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Concerto Amor Fou

“Ti darò ogni singolo motivo
di dire che non c’è
un momento più perfetto
di quello in cui violiamo i nostri corpi vergini”
Due dischi ‘La stagione del cannibale’ per Homesleep e ‘I Moralisti’  per Emi. Molte interviste con risposte troppo lunghe. Tantissimi concerti con momenti di libidine soprattutto nelle code strumentali. Recensioni generalmente entusiastiche (ma va?). Meno pubblico del previsto (sarà perchè ci vestivamo da becchini chic?) ma nemmeno poco. Un paio di cambi di formazione e di look. Molti pipponi. Un nuovo disco prima o poi. Niente piu’ ballate per gente che si molla. Colori a volte sgranati a volte no. Piazza Tahrir e il verde delle molotov nelle bottigliette di sprite. Casse dritte, avere venti/trent’anni, ascoltare gli slowdive, non avere piu’ vent’anni e ascoltarli lo stesso, chorus a cannone, delay a cannone, canzoni su dittature rovesciate via twitter al posto di canzoni d’amore scartate da san remo. la svolta afro beat. un generale desiderio di prendersi meno sul serio. spietatezza e coretti. come sempre le idee molto chiare insomma no anzi, ma infatti!
Gli amor fou sono: Alessandro Raina, Leziero Rescigno, Giuliano Dottori e Paolo Perego.

La singolare malattia della Monti-dipendenza

[Fonte Arianna Editrice]

