Articoli marcati con tag ‘Nord’

A.A.A cercasi numero verde

di Matteo Carnieletto 

Premessa per i lettori: ho uno stomaco forte. Questo è necessario per spiegare come, nonostante io legga quotidianamente Il fatto, il mio fisico goda ancora di ottima salute.

Chi frequenta questa testata giornalistica (ed è dotato di un cervello che funziona onestamente) sa che non deve prendere troppo seriamente le notizie lì stampigliate. Così, quando ho letto  «Ravenna, Forza nuova choc: attiva un “numero nero” contro gli immigrati», non ho potuto far altro che sorridere, immaginando ciò che avrei trovato scritto sotto il titolo. Come in ogni commedia che si rispetti, a titolo drammatico corrisponde contenuto ridicolo.

Mi occupo di questioni letterarie e, a causa di un’acuta deformazione professionale, mi sono avvicinato  all’articolo de Il fatto da questo punto di vista. Prima considerazione: non posso considerare Enrico Bandini l’autore dell’articolo, nonostante il suo nome appaia sotto il drammaticissimo titolo. Il motivo è semplice: Bandini non ha espresso opinioni fabbricate dalle sua testa, ma ha semplicemente estratto una serie di immagini dal cilindro dell’antifascismo.

Primo coniglio estratto dal cilindro: «Vi sentite minacciati? A Ravenna è attivo un numero di telefono cellulare da chiamare per denunciare “discriminazioni, violenze, ingiustizie subite dal popolo italiano”. Numero verde, lo chiamano. A dire il vero è un “numero nero”. Nero come coloro che si richiamano al fascismo, e fascista è il fine visto che a istituirlo sono i militanti di Forza nuova».

Dopo tutto questo nero, non ho potuto non affacciarmi alla finestra per prendere una boccata di colori. Tornato al pc, mi sono poi chiesto se Bandini, per rassicurare i bambini che temono l’uomo nero, dica loro di star tranquilli perché, si sa, l’unico uomo nero di cui valga la pena aver paura è morto il 28 aprile 1945.

Dalla letteratura passiamo alla logica: secondo il giornalista de Il fatto, il numero è nero perché neri sono i militanti di Forza Nuova che si richiamano al fascismo e, ovviamente, il fine di tutto questo è fascista perché coloro che l’hanno istituito sono i militanti di Forza Nuova.

Applichiamo il ragionamento di Bandini ad un’altra iniziativa dei militanti di Forza Nuova: neri sono i militanti che donano il pane agli italiani, quindi il pane è nero, coloro che donano il pane sono fascisti, quindi donare il pane è fascista. Ovviamente, questo ragionamento è sbilenco perché si fonda sulla prima riflessione di Bandini che è ancora più sbilenca.

Secondo coniglio estratto dal cilindro: dopo aver citato una frase di Luca Castellini – coordinatore per il Nord Italia del movimento – Bandini scrive: «la destra dell’azione ama le maniere spicce e il confronto dialettico rappresenta per essa una perdita di tempo. Ma allora sorge il dubbio su quali pratiche possano operare in concreto i militanti di estrema destra per risolvere quella che a detta loro è una vera e propria emergenza sicurezza».

Tralasciando il fatto che, per scrivere una paginetta, il giornalista ha contattato tre responsabili di Forza Nuova – Castellini, Mariani e Raggi, che si sono quindi dimostrati disponibili a spiegare le vere finalità del progetto – ci chiediamo come si possa passare da una citazione ad un giudizio sulla prassi. La risposta è facile: nel mondo antifascista non si può lasciar spazio all’avversario e, proprio mentre il militante di Forza Nuova afferma cose che anche la casalinga di Voghera può condividere, è necessario tappargli la bocca e ripresentare l’immagine stereotipata del fascista picchiatore.

