutta la sinistra turca, proprio perché l’obiettivo è una diffusione allargata di conoscenza, di informazioni, di strumenti culturali. […] Ma cosa ha fatto lo Stato turco? Ha imprigionato tutti coloro che sono stati formati nelle accademie, gli “educati”, i nuovi formatori. Per esempio ad Hakkari erano in due, lo stesso a Yüksekova, le persone con un certo livello di educazione e cultura, che potevano avvicinare turchi e curdi, persone che lottavano per la fratellanza tra i popoli. Senza queste persone diventa tutto più difficile perché, in particolare nelle zone in cui militarizzazione e repressione raggiungono i massimi livelli, si sviluppa, per reazione, un nazionalismo estremo, eccessivo, dovuto all’ignoranza […]. Le persone che potevano trovare, e mostrare, una via d’incontro, dei punti comuni, sono quelle formate nelle accademie, ma come avete visto il governo dell’AKP [“Partito di Giustizia e Sviluppo” al governo dal 2002, ndR], ha voluto tagliare loro le gambe, e ha eliminato questa possibilità.
F: […] A questo proposito bisogna dire che il KCK è uno “strumento” che sta avendo una grande influenza sul popolo, perciò lo Stato sta cercando di eliminarlo, di neutralizzarlo, anche con scuse ridicole. Oggi sono oltre 10 mila le persone incarcerate [nell’ambito della cosiddetta “Operazione KCK”, ndT] e la colpa che viene loro contestata non è nient’altro che quella di aver tentato di creare una struttura alternativa a quella statale; ma questo per noi non è un crimine, al contrario, è un tentativo di offrire al popolo una vita più libera, rafforzandone l’unità e fornendogli un’alternativa. Ma “intralciare” il lavoro dello Stato evidentemente costituisce una colpa, e questo risponde aumentando ogni giorno di più il numero degli arrestati, cercando così di stroncare ogni tentativo di organizzazione autonoma di natura popolare.
H: Visto che si è accennato alla questione delle carceri, credo sia importante sottolineare come le condizioni nelle carceri turche siano davvero spaventose. C’è un unico termine per descriverle: rezalet, che significa disgrazia, scandalo, vergogna. Vengono praticati sistematicamente torture e abusi sessuali, specialmente contro i prigionieri politici. Avrete probabilmente sentito, per esempio, che nel carcere minorile di Pozatlı, a Mersin, diversi bambini hanno subìto abusi sessuali. E cosa hanno fatto le autorità per rimediare? Hanno spostato i bambini in un altro carcere, mentre nei confronti dei guardiani, le autorità che dovrebbero salvaguardare i diritti dei detenuti, e che invece sono i loro principali aguzzini, non hanno fatto nulla. Avevano garantito ai bambini che le loro condizioni sarebbero cambiate, che li avrebbero fatti studiare e tante altre promesse, però, dopo che la vicenda è sparita dai mezzi di informazione, l’unica azione che hanno intrapreso è stata il loro trasferimento.
Tutte queste forme di tortura vengono perpetrate anche nei confronti dei prigionieri presi nell’ambito dell’operazione KCK. Mio cugino, per riportarvi un esempio, è stato uno dei primi ad essere imprigionato in quest’operazione, è in prigione da quattro anni, quattro anni che subisce un processo dopo l’altro, senza motivazioni, senza prove, senza neppure la possibilità di difendersi. La volta che abbiamo partecipato a una sua udienza, a Diyarbakir, non hanno nemmeno consentito al suo avvocato di parlare…

Notate delle differenze sostanziali tra il movimento per l’autodeterminazione in montagna, o meglio che opera nei villaggi, e quello che agisce nelle città?