di Francesco Mario Agnoli

Chissà se gli italiani  cominceranno a liberarsi dalla singolare malattia della Monti-dipendenza adesso che con la legge di stabilità  il governo tecnico  ha palesemente “toppato” o, per dirla altrimenti, è stato colto con le mani  nella marmellata per avere fatto ricorso ad uno di quei  mezzucci di cattura  del consenso che sembravano appannaggio esclusivo  di una deteriore  classe politica. Che altro è difatti la mini riduzione dell’Irpef per i due scaglioni  più bassi se non un  tentativo di gettare fumo negli occhi? Il modesto  beneficio, che secondo Monti dovrebbe costituire  la prova della propensione del governo alla riduzione della pressione fiscale non appena se ne affacci la possibilità, è, difatti, accompagnato dall’aumento di un  punto dell’Iva. Un aumento che, secondo i calcoli degli esperti, non solo pareggia, ma supera il beneficio  Irpef anche per i contribuenti che ne usufruiscono e, soprattutto, colpisce senza compensi tutta la vasta area  esente da Irpef per insufficienza del reddito (circa  8 milioni di cittadini, che è corretto definire “poveri”).
Intendiamoci; la recessione economica non è  colpa di Monti e va attribuita a fattori (la   globalizzazione anzitutto) di molto anteriori alla intronizzazione per mano di Napolitano del governo tecnico. Monti e i suoi ministri hanno soltanto la funzione di fare accettare, se non con gradimento, con rassegnazione, provvedimenti che  avrebbero provocato  ben più dure reazioni  in caso di varo da parte del  governo Berlusconi e, in realtà, di qualunque governo politico (di qui la decisione di non sostituirlo immediatamente con un governo Bersani).
Questo in realtà l’hanno capito tutti, ma non tutti (anzi pochi) sembrano rendersi conto che  nulla  cambierà in meglio   quando Monti passerà la mano (se pure lo farà) a un politico, perché le cause  della crisi economica    sono tuttora  vigorosamente all’opera.
Mi auguro di essere cattivo profeta, ma in fondo al tunnel non s’intravede affatto la  luce vagheggiata (o vaneggiata) da Monti, ma una situazione destinata a divenire per lungo o lunghissimo tempo la nuova realtà dell’Italia e dell’Europa: una realtà che fino a pochi anni fa avremmo definito da  “terzo mondo”.  Prendiamo la riforma delle pensioni,  adesso calcolate e liquidate  per rendere il sistema sostenibile sulla base dei contributi  versati, il che già di per sé comporta una netta riduzione degli importi rispetto  al precedente  sistema  retributivo. Non per nulla  già da qualche anno i lavoratori vengono sollecitati a munirsi di forme integrative di previdenza e a tal fine si sono proposte  varie forme  volontarie di fondi-pensione.  Purtroppo è fin d’ora certo che, per effetto della  crisi e della conseguente difficoltà di trovare un lavoro stabile (o, peggio, una qualunque  occupazione remunerata), in particolare le giovani generazioni (ma non solo loro) avranno  pensioni al limite del livello di sopravvivenza, che in nessun modo potranno integrare. Difatti i lunghi periodi di disoccupazione da un lato incidono negativamente  sull’importo dei contributi versati, dall’altro non consentono di destinare parte dei propri  guadagni alla previdenza  alternativa. Insomma il cane si morde la coda e non ci prova  gusto.
Al momento la situazione sociale è (quasi) sotto controllo non per merito di Monti, che  anzi con il continuo aumento del costo  della vita  gioca  all’amico del giaguaro, ma perché le generazioni da poco approdate alla pensione o sul punto di farlo hanno avuto  la possibilità di risparmiare e possono dare una mano a chi il lavoro  lo sta ancora cercando (e non lo trova o ha rinunciato).
Tuttavia questi “anziani”  relativamente  fortunati  non dureranno in eterno  e in ogni caso  la loro capacità economica e, quindi, di sostegno  ai giovani, già intaccata da una esorbitante  pressione fiscale, è destinata a diminuire di anno in anno, perché le pensioni, d’oro o di rame che siano, non vengono adeguate  ai reali aumenti del costo della vita.
L’inevitabile approdo  è una generalizzata carenza di mezzi (vogliamo chiamarla col suo  nome: povertà?), nella quale quasi per tutti diviene essenziale,  in particolare  nei momenti difficili (malattie, vecchiaia ecc.), il ricorso ai servizi pubblici,  invece a loro volta oggetto di provvedimenti incidenti  in negativo sul numero e l’efficienza delle prestazioni (si pensi ai continui tagli alla Sanità).
Scarse le speranze di un’inversione di tendenza, dal momento che alla recessione economica  si accompagna (l’ha anzi preceduta e si pone come una delle sue cause) la crisi della società civile che, malata di individualismo amorale,  si mostra incapace di reagire e assiste immobile e passiva alla disgregazione di se stessa.

PAGINE ARDENTI: 1984, tra profezia e realtà

[Fonte Rataplan]

Nel 1984, George Orwell scrisse il suo libro intitolato “1984”, profetizzando l’organizzazzione futura della società. Orwell descrive un modello di società totalitaria, basata sull’annullamento dell’individuo e sul totale controllo esercitato su di esso dal governo.

Nel modello ipotizzato dall’autore, non esistono leggi scritte, ma, sotto un’apparente libertà, si cela la schiavitù degli individui, sorvegliati in ogni istante della loro vita da migliaia di teleschermi che trasmettono ininterrottamente programmi di propaganda(non possono essere spenti) e, allo stesso tempo, ricevono audio ed immagini. La libertà è assoluta, ma tutto è vietato. Il reato più grave è lo psico-reato. Esso consiste nel pensare qualcosa che non sia in linea con il “profilo di pensiero” del governo. Tramite arresti, torture, omicidi, quest’ultimo neutralizza i trasgressori; ma il suo obiettivo ultimo non è quello di eliminarli, bensì di convincerli, di controllarne alle menti, affinché nessuno possa concepire qualcosa di sconveniente per il partito.