Terzo ed ultimo coniglio dal cilindro (il mio stomaco è forte, ma è meglio non abusare): Bandini si chiede se, per i militanti di Forza Nuova, un gay o un elettore di sinistra siano persone di serie B. Tralasciando la questione gay perché tanto, come quando si viene arrestati dalla polizia, ogni cosa che dirai sarà usata contro di te in tribunale, il giornalista de Il fatto si dimentica per esempio che, durante la Rivolta dei Forconi, i neri militanti di Forza Nuova hanno salutato con favore l’arrivo dei militanti di sinistra. La battaglia era di popolo, non di fazione.

Siamo arrivati alla conclusione dell’articolo di Bandini che, ovviamente, è costellato di nero e di neri ragazzi di Forza Nuova. Lo stomaco è forte, ma – dopo la lettura dell’articolo de Il fatto – chiediamo che venga istituito un numero verde che protegga il sistema digerente degli italiani da certa carta stampata. Nel frattempo, sono costretto ad aprire un boccetta di Maalox. Questa volta lo stomaco non ha retto.

La Vodka

La vodka è un distillato di cereali (ma anche ottenuto da fecola e polpa di patata) ottenuto da almeno 3 distillazioni e filtrato su materiali diversi (carboni, polveri di diamante, farine fossili, ecc.). Dalla prima distillazione si ottiene la brantowka (vodka bruciata, 15°), dalla seconda la prostka (vodka rustica, 30°) e dalla terza l’okovita(acquavite, 70°). È considerata la bevanda alcolica tradizionale polacca e russa.

Tralasciando le sostanze responsabili dei sapori tipici di questa bevanda, la vodka è composta principalmente da acqua e alcool (etanolo) presente tra il 37,5 e il 60 percento in volume. Nella classica Vodka Russa, il tasso di alcool presente deve essere vicino al 46 percento, numero attribuito dal famoso chimico russo Dimitri Mendeleev. La vodka viene utilizzata come base di molti cocktail popolari, come il Bloody Mary, il Vodka-Red Bull, il Vodka Lemon, il Bullshot e il Vodka Martini (chiamato anche Vodkamartini o Vodkatini).

Esistono anche bevande a base di vodka, tipicamente di gradazione alcolica notevolmente inferiore, prodotte con aromi di frutta (per esempio limone o pesca).

Cenni storici

La Vodka è tra le bevande alcoliche più antiche e più bevute del mondo. La sua provenienza non può essere ricostruita con precisione, ma si pensa che sia da rintracciare nelle attuali Polonia e Russia.

Trae quindi le sue origini nell’Est Europa, dove si contendono la paternità del nome la Polonia e la Russia. La parola “vodka” è, in varie lingue slave, diminutivo dei termini corrispondenti all’italiano “acqua”, ad esempio in russo “вода” [voda], o in polacco “woda”, in analogia con l’italiano “acquavite” che, similmente, designa una bevanda che ha l’aspetto limpido e trasparente dell’acqua. Essa è apparsa scritta, per la prima volta, in Polonia nel 1405 in un registro di Sandomierz Court. Probabilmente si è voluto indicare con il nome di “acquetta” (con ironico eufemismo) un distillato leggero e pulito nel gusto, ma non certo nel grado alcolico, perché, come già accennato, alcune qualità di Vodka superano agevolmente anche i 50º alcolici. È poi interessante sapere che la vodka viene chiamata, nelle località dove si presume sia nata, con parole la cui radice significa “bruciare”, per esempio in polacco: gorzałka.

Nel 1520, nella sola Danzica in Polonia operavano già una sessantina di distillerie ufficiali, senza contare quelle clandestine. In Russia, nel 1649, lo Zar Alessio promulgò un codice imperiale per la produzione della Vodka; e all’inizio del XVIII secolo i nobili proprietari terrieri avevano l’autorizzazione per detenere un alambicco per piccole produzioni di consumo privato. Qui il termine Vodka (con significato moderno) venne scritto in un documento ufficiale risalente al regno dell’imperatrice Caterina II; il decreto, datato 8 giugno 1751, regolava la proprietà di alcune distillerie di vodka. Un’altra possibile origine del termine può essere trovata nelle cronache di Novgorod, dell’anno 1533, dove il termine “vodka” è stato utilizzato nel contesto di tinture alcoliche.

