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I Tarocchi italiani di Teodoro Dotti.

I Tarocchi che io considero “i miei” sono quelli di Milano, che si chiamano proprio Tarocchi Italiani della collezione il Meneghello. 
Meneghello non è il nome esotico di un antico stampatore, ma un signore con barba e capelli bianchi, tuttora vivo, felice e capace proprietario di un grande negozio a Milano, il posto migliore dove andare a perdersi (in via Fara 12). Il re di Bastoni
Nel 1985 ha stampato 2500 esemplari di un antico mazzo Milanese, il cui autore e stampatore era il signor Teodoro Dotti,  che nel 1845 aveva dato alle stampe il Tarocco Italiano e che aveva orgogliosamente inciso il proprio nome ai piedi del Re di bastoni.
Non è un caso che tra tante figure abbia scelto il re di Bastoni: Teodoro Dotti avrà pure ripreso le stampe antiche di Carlo Dellarocca, uscite 10 anni prima, sempre a Milano da Ferdinando Gumpperberg, ma Teodoro Dotti di tarocchi ne sapeva: in nomine omen*.
 
Come a dire: Cavaliere di Spade, Re di Bastoni e Il Carro.
(*in nomine omen è un antico detto latino che indica come il nome di una persona porti con sè un destino. Nel caso di Teodoro Dotti, l’etimologia greca del nome, fusa con il significato italiano del cognome arriva a significare qualcosa tipo: Colui che conosce il dono divino). 

PAGINE ARDENTI: 1984, tra profezia e realtà

[Fonte Rataplan]

Nel 1984, George Orwell scrisse il suo libro intitolato “1984”, profetizzando l’organizzazzione futura della società. Orwell descrive un modello di società totalitaria, basata sull’annullamento dell’individuo e sul totale controllo esercitato su di esso dal governo.

Nel modello ipotizzato dall’autore, non esistono leggi scritte, ma, sotto un’apparente libertà, si cela la schiavitù degli individui, sorvegliati in ogni istante della loro vita da migliaia di teleschermi che trasmettono ininterrottamente programmi di propaganda(non possono essere spenti) e, allo stesso tempo, ricevono audio ed immagini. La libertà è assoluta, ma tutto è vietato. Il reato più grave è lo psico-reato. Esso consiste nel pensare qualcosa che non sia in linea con il “profilo di pensiero” del governo. Tramite arresti, torture, omicidi, quest’ultimo neutralizza i trasgressori; ma il suo obiettivo ultimo non è quello di eliminarli, bensì di convincerli, di controllarne alle menti, affinché nessuno possa concepire qualcosa di sconveniente per il partito.

Nella società “Orwelliana” ogni cosa è sotto il controllo di un partito unico, capeggiato dal Grande Fratello, un personaggio che effettivamente non esiste, ma funge da escamotage: è più semplice, per l’uomo, amare una persona piuttosto che un’istituzione. Allo stesso tempo, le persone, sfogano la propria rabbia sui nemici del partito durante i due minuti d’odio, in cui vengono mostrate immagini di essi, e sono descritti gli orrendi crimini che hanno commesso(tutti inventati). È in tale modo che gli uomini di questa società esteriorizzano i propri sentimenti repressi, essi possono provare solamente odio per i nemici e amore per il Grande Fratello. Quest’ultimo, basa il suo controllo proprio sul fatto che le persone siano “insipide”, no provino alcun sentimento, poiché “disumanizzati”, ridotti ad automi. La famiglia e gli amici non esistono, le uniche attività sociali sono quelle collettive(obbligatorie), organizzate dal partito, ma le persone non si conoscono, né parlano, tra di loro; non ne hanno interesse.

Tutta la società del Grande Fratello è basata sulle contraddizioni e sulle apparenze. Tutto è il contrario di tutto, la verità non esiste. Questa mentalità è denominata bi pensiero: credere fermamente sia in un’affermazione che nel suo esatto contrario.