H: La strategia di fondo della lotta è la stessa, a Istanbul e qui nei villaggi. Non c’è alcuna differenza sostanziale poiché il sistema che combattiamo è lo stesso.
I: Ci sono però, chiaramente, metodi diversi: quello che una persona può fare qui, al villaggio, non lo può fare uno che invece abita a Istanbul, in una metropoli. Qui in un villaggio puoi parlare con un guerrigliero/a, puoi avere dei contatti, puoi supportarlo in diversi modi: fornirgli denaro o altri tipi di aiuto; mentre un residente di Istanbul questo non lo può fare. La sua lotta consisterà più nel partecipare alle manifestazioni, alle conferenze stampa, a organizzare iniziative pubbliche e celebrazioni quali il Newroz, ad esempio. Oltre a ciò ci sono le accademie di cui parlavamo prima, in cui ci si organizza. È chiaro quindi che le modalità con cui si porta avanti la lotta sono diverse tra il villaggio e la metropoli. Il supporto che io posso dare alla guerriglia da queste parti, uno di Istanbul non lo può dare, non ha questa possibilità.

E poi si può dire che nelle città, rispetto alle zone di montagna, è in atto un processo di assimilazione più avanzato?

I: Assolutamente sì. Vi faccio un esempio. Una persona che vive a Istanbul, che è legata al PKK o che ne fa parte, che vi ha un ruolo o che lo rappresenta, non sarà mai così “dentro” la lotta come invece lo è una qualsiasi persona che vive qui, in montagna, che ama la sua terra anche senza avere legami diretti con il Partito. Un uomo o una donna di qui “assimilano” la cultura che è propria dei guerriglieri, si sono seduti con un guerrigliero o una guerrigliera, ci hanno vissuto insieme. Per fare un esempio, se un guerrigliero ha un pezzo di pane, non lo mangerà tutto, ne taglierà una parte e mangerà quella; soltanto se il pane avanza e lui ha ancora fame ne taglierà un altro pezzo. Noi, avendo vissuto tutto questo sulla nostra pelle, lo pratichiamo quotidianamente nelle nostre vite. Ma una persona di Istanbul, anche se supporta il Partito e vi lavora, mi dispiace ma non ha questo tipo di approccio. Come si diceva, in città c’è un processo assimilativo penetrante, che qui non prende piede facilmente, perché qui viviamo immersi nella cultura dei guerriglieri, viviamo con loro, ci identifichiamo con loro. Qui ad esempio vengono ancora indossati gli abiti tradizionali, mentre a Istanbul non lo si fa più. Insomma l’assimilazione, da queste parti, proprio per il tipo di situazione che viviamo, non riesce a prendere piede.

La metropoli inevitabilmente, proprio per come è organizzata, ti costringe a essere “dipendente dallo Stato”; nella società che voi vi prefigurate, quindi, potranno mai esistere metropoli di milioni di abitanti?

I: No. Non vogliamo luoghi come Istanbul, immaginiamo uno stile di vita più semplice, comunitario, come si viveva una volta nel neolitico, prima di Gesù. Vogliamo una
vita più naturale, dove non ci siano troppe macchine, né tecnologie inutili. Quello che ci auspichiamo è una vita in armonia con la natura, uno stile di vita che non intacchi l’equilibrio dell’ecosistema.

* * *

I: Per concludere vorrei che i nostri amici sapessero anche questo. I ragazzi, gli amici che vedete qui, sono tutte persone che sono andate a scuola due o tre anni [quasi nessuno ha finito le elementari, ndR]. Non siamo né politici, né persone che hanno avuto la possibilità di studiare, siamo persone normali, del popolo. I nostri pensieri, punti di vista, ciò che abbiamo detto non è solo teoria – anzi per quanto riguarda la teoria non siamo molto ferrati, e magari non siamo riusciti a rispondere in modo preciso alle le vostre domande – ciò che vi abbiamo spiegato è ciò che abbiamo visto vivendo, facendone esperienza. Probabilmente se oggi fosse stato qui uno studente universitario avrebbe potuto spiegarvi meglio la teoria e avrebbe probabilmente aggiunto molte altre cose. Ma il nostro punto di vista è quello di cittadini normali, e dovete accettarlo per quello che è…

* * *

Al fine di renderne più rapida la pubblicazione e più agile il formato, abbiamo preferito non appesantire questa “chiacchierata” con note esplicative o introduzioni storiche. Per approfondire gli argomenti trattati, quindi, riportiamo un elenco (senz’altro parziale e nella sola lingua italiana) di alcuni libri e siti interessanti.