Nella società “Orwelliana” ogni cosa è sotto il controllo di un partito unico, capeggiato dal Grande Fratello, un personaggio che effettivamente non esiste, ma funge da escamotage: è più semplice, per l’uomo, amare una persona piuttosto che un’istituzione. Allo stesso tempo, le persone, sfogano la propria rabbia sui nemici del partito durante i due minuti d’odio, in cui vengono mostrate immagini di essi, e sono descritti gli orrendi crimini che hanno commesso(tutti inventati). È in tale modo che gli uomini di questa società esteriorizzano i propri sentimenti repressi, essi possono provare solamente odio per i nemici e amore per il Grande Fratello. Quest’ultimo, basa il suo controllo proprio sul fatto che le persone siano “insipide”, no provino alcun sentimento, poiché “disumanizzati”, ridotti ad automi. La famiglia e gli amici non esistono, le uniche attività sociali sono quelle collettive(obbligatorie), organizzate dal partito, ma le persone non si conoscono, né parlano, tra di loro; non ne hanno interesse.

Tutta la società del Grande Fratello è basata sulle contraddizioni e sulle apparenze. Tutto è il contrario di tutto, la verità non esiste. Questa mentalità è denominata bi pensiero: credere fermamente sia in un’affermazione che nel suo esatto contrario.

L’esempio più chiaro di bipensiero è riscontrabile nei motti del partito: l’ingoranza è forza, la libertà è schiavitù, la guerra è pace. In tale mondo non esiste la verità e di conseguenza la realtà stessa non è ben delineata; ma il fatto più terribile è la conseguente abolizione del pensiero, esso non ha più “oggetti di osservazione”(la realtà e la verità non esistono), ogni cosa è data per scontata senza il supporto di alcuna riflessione. Il partito controlla le menti, in questo modo ha la completa padronanza della realtà(presente,passato,futuro), anche attraverso la manipolazione dell’informazione. Qualcuno diceva che una bugia, ripetuta cento volte, diviene verità; è proprio questo il sistema sfruttato dal Grande Fratello tramite i teleschermi. Se anche qualcuno fosse dubbioso su una verità impartita dal governo, egli sarebbe portato a credere che il suo dubbio sia frutto della propria immaginazione, poiché tutti gli altri credono fermamente in tale verità. Questa coltre di menzogne si basa sul fatto che la realtà sia concepita come ciò che le persone ritengono reale, che sia, dunque, un fatto puramente mentale. Il partito controlla le menti. Il partito controlla la realtà.

Gli stessi membri che ricoprono i gradi alti del partito, credono nella realtà che loro stessi inventano e, ritengono che il loro compito sia quello di migliorare la società.

Le persone sono automi, atti solamente al lavoro e alla produzione, essendo completamente lobotomizzate. Tale sistema è sorretto dal fatto che il mondo sia suddiviso in tre grandi stati, continuamente in guerra tra loro. Lo schema prevede che, di volta in volta, ci siano due paesi alleati che combattono insieme contro il terzo, ma nessuno dei tre vuole realmente vincere la guerra; il loro obiettivo è quello di renderla perpetua. In questo modo la maggior parte della produzione, destinata alla guerra, viene distrutta, cosicché gli uomini siano schiavi di un sistema consumistico finalizzato al potere anziché al benessere.

Orwell descrive un modello societario che richiama il comunismo, in quanto, vede attuato l’annullamento dell’individuo, il totalitarismo e l’abolizione della proprietà privata e, allo stesso tempo, richiama il capitalismo, poiché basato sul consumismo e sulla produzione.