L’esempio più chiaro di bipensiero è riscontrabile nei motti del partito: l’ingoranza è forza, la libertà è schiavitù, la guerra è pace. In tale mondo non esiste la verità e di conseguenza la realtà stessa non è ben delineata; ma il fatto più terribile è la conseguente abolizione del pensiero, esso non ha più “oggetti di osservazione”(la realtà e la verità non esistono), ogni cosa è data per scontata senza il supporto di alcuna riflessione. Il partito controlla le menti, in questo modo ha la completa padronanza della realtà(presente,passato,futuro), anche attraverso la manipolazione dell’informazione. Qualcuno diceva che una bugia, ripetuta cento volte, diviene verità; è proprio questo il sistema sfruttato dal Grande Fratello tramite i teleschermi. Se anche qualcuno fosse dubbioso su una verità impartita dal governo, egli sarebbe portato a credere che il suo dubbio sia frutto della propria immaginazione, poiché tutti gli altri credono fermamente in tale verità. Questa coltre di menzogne si basa sul fatto che la realtà sia concepita come ciò che le persone ritengono reale, che sia, dunque, un fatto puramente mentale. Il partito controlla le menti. Il partito controlla la realtà.

Gli stessi membri che ricoprono i gradi alti del partito, credono nella realtà che loro stessi inventano e, ritengono che il loro compito sia quello di migliorare la società.

Le persone sono automi, atti solamente al lavoro e alla produzione, essendo completamente lobotomizzate. Tale sistema è sorretto dal fatto che il mondo sia suddiviso in tre grandi stati, continuamente in guerra tra loro. Lo schema prevede che, di volta in volta, ci siano due paesi alleati che combattono insieme contro il terzo, ma nessuno dei tre vuole realmente vincere la guerra; il loro obiettivo è quello di renderla perpetua. In questo modo la maggior parte della produzione, destinata alla guerra, viene distrutta, cosicché gli uomini siano schiavi di un sistema consumistico finalizzato al potere anziché al benessere.

Orwell descrive un modello societario che richiama il comunismo, in quanto, vede attuato l’annullamento dell’individuo, il totalitarismo e l’abolizione della proprietà privata e, allo stesso tempo, richiama il capitalismo, poiché basato sul consumismo e sulla produzione.

 

Oliviero, Lotta Studentesca Roma

 

Condividere? è contagioso

Riportato da wired.it http://daily.wired.it/news/internet/2012/10/12/copyright-alternative-123454.html

Uno dei temi più dibattuti da quando c’è Internet è di sicuro quello del diritto d’autore. Quando si parla di ciò di solito la prima e unica associazione è con il copyright, la licenza che per legge riserva tutti i diritti di sfruttamento di un’opera dell’ingegno al proprio creatore. Di che diritti parliamo? Sostanzialmente il copyright consente solo all’autore di riprodurre il proprio lavoro, creare opere derivate, distribuirlo, mostrarlo o riprodurlo in pubblico e soprattutto sfruttarlo economicamente.

Film, musica e software nell’era digitale sono i prodotti che hanno avuto maggiori implicazioni in questo campo, per via della facilità con cui il prodotto digitale viene copiato e distribuito attraverso la rete. Gli operatori di questi settori da anni chiedono e richiedono la tutela dei diritti acquisiti dai rispettivi titolari regolarmente suscitando la rivolta degli utenti in un’epoca al cui centro c’è la condivisione di tutto. Nel 2010 però una coppia di studenti della Norwegian School of Management è riuscita a dimostrare con la propria tesi sul mondo della musica come i profitti degli artisti siano cresciuti nell’epoca del file-sharing, a fronte del crollo dei ricavi da parte delle case di distribuzione.

Secondo Rick Falkvinge di Torrentfreak la necessità del copyright è nei fatti un mito. E in effetti di licenze alternative oramai ce ne sono diverse. Sostanzialmente si tratta di licenze che proteggono il diritto d’autore consentendo al contempo l’ interazione con il prodotto. Si tratta principalmente di copyleft, copyfree, Gpl, Open access e Creative commons. Senza dimenticare il pubblico dominio (che si verifica quando il copyright è assente o scaduto) e ricordando che lo stesso copyright prevede quello che va sotto il nome di fair use, ossia l’uso gratuito di opere protette da diritto d’autore per revisioni, critiche, parodie, citazioni e illustrazioni a scopo educativo.