BIBLIOGRAFIA

Namo Aziz, Kurdistan. Storia di un popolo e della sua lotta, Manifestolibri, Roma, 2000.
Orsola Casagrande, Berxwedan. La storia del movimento kurdo attraverso la storia di Koma Berxwedan, Punto Rosso, Milano, 2011.
Dino Frisullo, Se questa è Europa. Viaggio nell’inferno carcerario turco, Odradek, Roma, 1999.
Dino Frisullo, La pietra del ritorno. Rawshen, che non era nata nel 2000 e altre voci dai reclusi del Kurdistan, Sensibili alle Foglie, Cuneo, 2000.
Dino Frisullo (a cura di), Serhildan! La lunga intifada kurda in Turchia – Pkk e terrorismo di Stato 1980-1998, La Città del Sole, Napoli, 2003.
Jasim Tawfik Mustafa, Le radici del problema kurdo, Pacini, Pisa, 1991.
Jasim Tawfik Mustafa, Kurdi. Il dramma di un popolo e la comunità internazionale, BFS, Pisa, 1994.
Abdullah Öcalan, Guerra e pace in Kurdistan. Prospettive per una soluzione politica della questione curda, Iniziativa internazionale, Köln, 2010.
Abdullah Öcalan, Gli eredi di Gilgamesh. Dai sumeri alla civiltà democratica, Punto Rosso, Milano 2011.
PKK, Fino alla vittoria! Statuto e programma del Pkk, il Papiro, Sesto San Giovanni (Mi), 1997.
Laura Schrader, I fuochi del Kurdistan. La guerra del popolo kurdo in Turchia, Datanews, Roma, 1998.
Laura Schrader, Il diritto di esistere. Storie di kurdi e turchi insieme per la libertà, EGA, Torino, 1999.

SITI INTERNET
Firat news agency: http://en.firatnews.eu [in inglese]
Azadiya, Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Kurdo: http://azadiya.blogspot.com [in italiano]
Kurdish-info: www.kurdishinfo.com

 

Edizione a cura di «Alpi libere»
Per contatti e richieste di copie:
Biblioteca popolare «Rebeldies», via Savona 10, 12100 Cuneo e-mail: rebeldies@libero.it
Stampato in proprio – Cuneo, maggio 2012
Dai monti del Kurdistan

I dolori del giovane giornalista ambientale

Parlando di giornalismo ambientale, e soprattutto scientifico, in genere si fa riferimento a uno di quei famosi “giornalismi” che compongono l’oceano di un’informazione in continuo cambiamento. La metafora dell’acqua, in effetti, mi pare azzeccata per indicare un flusso di informazioni che oggi fatica ad essere incasellato in uno schema tradizionale. Ecco dunque i “giornalismi”, che sono tutto e niente. Molti direbbero “giornalismo di serie b”, ma questo viene detto di tutti i fenomeni nuovi che non rispondono ai modelli convenzionali. Immagino che qualcuno, nei primi anni Novanta, abbia pensato a internet come a un fenomeno marginale.

Fatto sta che certamente l’ambiente e la scienza sono due temi che piacciono poco ai quotidiani e in generale ai media mainstream. Il motivo potrebbe essere che sono difficili da trattare, mentre la gente vuole leggere e capire in fretta. Ma anche l’economia è una disciplina difficile, su cui il pubblico è mediamente molto ignorante, eppure viene trattata sempre più spesso anche dai periodici generalisti. Ecco, in tempo di crisi è importante sapere cos’è un Bund o un Btp, ma questa è anche l’epoca del cambiamento climatico, per dire. E’ l’epoca in cui il nostro paese becca secchiate di multe dall’Europa perché inquina troppo e investe poco in tecnologie. Per non parlare di quanto ci saranno utili le rinnovabili per fronteggiare il paventato shock energetico.

