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Leslie Howard: “Cinema”, 1935

LESLIE HOWARD

Il vero suo nome è Leslie Stainer. Era impiegato di banca quando scoppiò la guerra mondiale; e sebbene giovanissimo si arruolò volontario. Il fatto è ch’egli mordeva il freno, nel pacifico posto impiegatizio; si sentiva fatto per grandi slanci e pel movimento, voleva adoprare le sue forze – compresse ma appunto per questo più vive; ovvero, sentiva il sangue urgergli, e doveva dargli uno sfogo. La guerra fu accolta da lui come la liberazione. Finita la guerra, Leslie Stainer non volle a nessun costo tormare nella banca – ma dove, dove trovare un nuovo campo di battaglia, sul quale impegnare tutto, dopo aver bruciato dietro di sé i vascelli borghesi? Si ricordò d’un tratto che nella scuola aveva recitato, e recitato con gusto e bravura. Detto fatto: “reciterò anche nella vita”. S’avvicinò energico e coraggioso a un palcoscenico di Londra, e dopo qualche tempo, sia pure oscuramente, poté debuttare: ottenne un ruolo di due minuti esatti in Peg del mio cuore. A questa minuscola esperienza seguirono altre, sempre più decisive: la vita però era dura. Non si contavano gli insuccessi, gli alti e bassi, periodi di disoccupazione. “Ho passato mesi interi alimentandomi solo con tè, latte e pane duro. La mia famiglia stava bene e mi avrebbe aiutato ben volentieri, ma io non volevo che poi mio padre e fratelli potessero burlarsi del mio insuccesso. ” Oggi Leslie Howard, lasciato da gran tempo dietro le spalle il viso sparuto e gli occhi febbrili di Leslie Stainer in cerca di fortuna e di gloria, racconta ciò sorridendo. Lui, l’antiborghese bellicoso degli anni oscuri, è diventato un perfetto borghese – ma, questo è vero, anche un artista. Per Leslie Stainer gli anni duri furono soltanto tre o quattro; egli possedeva sicure doti pel suo mestiere avventuroso, e soprattutto una volontà incrollabile, che gli offriva continue e perenni risorse. Entrato in quell’ambiente con un guardaroba meschino, incominciò presto a essere vestito con la più sobria e albionica eleganza. Le sue giacche con le spalle scese, i suoi pantaloni diritti e stretti, le sue tube perfette – a Hollywood, come i capi di vestiario analoghi del suo compatriota Ronald Colman, sono segnati a dito come gli esempi più puri della pura eleganza inglese. Ma anche a Londra egli fu presto l’attore aristocratico per eccellenza. Fece anche del cinematografo, avendo fondato assieme a Charles Aubrey Smith (oggi famoso e impareggiabile caratterista anziano, con tratti severi e nobileschi, del cinema americano) e, se non erro, al regista Adrian Brunel, una Casa intitolata a Minerva. Howard lavorò anche come regista e soggettista, a quel tempo, poi tutto fu interrotto da una lussuosa scrittura in America – Broadway, Hollywood non ancora. Erano passati soltanto cinque anni (o pochissimi di più) dal suo ruolo di due minuti esatti in Peg del mio cuore. I teatri di Broadway lo accolsero on sommo onore, egli recitò da par suo Shakespeare, il Peer Gynt ibseniano e non so più quali altre opere. Ma tra queste, di sicuro, ce ne fu una scritta da lui stesso, Murray Hill, ch’egli seppe tenere sul cartellone per tre mesi consecutivi, e ci fu una commedia di Frederick Lonsdale (Aren’t we all) che gli procurò il più grosso trionfo novaiorchese e fu tenuta sul cartellone per due anni di seguito. Da allora gli impegni americani lo soffocarono quasi, e per un pezzo non poté ritornare in Inghilterra. Un giorno vi ritornò e i suoi compatrioti lo trovarono ancora più bravo e più raffinato: ma dopo breve soggiorno Broadway lo richiamò, per decretargli autentici onori regali in seguito alla sua più bella interpretazione (resta famosa negli annali del teatro americano), in Outward Bound. La Warner Bros. s’affrettò a fargli interpretare un film intitolato Outward Bound, tratto da quella commedia. S’era agli ultimi momenti di vita del film muto; e Howard non fu contento del suo nuovo contratto col cinema, e giurò che non avrebbe più messo piede in un teatro di posa finché lo schermo non avesse parlato. Si comprende: un attore di teatro non poteva pensare in modo diverso. Il resto è storia che conosciamo tutti.