Oggi in Polonia e Russia sono migliaia le distillerie che producono questa bevanda. Si produce un’ottima vodka anche in quasi tutti i paesi dell’Est e del Nord Europa, i quali sono anche ottimi consumatori, con tradizioni che si tramandano da secoli. Nell’Europa Occidentale e nel Nord America la diffusione su larga scala ha invece una storia più recente. Essa raramente veniva bevuta al di fuori dell’Europa orientale prima del 1950 ma la sua popolarità fu estesa anche al Nuovo Mondo in seguito al dopoguerra francese. Nel 1975, negli Stati Uniti d’America, sorpassò le vendite del bourbon whiskey, fino ad allora il liquore più bevuto dalla popolazione americana. Anche se la vodka non appartiene alla cultura italiana, in questi ultimi anni è aumentata nel paese sia la produzione che il consumo della bevanda. Si può quindi ormai definire la Vodka una bevanda conosciuta e prodotta su scala mondiale.

PORRE FINE ALL’ECONOMIA INDUSTRIALE È UN ATTO MORALE?

DI GUY MCPHERSON
Transitionvoice.com

Le persone spesso mi accusano di avere una condotta inappropriata perché credo che porre fine all’economia industriale sia una buona idea. È interessante notare come alcune di queste persone sembrano preoccuparsi della moralità delle grandi banche nel momento in cui escogitano modi capaci di trarre profitto dalla contrazione dell’economia industriale. In verità, i politici cercano regolarmente di prendere le distanze da quei pochi individui informati che hanno una idea su dove siamo diretti.

Ma torniamo a me – il mio soggetto preferito, dopo tutto – e alle accuse di condotta inappropriata che mi tiro addosso, come i serpenti che attaccano le uova degli uccelli che nidificano sul terreno. 

Le persone moriranno”, gridano, mentre intenzionalmente e diligentemente ignorano i milioni di persone e di altri animali uccisi ogni giorno dall’economia industriale. Agiscono come se l’economia industriale fosse edificata su solide basi di amore e pace mondiale. Quella buona vecchia economia industriale, tutta arcobaleni e farfalle.

E come dovrebbe essere ovvio per ogni adulto, nessuno ne viene fuori vivo: nascere è mortale.

Le persone mi accusano di condotta inappropriata perché, in questo mondo sempre più postmoderno, non si parla del bene e del male. Sensibilità culturali, si sa. Per non menzionare il relativismo culturale.

Datemi di insensibile – sono stato chiamato in modi peggiori e ho la pelle dura – ma ritengo che il bene e il male esistano. Sono troppo postmoderno per credere nell’esistenza di un bene o di una male assoluti. Ho rinunciato a quel tipo di religione anni fa. Ma su specifici problemi, in particolari circostanze, si sono ben poche tonalità di grigio. Persino nel relativamente ampio caso della cultura industriale si trova molto bianco e nero.

Definire la moralità

La definizione che userò è tratta dai miei amici Merriam e Webster [dizionario on line, ndt].

Morale: 1. a.: di o in relazione ai principi del bene e del male nel comportamento: etico (giudizi morali); b.: esprimere o insegnare un concetto di corretto comportamento (una poesia morale); c.: conformarsi a uno standard di corretto comportamento; d.: sancito da o operativo sulla coscienza di qualcuno o giudizio etico (un obbligo morale); e.: capace di azioni giuste o sbagliate (un agente morale).