Cos’è allora che rende l’ambiente e la scienza tanto ostici da trattare? Innanzitutto gli spazi. Parlare di scienza correttamente richiede un certo spazio. Se guardate i blog di Aspo (di cui ho l’onore di essere addetta stampa da poco tempo) o il blog di climatologi Climalteranti, che pure fanno un bel lavoro di divulgazione, vi troverete post dal formato decisamente anti-internettiano. La prima regola della scrittura online è la sintesi, ma certi argomenti non possono essere riassunti più di tanto, pena una semplificazione eccessiva. Così, tra i due mali vince il minore, e molti articoli che parlano di scienza sono lunghi ben oltre il consueto formato da quotidiano o da portale generalista. Ma è anche una questione di ritmo: quasi mai, in ambiente e in scienza, c’è la notizia. Certo, in ambito scientifico esce ogni tanto qualche scoperta accattivante per il grande pubblico, o succede qualche catastrofe che dà l’occasione di spiegare fenomeni ambientali ostici come il cambiamento climatico, ma si va poco oltre. Come insegnano certi quotidiani, quello che il lettore vuole non è sapere cosa è importante, ma ascoltare una storia. Se si riesce a raccontare in questo modo un fatto cruciale, allora va bene, ma se non lo si può trattare in questo modo significa che non è “notiziabile” e viene messo da parte. Come si spiega il concetto di resilienza, per esempio? Come si spiega il cambiamento climatico senza banalizzarlo? Non è facile, eppure questi concetti sono importanti tanto quanto altre nozioni di carattere politico o economico. La soluzione per molti giornalisti scientifici è abbandonare il quotidiano per le riviste specializzate, che lasciano più spazio all’approfondimento. In questo modo, però, scienza e ambiente continuano ad essere relegati nel recinto dell’informazione “specializzata”, che raggiunge un numero ristretto di persone, peraltro già interessate all’argomento.

Altrimenti, c’è l’opzione “novità di prodotto” (che viene divulgata per far vedere quanto vivere green possa essere fico). L’ultimo iPhone per i maniaci della tecnologia – in fondo anche questa è scienza – e l’ultima macchina elettrica per chi vuole far l’ambientalista ma con stile. Anche questo modo di fare informazione, che sembra per ora l’unico (catastrofi a parte) per attrarre il pubblico verso il tema della sostenibilità, non mi piace. Anzi, per me queste sono marchette.

Siccome amo lottare contro i mulini a vento, a me piace pensarla un po’ come una sfida: è possibile fare entrare l’ambiente e magari anche la scienza nell’agenda dei quotidiani senza che debba morire della gente per un’alluvione? O senza dover vendere qualcosa? Io sono sicura di sì, bisogna solo trovare il modo giusto per arrivarci.

DUE PAGINE DE “L’ECO DI BERGAMO” RACCONTANO LE “LACER/AZIONI” DI ROBERTO ALBORGHETTI

Lo so: due pagine che parlano di te, su un quotidiano, non sono cosa di tutti i giorni. Soprattutto poi quando si riferiscono all’arte ed alla cultura. Comunque, è capitato a me. L’Eco di Bergamo – il quotidiano locale più diffuso in Italia – ha scritto di me e delle mie “Lacer/azioni” dedicandomi appunto due pagine. L’articolo è firmato da Diego Colombo, che mi ha intervistato a lungo ed ha brillantemente riportato e raccontato aspetti e realtà del mio progetto “Lacer/azioni”. Ripropongo qui alcuni passaggi del lungo ed articolato servizio, ringraziando Diego Colombo e L’Eco di Bergamo per l’attenzione che mi è stata dedicata. L’intero servizio può essere letto su L’Eco di Bergamo del 26 ottobre 2011.