Il copyleft consiste sostanzialmente nell’uso della legge sul copyright per consentire la copia o la modifica del prodotto distribuito. Le origini del movimento affondano nel 1975, quando uno dei contributori alla newsletter di People’s Computer Company rilasciò una versione rivista di Tiny Basic per i microprocessori Intel 8080 con l’etichetta Copyleft: All Wrongs Reserved. Tutti quelli che modificarono successivamente il codice mantennero l’indicazione e l’uso prese piede.

Ancora più specifica è la licenza Gpl (Gnu general public license) ideata nel 1988 da Richard Stallman, padre del sistema operativo Gnu che si diffuse grazie al kernel Linux, con cui viene spesso scambiato. La Gpl è in sostanza l’evoluzione della Emacs General Public Licence, la prima vera licenza copyleft il cui obiettivo era trasferire il maggior numero di diritti all’utente. Nello specifico il diritto di: usare un prodotto, studiarlo, copiarlo e condividerlo con altri, modificarlo e distribuire opere derivate. In parte simile alla Gpl è la licenza Bsd (Berkeley software distribution) che prevede però la possibilità di ridistribuire un software anche in forma proprietaria, sempre attribuendo però il lavoro all’autore. La Gpl era invece stata pensata per la distribuzione del free software.

In campo letterario e scientifico è sempre più prassi comune l’ Open access. Questa è una sorta di licenza pensata per rendere l’informazione scientifica accessibile gratuitamente a chiunque, pur lasciando il copyright all’autore della ricerca. Di solito i contenuti distribuiti con questa formula utilizzano la licenza Creative commons che genericamente consente di ridistribuire l’opera attribuendone la paternità all’autore. Ideata nel 2001 da Lawrence Lessig, esperto di copyright e docente di Giurisprudenza all’università di Stanford, la Cc si articola in diverse forme a seconda delle restrizioni previste e cioè: niente opere derivate, niente uso commerciale e condivisione allo stesso modo. Con oltre 5,5 milioni di licenze Cc usate nel 2010, l’Italia è il terzo paese per uso di Creative commons, ma il 38° sui 52 monitorati dalla fondazione quanto alle libertà concesse agli utenti, secondo i dati forniti a Wired.it dai responsabili italiani del progetto. Uno dei luoghi dove le licenze CC sono più usate è senz’altro Flickr, che a oggi conta oltre 241 milioni di foto licenziate in questo modo. Nonostante questo, a dieci anni dalla nascita le licenze Creative Commons non sono ancora uno standard, anche se costituiscono la principale alternativa al copyright.

Ci sono ancora altri tipi di licenze come la Free Creation, che prevede una clausola anti-Drm, la ArtLibre pensata nello specifico per tutelare l’autore di un’opera d’arte pur consentendone copia, ridistribuzione e opere derivate, o la Copyfree, che più che definire una licenza, valida quelle esistenti secondo alcuni standard che prevedono per l’utente il diritto di fare assolutamente ciò che vuole del prodotto di cui è in possesso. Standard che bocciano la Gpl come le licenze Apache, la Apple Public Source, la Microsoft Limited Public o la Mozilla Public, oltre ad alcune varianti di Cc, perché introducono restrizioni al modo in cui l’opera può essere ridistribuita o modificata

A.A.A cercasi numero verde

di Matteo Carnieletto 

Premessa per i lettori: ho uno stomaco forte. Questo è necessario per spiegare come, nonostante io legga quotidianamente Il fatto, il mio fisico goda ancora di ottima salute.

Chi frequenta questa testata giornalistica (ed è dotato di un cervello che funziona onestamente) sa che non deve prendere troppo seriamente le notizie lì stampigliate. Così, quando ho letto  «Ravenna, Forza nuova choc: attiva un “numero nero” contro gli immigrati», non ho potuto far altro che sorridere, immaginando ciò che avrei trovato scritto sotto il titolo. Come in ogni commedia che si rispetti, a titolo drammatico corrisponde contenuto ridicolo.