E Leslie Howard s’è oggi ordinato quasi una doppia vita che si svolge regolare e fortunata. Da una parte le emozionanti finzioni del teatro e del cinema, alle quali egli presta tutto il suo ingegno e le sue capacità di vero artista. Da un’altra la vita famigliare più borghese e felice. E’ difficile trovare fra gli attori un marito e un padre migliore di lui. La sua giornata è tutta metodicamente divisa: giochi con la figlia decenne, lettura, polo, ozi in una vecchia e comodissima potrona di cuoio ch’egli si porta dietro da Londra a New York e viceversa, perché non potrebbe mai trovarne una simile. Il quarantenne (o poco più) Leslie quando si rifugia nella sua casa perde d’incanto ogni marzialità, fascino ed eleganza. Si affloscia beato, mette a posto la sua famosa (e un po’ buffa) collezione di fiammiferi (un dadà , un hobby squisitamente filisteo, inglese e anticombattivo), parla di cose domestiche con la buona moglie e dimentica completamente le poetiche sofferenze di Romeo e le spiritose invenzioni del professore di Pigmalione. Sorride continuamente, aprendo, nel viso da cavallo un giorno acceso di sogni, le tracce appena visibili di una malinconia antica. La quale non può più riaffiorare nella vita d’ogni giorno. Ma essa risplende sui legni del palcoscenico o davanti ai riflettori – e in quei momenti Leslie Howard è ancora un poeta, è ancora un combattente: come quando mangiava tè, latte e pane secco.

Duplice vita, ma unica e sostanziosa personalità artistica. Egli è uno dei più ammirevoli e grandi attori del nostro tempo, com’è del resto testimoniato da uno dei premi più indovinati di Venezia: quello toccatogli, per Pigmalione, come miglior attore apparso in quella Mostra.

Questo bravissimo Howard è inarrivabile se indossa un costume settecentesco. Allora ogni suo minimo atteggiamento è legato a quelle vesti leziose e trascinanti, e ne risulta una composizione assolutamente perfetta. Qualche volta egli è stato più potente, più drammatico ecc. che nella Primula rossa, ma non è stato mai così unico, così insostituibile. E altrettanto accadde in un finissimo film fantastico, La strana realtà di Peter Standish. Assolutamente un film howardiano.

PUCK

(“Cinema”, n. 35, 1938)


Ecco, ho voluto qui trascrivere questo articolo, che è veramente – lui sì – unico. Nell’assordante silenzio che in quegli anni circondò Leslie Howard in Italia, resta una voce isolata e assolutamente fuori dal coro. Non so chi si celi dietro lo pseudonimo di Puck, ma certamente lo scoprirò. Per quanto pieno di inesattezze, l’articolo è comunque un tributo inatteso. Ed altrettanto inattesa fu certamente quella Coppa Volpi con la quale Leslie fu premiato alla fascistissima Mostra del cinema di Venezia per il suo Pygmalion, anche se sospetto che parte del merito di questo straordinario riconoscimento fosse dovuto alle simpatie a suo tempo espresse da  George Bernard Shaw per il fascismo italiano. Certo che sembra davvero paradossale, un riconoscimento all’ “ebreo” Howard (perché tale sarebbe stato considerato, ancorché battezzato e personalmente agnostico) alla vigilia delle leggi razziali, in un paese che l’aveva ignorato fino a quel momento e che continuò ad ignorarlo in seguito. Quanto alle inesattezze, ne ho lette di peggiori nei tardivi tributi “riparatori” scritti dopo la guerra. Ci sarebbe molto da scrivere sui rapporti (inesistenti) fra i critici cinematografici italiani e Leslie Howard…