  

A NEW YORK LA POP ART DI ALBORGHETTI

di Diego Colombo

 La “città strappata”. Questo il tema delle fotografie del giornalista bergamasco Roberto Alborghetti, un lavoro di ricerca sulla carta della pubblicità in diverse nazioni del mondo. Lui lo spiega così: “Dietro messaggi sbiaditi e stracciati riesce difficile pensare che possa esserci ancora “qualcosa” da vedere o scoprire. Eppure, queste immagini continuano a essere uno specchio della città che comunica e che parla. Sono le tracce e i reperti post-comunicanti di un prodotto, di un evento, di uno spettacolo, di un’idea, elementi visivi nuovi, spesso contrastanti, disarmonici, ma sempre sorprendentemente vitali”.

 Chris Barlow, uno dei più noti storici dell’arte inglesi, ha ospitato Alborghetti in una mostra a Londra, tenutasi in questo mese di ottobre. Con la sua opera sull’11 Settembre è stato invitato a far parte del Memorial & Museum di New York, di cui è stata inaugurata la prima sezione nell’occasione del decennale dell’attacco terroristico. La seconda – di cui farà parte Alborghetti – sarà aperta nell’autunno 2012. “Sono sempre stato affascinato dal mondo della comunicazione – ci spiega Alborghetti – e un tempo sul settimanale diocesano La nostra Domenica curavo una rubrica, “L’occhio e i media”, dove spesso parlavo di pubblicità, anche quella dei cartelloni per le strade. E proprio il direttore di allora, Lino Lazzari,mi ha incoraggiato ad andare avanti con le fotografie, accostando il mio linguaggio all’avanguardia della pop art. Quest’anno mi ha scritto una bellissima scheda critica, che ho tradotto in inglese e messo in Internet”. Scrive Lazzari: “Non conta la materia che viene usata per realizzare un’opera d’arte e per trasmettere positivi messaggi di umanità e’ sufficiente la capacità di servirsi anche di “strappi” di carta colorata per esaltare le caratteristiche di una realtà che si fa immagine sorprendente, suasiva, coinvolgente”. “Io fotografo un rifiuto come il manifesto strappato in attesa di essere coperto da altre affissioni – aggiunge Alborghetti – o che resta come scarto, in particolare nei quartieri più degradati, perché lì trovo le immagini più belle.”

 ”A Tunisi, tre anni fa, ho preso fotografie in un mercato arabo – ricorda Alborghetti – dove avevo visto splendide combinazioni di colori sui muri azzurri degli edifici. E che paura ha avuto mia moglie, che mi osservava da lontano, quando sono stato circondato da un gruppo di arabi in atteggiamento non proprio amichevole! Le composizioni più belle si individuano quando la carta resta attaccata per mesi e subisce un processo di osmosi con l’ambiente. Con la pioggia,il sole, lo smog, la carta ha un continuo mutamento, si tira, si rattrappisce. Gli aspetti più inconsueti si scoprono quando l’acqua piovana mescola tutto, lasciando tracce incredibili, e si deve essere pronti a cogliere il momento giusto, perché non è sempre facile…”

 “Negli ultimi quindici anni – continua Alborghetti – ho coordinato diversi progetti sull’uso dei mezzi di comunicazione di massa e sulla lettura dell’immagine, tra cui workshops con allievi e docenti sui messaggi pubblicitari. E’ proprio lì che ho scoperto che la pubblicità ha un valore “post”, cioè anche dopo essere stata un momento di comunicazione. Per la verità, dai manifesti lacerati già dagli anni Cinquanta il pittore Mimmo Rotella prendeva ispirazione. E come lui altri, per esempio il francese Jacques Villeglé. Insomma, non è una novità che il cartellone pubblicitario affascini. Ma io ne ho considerato un altro aspetto: la suggestione dei colori rimasti casualmente quando l’attacchino strappa. Intanto, studiando l’arte contemporanea, ero sedotto dall’astrattismo”.