Come ho indicato prima in questo testo, possono esistere pochi dubbi sul fatto che un sistema che schiavizza, tortura e uccide le persone è sbagliato. La cultura industriale fa tutto ciò con straordinaria efficienza. Le grandi fonti energetiche contaminano la nostra acqua. L’agricoltura delle multinazionali controlla le nostre sementi, quindi il nostro cibo. Le società farmaceutiche controllano, attraverso i farmaci, il comportamento dei nostri bambini. Wall Street controlla il flusso di capitali. Le grandi aziende pubblicitarie controllano i messaggi che si ricevono ogni giorno. Quelli vergognosamente ricchi diventano sempre più ricchi attraverso il crimine: l’America funziona così.

Nonostante tutto ciò, crediamo di essere liberi.

Diversamente dal concetto di civilizzazione occidentale, penso che un sistema sia giusto – e persino equo – se tratta le persone allo stesso modo e le libera, dando loro l’opportunità di vivere al di là degli obblighi culturali e politici, svincolati da un sistema monetario sviluppato e potenziato da altri.

Non imboccherò la strada della oppressione con un fucile spianato o la pala di un bulldozer, ma è semplice estendere la nozione di schiavitù-tortura-morte all’intera popolazione e al consorzio vivente. È abbastanza chiaro che non mi serve percorrere questa strada: siamo del tutto sconnessi dalla terra e dai nostri vicini che non sappiamo più a cosa assomigli la felicità, e ancor meno come potremmo farlo comprendere.

Cosa c’è di sbagliato: facciamo una lista

Cosa non funziona nella cultura industriale? Cominciamo dalla moralità dei criminali di guerra come Barack Obama, che, nel distruggere il pianeta vivente e ogni forma di cultura non ispirata al modello industriale, sta semplicemente seguendo le orme di altre persone civilizzate, come Thomas Jefferson e George W. Bush.

Consideriamo, per esempio, le azioni di Obama agli incontri sui cambiamenti climatici mondiali, stretto in mezzo a una manciata di guerre ancora in corso e da lui iniziate: dà lustro alla dialettica politica proclamando vittoria, persino quando che il mondo ha riconosciuto i suoi (e di conseguenza i nostri) terribili fallimenti.

Le sue azioni mi ricordano la citazione di John Ralston Saul con la quale ho iniziato uno dei miei libri: “Mai fallimento è stato così ardentemente difeso alla stregua di un successo.”

In Nord America, abbiamo represso il terrorismo nel e dal 1492 e perseveriamo, riducendo in polvere il pianeta continuando a imprigionare e torturare chiunque sbarri il passo alla civilizzazione. Abbiamo una storia lunga e sordida, che perdura ancora e ancora e ancora.

In cambio di una vita confortevole e miserabile, segnata da un misto d’infelicità e di iPod, tolleriamo qualunque cosa alla quale i nostri dirigenti prescelti ci assoggettano. Tutta questa attività di prosciugamento e svuotamento delle nostre vite necessita che ci venga raccontato un numero sempre maggiore di menzogne assurde, della cui veridicità ci convinciamo. Fortunatamente, ciò richiede poco sforzo da parte nostra, perché siamo immersi nella dissonanza cognitiva, nuotando come ci capita nell’oceano della negazione culturale.

È relativamente semplice fare un caso morale della distruzione delle terre e delle acque e delle miriadi di altre specie, compresa la nostra, che hanno bisogno di sopravvivere. Dobbiamo semplicemente convincerci di non essere veramente parte della natura. E grazie al sopradetto oceano, tutto ciò non è un problema.

Ma allora esiste una questione più complessa: il futuro dell’umanità.

Come giustifichiamo la continua e montante distruzione della vita sul pianeta, ormai appeso a un filo, quando noi insieme alle future generazioni abbiamo bisogno proprio dell’oceano per sopravvivere? Come giustifichiamo il mortifero grumo di crescita economica in nome di carabattole e al prezzo della vita umana? Sembra giusto? Nel distruggere il pianeta vivente e tutta la speranza per il futuro dell’umanità per poter presidiare il pianeta, trovo difficile pensare che stiamo “esprimendo o insegnando una concezione di comportamenti corretti” mentre “ci conformiamo a uno standard di comportamenti corretti”.