Leslie Howard in Pygmalion

Leslie Howard in Pygmalion

 

2011 TOP 10 VIDEOS AT YOUTUBE “LACER/AZIONI” CHANNEL

 

 

This is the chart about the Top 10 videos that in 2011 gained the highest number of views at my YouTube Lacer/azioni channel. At the top we see the clip inspired by Srini Pillay‘s words about art and the art’s healing power; Srini Pillay is Harvard psychiatrist, columnist (The Huffington Post and Psychology Today), brain imaging researcher, author (his book “Life Unlocked” ispired the videoclip at 4th position too).

At the second position: the clip I created remembering Nine Eleven Fallen in the 10th Anniversary of Twin Towers attack. At the third place: the video about my show at Parallax AF in London.

It’s also a pleasure to see in this 2011 chart the “Linger” clip created with poet, musician and producer Joshua Sellers (West Memphis, Arkansas) and that one made with the Amsterdam based musician and composer JapJap (“The ever expanding light”). All the clips are created with my “Lacer/actions” artworks, images of torn posters. Click and enjoy them!

2011 TOP 10 VIDEOS AT YOUTUBE LACER/AZIONI CHANNEL 

1.LACER/ACTIONS AND LIFE / SRINI PILLAY’S WORDS

http://youtu.be/FKSyUzhBSQQ

2.NINE ELEVEN / NEW YORK

http://youtu.be/_e_xNdQw7u8

3.LACER/ACTIONS at PARALLAX AF LONDON

http://youtu.be/r735Hb2NdnA

4.LIFE UNLOCKED

http://youtu.be/4n4JVnuIp2I

5.A STORY TO TELL: FROM RUBBISH TO SILK

http://youtu.be/M3ZQYB7r2sQ

6.THE EVER EXPANDING LIGHT

http://youtu.be/8g_Vuo1HEzY

7.LINGER

http://youtu.be/lOTx5QphUjE

8.THE LACER/ACTIONS SHOWROOM

http://youtu.be/k75rlHNnhHM

9. RADIATIONS (CLEAR-NU-CLEAR)

http://youtu.be/hpTfyQx5-FU

10.LACER/ACTIONS OF LONDON

http://youtu.be/ShJ_j-s06Go

DUE PAGINE DE “L’ECO DI BERGAMO” RACCONTANO LE “LACER/AZIONI” DI ROBERTO ALBORGHETTI

Lo so: due pagine che parlano di te, su un quotidiano, non sono cosa di tutti i giorni. Soprattutto poi quando si riferiscono all’arte ed alla cultura. Comunque, è capitato a me. L’Eco di Bergamo – il quotidiano locale più diffuso in Italia – ha scritto di me e delle mie “Lacer/azioni” dedicandomi appunto due pagine. L’articolo è firmato da Diego Colombo, che mi ha intervistato a lungo ed ha brillantemente riportato e raccontato aspetti e realtà del mio progetto “Lacer/azioni”. Ripropongo qui alcuni passaggi del lungo ed articolato servizio, ringraziando Diego Colombo e L’Eco di Bergamo per l’attenzione che mi è stata dedicata. L’intero servizio può essere letto su L’Eco di Bergamo del 26 ottobre 2011.

  

A NEW YORK LA POP ART DI ALBORGHETTI

di Diego Colombo

 La “città strappata”. Questo il tema delle fotografie del giornalista bergamasco Roberto Alborghetti, un lavoro di ricerca sulla carta della pubblicità in diverse nazioni del mondo. Lui lo spiega così: “Dietro messaggi sbiaditi e stracciati riesce difficile pensare che possa esserci ancora “qualcosa” da vedere o scoprire. Eppure, queste immagini continuano a essere uno specchio della città che comunica e che parla. Sono le tracce e i reperti post-comunicanti di un prodotto, di un evento, di uno spettacolo, di un’idea, elementi visivi nuovi, spesso contrastanti, disarmonici, ma sempre sorprendentemente vitali”.