 In circa sette anni, Alborghetti raccoglie una valanga di foto, conservando trentamila negativi. Arriva la sorpresa: “Iniziando a mostrarle agli amici o durante gli workshops con gli insegnanti, mi sentivo dire che le mie immagini dei manifesti strappati erano belle. Mi hanno spinto a localizzarle, datarle, categorizzarle. Avevo scatti presi in tutto il mondo, dalla Bergamasca a New York e Los Angeles, in tutti i luoghi dove mi porta il mio lavoro di direttore di riviste specialiste nel settore della didattica e dell’educazione e di coordinatore di progetti sull’uso dei media”.

E viene il momento di farsi conoscere. “Ho costruito una quarantina di videoclip con le mie immagini di manifesti strappati tematizzandole per colore – il blu, il rosso, il nero – e conferendo un senso al mio lavoro. Li ho caricati su Internet, in YouTube, MySpace, Facebook… La prima mostra è stata a OrioCenter nel luglio 2010: il direttore del centro commerciale aveva visto le mie fotografie e mi aveva offerto lo spazio, la piazzetta che dà sull’aeroporto di Orio al Serio, per un’esposizione di una trentina di opere sul tema “Aria, acqua, terra e fuoco”. In tre giorni migliaia di persone mi hanno chiesto informazioni, chiarimenti, delucidazioni. In quell’occasione hanno parlato della mia opera i giornali, tra cui L’Eco di Bergamo, e un’agenzia internazionale, la web magazine Un mondo d’italiani

 “Anch’io all’inizio in Italia trovavo molta irrisione, sufficienza. Mi dicevano: “Hai fatto un fotomontaggio”. E poi dovevo sopportare, e ancora oggi, le reazioni della gente quando mi vede fotografare i manifesti strappati. “Lei è matto”, “Io devo passare”. A Milano sono stato anche fermato dalla Volante: stavo fotografando vicino a una caserma di carabinieri, considerata “un obiettivo militare sensibile. “Che cosa sta fotografando?”. “Vi faccio vedere che cosa ho fotografato”. Non credevano. Anche i miei amici mi facevano scherzi, si fingevano galleristi importanti che mi invitavano a delle mostre”. Per la verità anche noi, quando abbiamo vista la prima mail di Roberto Alborghetti, abbiamo pensato a uno scherzo.

Quando ho portato un mio opuscolo in una galleria di Milano, mi hanno guardato come un alieno. Ma all’estero mi hanno fatto capire che il problema non ero io, erano loro. Dobbiamo uscire dalla nostra mente ristretta, ci sta isolando”.

 Inernet regala a Alborghetti una forte visibilità: fin dall’inizio sono migliaia i contatti sul suo sito “LaceR/Azioni” su YouTube e ArtSlant. “Lacerazioni. Ho scelto questo nome perché la mia attività consiste nel leggere le lacerazioni nei manifesti, specchio delle ferite interiori presenti in ognuno di noi”. Di Alborghetti parla The Huffington Post, il prestigioso blog americano per il quale ha scritto anche il presidente Obama. L’articolo è firmato da Srini Pillay, psichiatra di Harvard, ricercatore nel campo del “brain imaging”, autore di bestsellers sulla neuroscienza, di cui in Italia è pubblicato solo un libro, La calma in tasca (editrice Newton Compton).

Pillay resta colpito in particolare dall’opera di Alborghetti dedicata all’11 Settembre, scrivendone un’analisi psicologica: “L’arte è una forma di cura/guarigione i cui effetti possono essere visibili nel cervello. Quando è bella come quella di Roberto Alborghetti, essa ci invita a rivisitare la tragedia del terrorismo, l’orrore della perdita e la bellezza della nostra capacità di recupero attraverso la nostra misteriosa vita”.

La mostra di Londra si deve allo storico dell’arte e gallerista Chris Barlow: “Ha visto in Internet le mie immagini, le ha apprezzate e mi ha invitato ad andare a Londra per tre giorni all’esposizione internazionale “Parallax” con tre opere, quella sull’11 Settembre, “As running fast water” (Come acqua che corre veloce), “I don’t like to stand still” (Non mi piace stare fermo). “Come acqua che corre veloce” è nata a Bergamo, in via XXIV Maggio in un giorno di pioggia e ora c’è chi l’accosta a Monet”.