Le scelte da affrontare

Sono sempre più convinto che la sola scelta morale consista nell’abbattere l’economia industriale, il più velocemente possibile e con ogni mezzo necessario. Se questo significa distruggere la proprietà, pensate alla distruzione di vite causata dalla cultura industriale. Se i mezzi richiesti per fermare l’attività industriale sono violenti, pensate alla violenza e alla morte causata da ogni atto di civilizzazione.

Usare un telefono cellulare è legale, e persino incoraggiato dalla cultura industriale: ma in Congo uccide donne e bambini. Di contro, fare a pezzi una torre cellulare che uccide migliaia di uccelli ogni anno e facilita la morte e la tortura del popolo congolese è una offesa criminale punibile con la prigione. Perché fare a pezzi una torre cellulare quasi certamente rappresenta un atto di terrorismo ed è punibile con la sospensione del diritto di habeas corpus [nella legislazione anglosassone, appello al giudice contro una detenzione ingiustificata, ndt], con la tortura e con una vita in prigione.

In mancanza di atti violenti e illegali, restano a nostra disposizione poche altre possibilità. In verità, utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione ci consente ancora qualche migliaia di opportunità, poco meno di una tavolozza completa. Sembra che persino le nostre azioni più “oltraggiose” risultino insignificanti se confrontate con l’ampiezza del problema da fronteggiare. I banchieri comandano, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze delle loro azioni. Il potere che ci resta è quello di svignarcela più velocemente rispetto a quanto non faccia la giustizia nelle nostre aule di tribunale.

Cosa significa questo per noi, le persone che sono senza voce? Ci lascia scelte morali? Ci indica come dobbiamo vivere, in un mondo divenuto terribilmente distorto, mentre sediamo comodi di fronte allo spettacolo dei mostri?

Qui ho poco da offrire, se non annoiarvi con consigli pratici sulle risorse personali e l’introspezione. Dovremmo investire sui nostri vicini, poiché è sempre risultato corretto. E quei vicini non sono unicamente umani. Sono animali e piante, terreno e acqua.

Abbiamo bisogno di proteggerli e onorarli perché procreiamo. Abbiamo bisogno di salvaguardarli dalle devastazioni della guerra, ma anche da una economia edificata sulla guerra. Abbiamo bisogno di vivere al di fuori dell’economia industriale e dentro il mondo reale fatto di lavoro onesto, di ruoli onesti, di piaceri semplici, assumendoci le responsabilità delle nostre azioni quotidiane. Abbiamo bisogno di abbandonare un sistema politico che prende senza dare, dopo averci abbandonati. Ad un più alto livello essenziale, abbiamo bisogno di ristrutturare la società in modo che i bambini comprendano e apprezzino le origini del cibo e della vita. Non è più del pianeta vivente che dovremmo essere preoccupati, ma di noi stessi. La questione morale, allora è: “Che cosa abbiamo intenzione di fare a riguardo?

Ma aspettate, c’è dell’altro

Ponderando la questione, tenete presente l’orribile caso del sovrappopolazione alla quale contribuiamo ogni giorno. Tenete presente le culture non industriali e i loro linguaggi che distruggiamo con regolarità. Tenete presente le decine di migliaia di specie che conduciamo all’estinzione ogni anno. Tenete presente che, in considerazione della nostra dipendenza da una biosfera sana e un clima stabile, una delle specie che stiamo conducendo all’estinzione è l’Homo sapiens.

Se avete proseguito la lettura fin qui, e concordate anche con una minima parte di questo testo, ormai non c’è più modo di tornare indietro. Una volta riconosciuto che l’economia industriale è micidiale e che gli Stati Uniti sono il maggiore impero distruttore di vita nella storia mondiale, una volta riconosciuto che i politici sono semplici strumenti dell’imperialismo nel perdurante miraggio economico, non c’è modo di chiudere semplicemente gli occhi di fronte alla cultura della morte.