 Chris Barlow, uno dei più noti storici dell’arte inglesi, ha ospitato Alborghetti in una mostra a Londra, tenutasi in questo mese di ottobre. Con la sua opera sull’11 Settembre è stato invitato a far parte del Memorial & Museum di New York, di cui è stata inaugurata la prima sezione nell’occasione del decennale dell’attacco terroristico. La seconda – di cui farà parte Alborghetti – sarà aperta nell’autunno 2012. “Sono sempre stato affascinato dal mondo della comunicazione – ci spiega Alborghetti – e un tempo sul settimanale diocesano La nostra Domenica curavo una rubrica, “L’occhio e i media”, dove spesso parlavo di pubblicità, anche quella dei cartelloni per le strade. E proprio il direttore di allora, Lino Lazzari,mi ha incoraggiato ad andare avanti con le fotografie, accostando il mio linguaggio all’avanguardia della pop art. Quest’anno mi ha scritto una bellissima scheda critica, che ho tradotto in inglese e messo in Internet”. Scrive Lazzari: “Non conta la materia che viene usata per realizzare un’opera d’arte e per trasmettere positivi messaggi di umanità e’ sufficiente la capacità di servirsi anche di “strappi” di carta colorata per esaltare le caratteristiche di una realtà che si fa immagine sorprendente, suasiva, coinvolgente”. “Io fotografo un rifiuto come il manifesto strappato in attesa di essere coperto da altre affissioni – aggiunge Alborghetti – o che resta come scarto, in particolare nei quartieri più degradati, perché lì trovo le immagini più belle.”

 ”A Tunisi, tre anni fa, ho preso fotografie in un mercato arabo – ricorda Alborghetti – dove avevo visto splendide combinazioni di colori sui muri azzurri degli edifici. E che paura ha avuto mia moglie, che mi osservava da lontano, quando sono stato circondato da un gruppo di arabi in atteggiamento non proprio amichevole! Le composizioni più belle si individuano quando la carta resta attaccata per mesi e subisce un processo di osmosi con l’ambiente. Con la pioggia,il sole, lo smog, la carta ha un continuo mutamento, si tira, si rattrappisce. Gli aspetti più inconsueti si scoprono quando l’acqua piovana mescola tutto, lasciando tracce incredibili, e si deve essere pronti a cogliere il momento giusto, perché non è sempre facile…”

 “Negli ultimi quindici anni – continua Alborghetti – ho coordinato diversi progetti sull’uso dei mezzi di comunicazione di massa e sulla lettura dell’immagine, tra cui workshops con allievi e docenti sui messaggi pubblicitari. E’ proprio lì che ho scoperto che la pubblicità ha un valore “post”, cioè anche dopo essere stata un momento di comunicazione. Per la verità, dai manifesti lacerati già dagli anni Cinquanta il pittore Mimmo Rotella prendeva ispirazione. E come lui altri, per esempio il francese Jacques Villeglé. Insomma, non è una novità che il cartellone pubblicitario affascini. Ma io ne ho considerato un altro aspetto: la suggestione dei colori rimasti casualmente quando l’attacchino strappa. Intanto, studiando l’arte contemporanea, ero sedotto dall’astrattismo”.

 In circa sette anni, Alborghetti raccoglie una valanga di foto, conservando trentamila negativi. Arriva la sorpresa: “Iniziando a mostrarle agli amici o durante gli workshops con gli insegnanti, mi sentivo dire che le mie immagini dei manifesti strappati erano belle. Mi hanno spinto a localizzarle, datarle, categorizzarle. Avevo scatti presi in tutto il mondo, dalla Bergamasca a New York e Los Angeles, in tutti i luoghi dove mi porta il mio lavoro di direttore di riviste specialiste nel settore della didattica e dell’educazione e di coordinatore di progetti sull’uso dei media”.