 “Sono stato contattato da molte persone che avevano visto le mie immagini in Internet – racconta ancora con stupore, ma anche con orgoglio, Alborghetti -: poeti, musicisti, narratori. Tra questi anche Srini Pillay, che sta lavorando a un progetto internazionale sugli stati della coscienza: mi ha mandato una griglia di venti domande su come nascevano le mie opere. Quando ha ricevutole mie risposte, mi ha scritto: “Io sono un columnist di The Huffington Post, ti dedicherò un articolo sull’opera sull’11 Settembre”. Prendendo spunto dal mio racconto sull’origine di quest’immagine, ha iniziato scrivendo: “Roberto Alborghetti stava camminando lungo via Vico a Milano”. Si è vero: ero lì quando ho visto un tabellone elettorale e sono rimasto affascinata dagli strappi lasciati da un attacchino. I colori mi hanno dato subito l’impressione del sangue e del fuoco che scende dall’alto sul grigio del cemento. Quest’anno è il decimo anniversario dell’11 Settembre e ho pensato di dedicare questa immagine alle vittime”.

 Ma non è finita. “Avevo prodotto due anni fa un clip con immagini molto colorate. L’ha visto un musicista americano di hip-hop, Sweet P. Mi scrive: “Io ti do la mia musica, tu fanne un clip”. Ora sta uscendo in America con il suo primo album…” Con la musica c’è un feeling particolare. “Per un complesso americano, Tonic Sol-Fa, che canta a cappella, l’anno scorso ho costruito un video con immagini astratte che mi ricordavano il clima del Natale. Qualche mese fa ho collaborato con un musicista olandese, Jap Jap. E un musicista sperimentale di Brighton, Jonteknik, mi ha mandato una canzone e mi ha scritto: “Combinala con le tue immagini, mi piacciono moltissimo”. Ho collaborato con il progetto musicale americano “Earscapes”, di Joshua Sellers, musicista e poeta dell’Arkansas, che ha realizzato un video di nove minuti con le mie immagini (Linger) e l’ha mandato su YouTube…”

 “Chi mi commenta che solo da un italiano può nascere un’opera come la mia e mi cita il Rinascimento, così come tutta la cultura che abbiamo alle spalle e ci portiamo dentro, mi mette in crisi. Come chi mi accosta a Cy Twombly, a Josef Albers, alla pop art,  e chi dichiara che ho dimostrato che nell’arte nulla si crea e nulla si distrugge. E’ vero: io non sono un pittore, ma parecchi grandi artisti si sono ispirati ai manifesti strappati. Io ne ho la prova. Io non lavoro le immagini, non le altero, come le colgo, le immortalo. La mia opera è una provocazione. Chi vede le mie opere per la prima volta ha l’illusione che siano dei dipinti. Io devo spiegare che non lo sono…

 Le opere di Alborghetti non piacciono soltanto agli artisti. E’ stato chiamato anche da un’azienda, la Bulwark Design di Srs, di Fiorano Modenese, al centro del distretto della ceramica… E poi l’incontro con Bruno Boggia, che fornisce i disegni agli stilisti. Perché il successo di un capo dipende dai designer tessili. Boggia a Como lavora per le più affermate case di moda internazionali. Alborghetti: “Ha prodotto tre sciarpe di seta con le mie immagini, tra cui quella dedicata all’11 Settembre (Alborghetti ha intenzione di donarla a un’associazione di famiglie di caduti nell’attacco, ndr). Tre prototipi, solo per vedere l’effetto che fa il passaggio dalla carta alla seta”. “Ma c’è anche – conclude – un istituto religioso femminile che ha avuto l’idea di prendere una mia immagine come modello per una vetrata sul tema della Passione. Sono gli altri che vedono tutti questi rimandi. Per me è solo un gioco”.

Ma anche una provocazione per i nostri occhi e per la nostra mente.