Riconosco la mia responsabilità. Non voglio portare torture e sofferenza agli umani e agli altri animali. Non voglio distruggere il pianeta vivente affinché un pugno di esseri umani possano continuare a vivere in modo confortevole al prezzo di ogni altra cultura e specie sul pianeta. Non voglio essere responsabile dell’esaurimento dell’habitat per gli umani sulla Terra.

E voi?

Dopo avere compiuto il primo passo – allontanarsi dalla cultura industriale – i passi successivi non comportano nulla di più semplice. Se la cultura sta uccidendo noi, le altre specie e le prospettive future per una qualche vita umana sulla Terra, abbiamo l’obbligo di porre fine all’economia industriale. Se è così, cosa significa? Dobbiamo metterci a rischio di essere imprigionati, torturati e persino uccisi per salvare il pianeta vivente a favore delle future generazioni di umani?

I genitori ovviamente non possono rischiare di finire in prigione. L’obbligo morale verso la famiglia si contrappone all’obbligo morale verso il pianeta. Ma se il pianeta vivente fosse la vostra famiglia? E se la longevità dei vostri figli dipendesse completamente dal porre fine all’economia industriale? Entrambe le cose sono senza dubbio certe: il pianeta vivente è la vostra famiglia, anche se non lo riconoscete, e la longevità dei vostri figli dipende dal porre fine all’economia industriale in un prossimo futuro.

Come vi ricorderanno i vostri figli? Come un terrorista (alias una combattente per la libertà)? Come un imperialista indifferente, pronto a sacrificare il pianeta vivente per il proprio fondo pensione? Come guarderemo in faccia i nostri figli dopo che avremo distrutto ogni possibilehabitat per gli esseri umani in questo pianeta? O, dopo avere fatto poco, come guarderemo in faccia i nostri figli quando avremo fallito nella difesa del pianeta vivente?

Possiamo estendere le motivazioni parentali a ogni essere umano sul pianeta. Tutti noi abbiamo qualcuno che amiamo e che ci ama. Esistono poche persone che vivono da eremiti e non credo possiamo far loro affidamento per salvarci dall’economia industriale.

Eroi contemporanei

Immaginate il mondo senza Patrick Henry e pochi altri combattenti per la libertà che sono stati pronti a dare le proprie vite in nome di un futuro più luminoso. Immaginate se fossero stati pacifisti, desiderando solamente firmare petizioni ed escogitare boicottaggi. Dare alla pace una possibilità? Ciò è esattamente quello che gli industriali vogliono da noi: gente passiva, sempre dipendente dalla televisione e dalla politica, così da poter derubarci distruggendo il pianeta vivente dal quale dipendiamo. Siamo come Winnie the Pooh nella vecchia storiella:

Il Cavaliere: Ti piacerebbe essere il mio lacché?

Pooh: Cosa è un lacché?

Il Cavaliere: Qualcuno che fa cosa gli dico, senza porre domande, e senza essere pagato.

Pooh: Dov’è l’inghippo?

Molte persone sostengono che l’era industriale si sta avviando alla sua conclusione, quindi non sono necessarie ulteriori azioni da parte nostra. Queste persone sono seriamente surclassate da quelle che pensano che l’era industriale non finirà mai. Entrambi i gruppi sono lacchè dell’imperialismo, e non hanno la volontà di assicurare all’umanità un futuro migliore compiendo azioni coraggiose.

In fine, tutto ciò che mi chiedo è se farete qualcosa. C’è molto da fare e ognuno può giocare un ruolo. Vi unirete a me?

Questo brano è estratto e adattato da un capitolo del libro: Walking Away from Empire.