E viene il momento di farsi conoscere. “Ho costruito una quarantina di videoclip con le mie immagini di manifesti strappati tematizzandole per colore – il blu, il rosso, il nero – e conferendo un senso al mio lavoro. Li ho caricati su Internet, in YouTube, MySpace, Facebook… La prima mostra è stata a OrioCenter nel luglio 2010: il direttore del centro commerciale aveva visto le mie fotografie e mi aveva offerto lo spazio, la piazzetta che dà sull’aeroporto di Orio al Serio, per un’esposizione di una trentina di opere sul tema “Aria, acqua, terra e fuoco”. In tre giorni migliaia di persone mi hanno chiesto informazioni, chiarimenti, delucidazioni. In quell’occasione hanno parlato della mia opera i giornali, tra cui L’Eco di Bergamo, e un’agenzia internazionale, la web magazine Un mondo d’italiani

 “Anch’io all’inizio in Italia trovavo molta irrisione, sufficienza. Mi dicevano: “Hai fatto un fotomontaggio”. E poi dovevo sopportare, e ancora oggi, le reazioni della gente quando mi vede fotografare i manifesti strappati. “Lei è matto”, “Io devo passare”. A Milano sono stato anche fermato dalla Volante: stavo fotografando vicino a una caserma di carabinieri, considerata “un obiettivo militare sensibile. “Che cosa sta fotografando?”. “Vi faccio vedere che cosa ho fotografato”. Non credevano. Anche i miei amici mi facevano scherzi, si fingevano galleristi importanti che mi invitavano a delle mostre”. Per la verità anche noi, quando abbiamo vista la prima mail di Roberto Alborghetti, abbiamo pensato a uno scherzo.

Quando ho portato un mio opuscolo in una galleria di Milano, mi hanno guardato come un alieno. Ma all’estero mi hanno fatto capire che il problema non ero io, erano loro. Dobbiamo uscire dalla nostra mente ristretta, ci sta isolando”.

 Inernet regala a Alborghetti una forte visibilità: fin dall’inizio sono migliaia i contatti sul suo sito “LaceR/Azioni” su YouTube e ArtSlant. “Lacerazioni. Ho scelto questo nome perché la mia attività consiste nel leggere le lacerazioni nei manifesti, specchio delle ferite interiori presenti in ognuno di noi”. Di Alborghetti parla The Huffington Post, il prestigioso blog americano per il quale ha scritto anche il presidente Obama. L’articolo è firmato da Srini Pillay, psichiatra di Harvard, ricercatore nel campo del “brain imaging”, autore di bestsellers sulla neuroscienza, di cui in Italia è pubblicato solo un libro, La calma in tasca (editrice Newton Compton).

Pillay resta colpito in particolare dall’opera di Alborghetti dedicata all’11 Settembre, scrivendone un’analisi psicologica: “L’arte è una forma di cura/guarigione i cui effetti possono essere visibili nel cervello. Quando è bella come quella di Roberto Alborghetti, essa ci invita a rivisitare la tragedia del terrorismo, l’orrore della perdita e la bellezza della nostra capacità di recupero attraverso la nostra misteriosa vita”.

La mostra di Londra si deve allo storico dell’arte e gallerista Chris Barlow: “Ha visto in Internet le mie immagini, le ha apprezzate e mi ha invitato ad andare a Londra per tre giorni all’esposizione internazionale “Parallax” con tre opere, quella sull’11 Settembre, “As running fast water” (Come acqua che corre veloce), “I don’t like to stand still” (Non mi piace stare fermo). “Come acqua che corre veloce” è nata a Bergamo, in via XXIV Maggio in un giorno di pioggia e ora c’è chi l’accosta a Monet”.