Mi occupo di questioni letterarie e, a causa di un’acuta deformazione professionale, mi sono avvicinato  all’articolo de Il fatto da questo punto di vista. Prima considerazione: non posso considerare Enrico Bandini l’autore dell’articolo, nonostante il suo nome appaia sotto il drammaticissimo titolo. Il motivo è semplice: Bandini non ha espresso opinioni fabbricate dalle sua testa, ma ha semplicemente estratto una serie di immagini dal cilindro dell’antifascismo.

Primo coniglio estratto dal cilindro: «Vi sentite minacciati? A Ravenna è attivo un numero di telefono cellulare da chiamare per denunciare “discriminazioni, violenze, ingiustizie subite dal popolo italiano”. Numero verde, lo chiamano. A dire il vero è un “numero nero”. Nero come coloro che si richiamano al fascismo, e fascista è il fine visto che a istituirlo sono i militanti di Forza nuova».

Dopo tutto questo nero, non ho potuto non affacciarmi alla finestra per prendere una boccata di colori. Tornato al pc, mi sono poi chiesto se Bandini, per rassicurare i bambini che temono l’uomo nero, dica loro di star tranquilli perché, si sa, l’unico uomo nero di cui valga la pena aver paura è morto il 28 aprile 1945.

Dalla letteratura passiamo alla logica: secondo il giornalista de Il fatto, il numero è nero perché neri sono i militanti di Forza Nuova che si richiamano al fascismo e, ovviamente, il fine di tutto questo è fascista perché coloro che l’hanno istituito sono i militanti di Forza Nuova.

Applichiamo il ragionamento di Bandini ad un’altra iniziativa dei militanti di Forza Nuova: neri sono i militanti che donano il pane agli italiani, quindi il pane è nero, coloro che donano il pane sono fascisti, quindi donare il pane è fascista. Ovviamente, questo ragionamento è sbilenco perché si fonda sulla prima riflessione di Bandini che è ancora più sbilenca.

Secondo coniglio estratto dal cilindro: dopo aver citato una frase di Luca Castellini – coordinatore per il Nord Italia del movimento – Bandini scrive: «la destra dell’azione ama le maniere spicce e il confronto dialettico rappresenta per essa una perdita di tempo. Ma allora sorge il dubbio su quali pratiche possano operare in concreto i militanti di estrema destra per risolvere quella che a detta loro è una vera e propria emergenza sicurezza».

Tralasciando il fatto che, per scrivere una paginetta, il giornalista ha contattato tre responsabili di Forza Nuova – Castellini, Mariani e Raggi, che si sono quindi dimostrati disponibili a spiegare le vere finalità del progetto – ci chiediamo come si possa passare da una citazione ad un giudizio sulla prassi. La risposta è facile: nel mondo antifascista non si può lasciar spazio all’avversario e, proprio mentre il militante di Forza Nuova afferma cose che anche la casalinga di Voghera può condividere, è necessario tappargli la bocca e ripresentare l’immagine stereotipata del fascista picchiatore.

Terzo ed ultimo coniglio dal cilindro (il mio stomaco è forte, ma è meglio non abusare): Bandini si chiede se, per i militanti di Forza Nuova, un gay o un elettore di sinistra siano persone di serie B. Tralasciando la questione gay perché tanto, come quando si viene arrestati dalla polizia, ogni cosa che dirai sarà usata contro di te in tribunale, il giornalista de Il fatto si dimentica per esempio che, durante la Rivolta dei Forconi, i neri militanti di Forza Nuova hanno salutato con favore l’arrivo dei militanti di sinistra. La battaglia era di popolo, non di fazione.

Siamo arrivati alla conclusione dell’articolo di Bandini che, ovviamente, è costellato di nero e di neri ragazzi di Forza Nuova. Lo stomaco è forte, ma – dopo la lettura dell’articolo de Il fatto – chiediamo che venga istituito un numero verde che protegga il sistema digerente degli italiani da certa carta stampata. Nel frattempo, sono costretto ad aprire un boccetta di Maalox. Questa volta lo stomaco non ha retto.