All’età di 49 anni e all’apice di una carriera produttiva e ricca di riconoscimenti, Guy McPherson, me stesso, ha lasciato la sua posizione ben pagata e con un lavoro non faticoso da docente a tempo pieno in una prestigiosa università, per ritornare alla terra. Perché si dovrebbe lasciare un lavoro sicuro, facile e remunerativo nel quale si eccelle per impiantare orti e allevare capre, galline e papere? Vengono in mente quattro ragioni: 1) è un modo per resistere all’imperialismo consiste nel ritirarsi dall’impero; 2) esiste un imperativo morale riguardo il modo in cui viviamo; 3) i messaggi di McPherson sulle conseguenze della nostra dipendenza dai combustibili fossili hanno richiesto molto più tempo di quanto a sua disposizione nella qualità di professore nella torre d’avorio; e 4) per credere di poter allungare la mia vita qualche anno oltre il completamento del collasso, dell’attuale economia e dell’ambiente, a cui stiamo conducendo la Terra.

 

********************************************** 

Fonte: Is Terminating The Industrial Economy A Moral Act?

Coppie di fatto, cattolici, leggi di mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ di due giorni fa la notizia che al comune di Palermo é stato dato il via libera al registro anagrafico delle unioni civili. Il tema è stato silenziato in questi ultimi mesi, ma ogni tanto torna di attualità emergendo improvvisamente come un fiume carsico

[Febbraio 19, 2007 ]

E’ uno dei temi scottanti del momento. Insieme all’eutanasia. Temi cari ad una parte del centrosinistra ma, non dimentichiamolo, soprattutto ai radicali. Le dichiarazioni contrarie si ripetono continuamente: ce ne fu una vescovo di Padova Mattiazzo. Anche lui ha diritto alle sue opinioni, per quanto puzzino di moralismo stantio. Sostiene, il vescovo, che coppie di fatto e gay, minino la cristianità del Veneto (e sicuramente, anche dell’Italia). Le sue sono posizioni da “destra ideologica”.


E’ ovvio che coppie di fatto e gay non minino alcunchè, in questo nostro paese, dove la pericolosità sociale è rappresentata da ben altro. Di cui di proposito si parla poco o per nulla. E cioè: il mercato senza regole che, soprattutto, nel Nord Est la fa da padrone; l’assenza (da molti anni) di una politica di opposizione; il malfunzionamento del sistema degli appalti; la scarsità di prospettive (decenti) di lavoro per i giovani e il sistema del mercato del lavoro (l’interinale introdotto dal centro sinistra nel ‘97 con apposita legge); il potere sempre più forte con i deboli (assenza di qualsiasi sistema di controllo da parte dei cittadini sui funzionari pubblici piccoli o grandi); il “partito dell’immobiliare e delle costruzioni”, strumento utilizzato per riciclare denari non puliti. Tanto per fare una carrellata.
Ma purtroppo per il vescovo di Padova, le coppie di fatto etero e gay saranno sdoganate, come in altri paesi occidentali, paesi leaders nello sviluppo capitalista, perchè, come ho già osservato, oggi non è la destra ideologica ad avere in mano il bastone del comando ma quella economica che ha bisogno di sdoganamenti, liberalizzazioni, uguaglianza di tutti i cittadini non nel loro peso sociale ma nell’accesso ai beni e servizi che essa produce.
Dal canto mio, ben venga l’amore tra etero e gay in qualsiasi forma voglia manifestarsi, purchè non li si lasci in assoluta balìa dei valori della destra economica.

[Febbraio 14, 2007]

Credo che dietro questa ostinazione (politica) della Chiesa ci sia un disegno che è quello di serrare i ranghi per partire in controffensiva.
Non è un mistero che la cristianità, il sacro, la visione religiosa siano soggetti ad una grossa crisi. La lotta contro i Dico, le discussioni sull’omosessualità, la famiglia, sono gli espedienti attraverso i quali serrare i propri ranghi e combattere i propri nemici: il consumismo capitalista per primo. Il quale ha  modificato così pesantemente la nostra società in meno di 50 anni, de-sacralizzandola.
Ma anche contro qualsiasi tentativo di trovare altre strade (ideali e politiche) più concrete per la liberazione del genere umano.