 “Sono stato contattato da molte persone che avevano visto le mie immagini in Internet – racconta ancora con stupore, ma anche con orgoglio, Alborghetti -: poeti, musicisti, narratori. Tra questi anche Srini Pillay, che sta lavorando a un progetto internazionale sugli stati della coscienza: mi ha mandato una griglia di venti domande su come nascevano le mie opere. Quando ha ricevutole mie risposte, mi ha scritto: “Io sono un columnist di The Huffington Post, ti dedicherò un articolo sull’opera sull’11 Settembre”. Prendendo spunto dal mio racconto sull’origine di quest’immagine, ha iniziato scrivendo: “Roberto Alborghetti stava camminando lungo via Vico a Milano”. Si è vero: ero lì quando ho visto un tabellone elettorale e sono rimasto affascinata dagli strappi lasciati da un attacchino. I colori mi hanno dato subito l’impressione del sangue e del fuoco che scende dall’alto sul grigio del cemento. Quest’anno è il decimo anniversario dell’11 Settembre e ho pensato di dedicare questa immagine alle vittime”.

 Ma non è finita. “Avevo prodotto due anni fa un clip con immagini molto colorate. L’ha visto un musicista americano di hip-hop, Sweet P. Mi scrive: “Io ti do la mia musica, tu fanne un clip”. Ora sta uscendo in America con il suo primo album…” Con la musica c’è un feeling particolare. “Per un complesso americano, Tonic Sol-Fa, che canta a cappella, l’anno scorso ho costruito un video con immagini astratte che mi ricordavano il clima del Natale. Qualche mese fa ho collaborato con un musicista olandese, Jap Jap. E un musicista sperimentale di Brighton, Jonteknik, mi ha mandato una canzone e mi ha scritto: “Combinala con le tue immagini, mi piacciono moltissimo”. Ho collaborato con il progetto musicale americano “Earscapes”, di Joshua Sellers, musicista e poeta dell’Arkansas, che ha realizzato un video di nove minuti con le mie immagini (Linger) e l’ha mandato su YouTube…”

 “Chi mi commenta che solo da un italiano può nascere un’opera come la mia e mi cita il Rinascimento, così come tutta la cultura che abbiamo alle spalle e ci portiamo dentro, mi mette in crisi. Come chi mi accosta a Cy Twombly, a Josef Albers, alla pop art,  e chi dichiara che ho dimostrato che nell’arte nulla si crea e nulla si distrugge. E’ vero: io non sono un pittore, ma parecchi grandi artisti si sono ispirati ai manifesti strappati. Io ne ho la prova. Io non lavoro le immagini, non le altero, come le colgo, le immortalo. La mia opera è una provocazione. Chi vede le mie opere per la prima volta ha l’illusione che siano dei dipinti. Io devo spiegare che non lo sono…

 Le opere di Alborghetti non piacciono soltanto agli artisti. E’ stato chiamato anche da un’azienda, la Bulwark Design di Srs, di Fiorano Modenese, al centro del distretto della ceramica… E poi l’incontro con Bruno Boggia, che fornisce i disegni agli stilisti. Perché il successo di un capo dipende dai designer tessili. Boggia a Como lavora per le più affermate case di moda internazionali. Alborghetti: “Ha prodotto tre sciarpe di seta con le mie immagini, tra cui quella dedicata all’11 Settembre (Alborghetti ha intenzione di donarla a un’associazione di famiglie di caduti nell’attacco, ndr). Tre prototipi, solo per vedere l’effetto che fa il passaggio dalla carta alla seta”. “Ma c’è anche – conclude – un istituto religioso femminile che ha avuto l’idea di prendere una mia immagine come modello per una vetrata sul tema della Passione. Sono gli altri che vedono tutti questi rimandi. Per me è solo un gioco”.

Ma anche una provocazione per i nostri occhi e per la nostra mente.

 

BERGAMONEWS ABOUT ROBERTO ALBORGHETTI’S “NINE ELEVEN” ART

 

BERGAMONEWS, in Italy, has dedicated an article to Roberto Alborghetti’s artwork “Nine Eleven, New York 2001″.

The Italian daily news website has today a special issue about the WTC attacks X Anniversary. 

 Share the article; here’s the link:

http://www.bergamonews.it/cultura_spettacolo/articolo.php?id=46613