 

Oliviero, Lotta Studentesca Roma

 

Leslie Howard: “Cinema”, 1935

LESLIE HOWARD

Il vero suo nome è Leslie Stainer. Era impiegato di banca quando scoppiò la guerra mondiale; e sebbene giovanissimo si arruolò volontario. Il fatto è ch’egli mordeva il freno, nel pacifico posto impiegatizio; si sentiva fatto per grandi slanci e pel movimento, voleva adoprare le sue forze – compresse ma appunto per questo più vive; ovvero, sentiva il sangue urgergli, e doveva dargli uno sfogo. La guerra fu accolta da lui come la liberazione. Finita la guerra, Leslie Stainer non volle a nessun costo tormare nella banca – ma dove, dove trovare un nuovo campo di battaglia, sul quale impegnare tutto, dopo aver bruciato dietro di sé i vascelli borghesi? Si ricordò d’un tratto che nella scuola aveva recitato, e recitato con gusto e bravura. Detto fatto: “reciterò anche nella vita”. S’avvicinò energico e coraggioso a un palcoscenico di Londra, e dopo qualche tempo, sia pure oscuramente, poté debuttare: ottenne un ruolo di due minuti esatti in Peg del mio cuore. A questa minuscola esperienza seguirono altre, sempre più decisive: la vita però era dura. Non si contavano gli insuccessi, gli alti e bassi, periodi di disoccupazione. “Ho passato mesi interi alimentandomi solo con tè, latte e pane duro. La mia famiglia stava bene e mi avrebbe aiutato ben volentieri, ma io non volevo che poi mio padre e fratelli potessero burlarsi del mio insuccesso. ” Oggi Leslie Howard, lasciato da gran tempo dietro le spalle il viso sparuto e gli occhi febbrili di Leslie Stainer in cerca di fortuna e di gloria, racconta ciò sorridendo. Lui, l’antiborghese bellicoso degli anni oscuri, è diventato un perfetto borghese – ma, questo è vero, anche un artista. Per Leslie Stainer gli anni duri furono soltanto tre o quattro; egli possedeva sicure doti pel suo mestiere avventuroso, e soprattutto una volontà incrollabile, che gli offriva continue e perenni risorse. Entrato in quell’ambiente con un guardaroba meschino, incominciò presto a essere vestito con la più sobria e albionica eleganza. Le sue giacche con le spalle scese, i suoi pantaloni diritti e stretti, le sue tube perfette – a Hollywood, come i capi di vestiario analoghi del suo compatriota Ronald Colman, sono segnati a dito come gli esempi più puri della pura eleganza inglese. Ma anche a Londra egli fu presto l’attore aristocratico per eccellenza. Fece anche del cinematografo, avendo fondato assieme a Charles Aubrey Smith (oggi famoso e impareggiabile caratterista anziano, con tratti severi e nobileschi, del cinema americano) e, se non erro, al regista Adrian Brunel, una Casa intitolata a Minerva. Howard lavorò anche come regista e soggettista, a quel tempo, poi tutto fu interrotto da una lussuosa scrittura in America – Broadway, Hollywood non ancora. Erano passati soltanto cinque anni (o pochissimi di più) dal suo ruolo di due minuti esatti in Peg del mio cuore. I teatri di Broadway lo accolsero on sommo onore, egli recitò da par suo Shakespeare, il Peer Gynt ibseniano e non so più quali altre opere. Ma tra queste, di sicuro, ce ne fu una scritta da lui stesso, Murray Hill, ch’egli seppe tenere sul cartellone per tre mesi consecutivi, e ci fu una commedia di Frederick Lonsdale (Aren’t we all) che gli procurò il più grosso trionfo novaiorchese e fu tenuta sul cartellone per due anni di seguito. Da allora gli impegni americani lo soffocarono quasi, e per un pezzo non poté ritornare in Inghilterra. Un giorno vi ritornò e i suoi compatrioti lo trovarono ancora più bravo e più raffinato: ma dopo breve soggiorno Broadway lo richiamò, per decretargli autentici onori regali in seguito alla sua più bella interpretazione (resta famosa negli annali del teatro americano), in Outward Bound. La Warner Bros. s’affrettò a fargli interpretare un film intitolato Outward Bound, tratto da quella commedia. S’era agli ultimi momenti di vita del film muto; e Howard non fu contento del suo nuovo contratto col cinema, e giurò che non avrebbe più messo piede in un teatro di posa finché lo schermo non avesse parlato. Si comprende: un attore di teatro non poteva pensare in modo diverso. Il resto è storia che conosciamo tutti.

E Leslie Howard s’è oggi ordinato quasi una doppia vita che si svolge regolare e fortunata. Da una parte le emozionanti finzioni del teatro e del cinema, alle quali egli presta tutto il suo ingegno e le sue capacità di vero artista. Da un’altra la vita famigliare più borghese e felice. E’ difficile trovare fra gli attori un marito e un padre migliore di lui. La sua giornata è tutta metodicamente divisa: giochi con la figlia decenne, lettura, polo, ozi in una vecchia e comodissima potrona di cuoio ch’egli si porta dietro da Londra a New York e viceversa, perché non potrebbe mai trovarne una simile. Il quarantenne (o poco più) Leslie quando si rifugia nella sua casa perde d’incanto ogni marzialità, fascino ed eleganza. Si affloscia beato, mette a posto la sua famosa (e un po’ buffa) collezione di fiammiferi (un dadà , un hobby squisitamente filisteo, inglese e anticombattivo), parla di cose domestiche con la buona moglie e dimentica completamente le poetiche sofferenze di Romeo e le spiritose invenzioni del professore di Pigmalione. Sorride continuamente, aprendo, nel viso da cavallo un giorno acceso di sogni, le tracce appena visibili di una malinconia antica. La quale non può più riaffiorare nella vita d’ogni giorno. Ma essa risplende sui legni del palcoscenico o davanti ai riflettori – e in quei momenti Leslie Howard è ancora un poeta, è ancora un combattente: come quando mangiava tè, latte e pane secco.

Duplice vita, ma unica e sostanziosa personalità artistica. Egli è uno dei più ammirevoli e grandi attori del nostro tempo, com’è del resto testimoniato da uno dei premi più indovinati di Venezia: quello toccatogli, per Pigmalione, come miglior attore apparso in quella Mostra.

Questo bravissimo Howard è inarrivabile se indossa un costume settecentesco. Allora ogni suo minimo atteggiamento è legato a quelle vesti leziose e trascinanti, e ne risulta una composizione assolutamente perfetta. Qualche volta egli è stato più potente, più drammatico ecc. che nella Primula rossa, ma non è stato mai così unico, così insostituibile. E altrettanto accadde in un finissimo film fantastico, La strana realtà di Peter Standish. Assolutamente un film howardiano.

PUCK

(“Cinema”, n. 35, 1938)


Ecco, ho voluto qui trascrivere questo articolo, che è veramente – lui sì – unico. Nell’assordante silenzio che in quegli anni circondò Leslie Howard in Italia, resta una voce isolata e assolutamente fuori dal coro. Non so chi si celi dietro lo pseudonimo di Puck, ma certamente lo scoprirò. Per quanto pieno di inesattezze, l’articolo è comunque un tributo inatteso. Ed altrettanto inattesa fu certamente quella Coppa Volpi con la quale Leslie fu premiato alla fascistissima Mostra del cinema di Venezia per il suo Pygmalion, anche se sospetto che parte del merito di questo straordinario riconoscimento fosse dovuto alle simpatie a suo tempo espresse da  George Bernard Shaw per il fascismo italiano. Certo che sembra davvero paradossale, un riconoscimento all’ “ebreo” Howard (perché tale sarebbe stato considerato, ancorché battezzato e personalmente agnostico) alla vigilia delle leggi razziali, in un paese che l’aveva ignorato fino a quel momento e che continuò ad ignorarlo in seguito. Quanto alle inesattezze, ne ho lette di peggiori nei tardivi tributi “riparatori” scritti dopo la guerra. Ci sarebbe molto da scrivere sui rapporti (inesistenti) fra i critici cinematografici italiani e Leslie Howard…

Leslie Howard in Pygmalion

Leslie Howard in Pygmalion