Articoli marcati con tag ‘Ora’

ET AUDIATUR DIABOLUS: QUANDO SATANA SCRIVE…

[FONTE: http://radiospada.wordpress.com]

 

Il romanzo “Le lettere di Berlicche”, scritto da C.S. Lewis nel 1942, presenta una corrispondenza immaginaria tra un diavolo di alto grado e il suo giovane nipote, inviato per la prima volta sulla terra come tentatore. L’anziano Berlicche fornisce a Malacoda ogni specie di consigli e astuzie per dannare il suo giovane e anonimo paziente, cercando di strapparlo al Nemico, cioè Dio stesso. Assistiamo dunque ad una storia certo ironica ma, allo stesso tempo, profonda e vera, in cui il lettore è posto innanzi ad una sorta di specchio deformante dove si assiste alla narrazione della realtà dal punto di vista del male, con conseguente ribaltamento dell’etica e della morale. La sfida del giovane uomo tentato è la sfida della libertà a cui tutti sono chiamati, quella facoltà “militante” per cui la nostra vita si sintetizza in una grande scelta di campo – o di stendardi, come direbbe Sant’Ignazio di Loyola – tra il bene e male. La soluzione, come la presenta Lewis in questa lettera – una delle tante del romanzo – è tutta paradossale: solo chi rinuncia a se stesso sarà autenticamente Suo, per sempre. Non si tratta solo di fantasiosi Malacoda o di Berlicche, si tratta davvero, come pochi testi sanno fare, del cuore e del destino di tutti noi.

 

Lettera XIII

Mio caro Malacoda,

mi pare che ti ci vogliano troppe pagine per narrare una storiella molto semplice. La cui conclusione è che ti sei lasciato sfuggire il tuo giovanotto dalle dita. La situazione è gravissima, e io proprio non vedo ragione alcuna per la quale dovrei proteggerti dalle conseguenze della tua insufficienza. Un pentimento e un rinnovamento di ciò che l’altra parte chiama «grazia», della grandezza che tu descrivi, è una sconfitta di prim’ordine. Equivale a una seconda conversione – e probabilmente a un livello più profondo della prima. Come avresti dovuto sapere, la nube asfissiante che ti ha impedito di attaccare il paziente nella sua passeggiata di ritorno dal vecchio mulino, è un fenomeno ben noto. È l’arma più barbarica del Nemico, e generalmente vien fuori quando Egli è direttamente presente al paziente in certe maniere non ancora perfettamente classificate. Alcuni esseri umani ne sono circondati in permanenza, e rimangono perciò inaccessibili a noi.

Veniamo ora alle tue balordaggini. Secondo la tua stessa confessione, dapprima hai permesso al tuo paziente di leggere un libro che veramente gli piaceva, del quale veramente godeva, e non per poter far poi osservazioni intelligenti con i suoi nuovi amici. In secondo luogo gli hai permesso di fare una passeggiata fino al vecchio mulino e di prendervi il tè – una passeggiata attraverso un paesaggio che veramente gli piaceva, e fatta da solo. In altre parole, gli hai permesso due veri, positivi piaceri. Sei stato così ignorante da non vederne il pericolo? La caratteristica dei Dolori e dei Piaceri è che non si può sbagliare sulla loro realtà e perciò, in quanto esistono, offrono all’uomo che li prova una pietra di paragone della realtà. Così, se ti fossi provato a dannare il tuo giovanotto con il metodo romantico – facendone una specie di Cavaliere Aroldo e di Werther immerso in un sentimento di compassione personale per cordogli immaginari – avresti dovuto far sì che non provasse in nessun modo un dolore vero; perché, naturalmente, cinque minuti di genuino mal di denti rivelerebbero i dolori romantici per quell’assurdo che sono e metterebbero a nudo il tuo stratagemma. Ma ti eri messo a dannare il tuo paziente per mezzo del Mondo, vale a dire col presentare la vanità, il daffare, l’ironia, e il tedio costoso come se fossero piaceri. Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo? Come preliminare allo staccarlo dal Nemico dovevi staccarlo da lui stesso, e avevi già fatto un poco di progresso su questa linea. Ora, tutto è disfatto.

Naturalmente, so benissimo che anche il Nemico vuole distaccare gli uomini da se stessi, ma in modo diverso. Ricorda sempre che a Lui quei piccoli vermi piacciono veramente, e che pone un assurdo valore assoluto sulla distinzione di ciascuno di loro. Quando dice che debbono perdere il loro io, intende solamente dire che debbono abbandonare la volontà propria; una volta fatto ciò, in realtà dà loro indietro tutta la loro personalità, e si vanta (sinceramente, ho paura) che se saranno completamente suoi saranno più che mai se stessi. Quindi, mentre gode nel vederli sacrificare perfino le loro innocenti volontà a Lui, odia di vederli allontanare dalla loro natura per qualsiasi altra ragione. E noi invece dovremmo sempre incoraggiarli a farlo. Le più profonde simpatie e i più profondi impulsi di qualsiasi uomo sono la materia prima, il punto di partenza, del quale il Nemico lo ha fornito. Allontanarlo da essi è sempre un punto guadagnato; perfino in cose indifferenti è sempre desiderabile sostituire le misure del mondo, o della convenzione, o della moda, al posto di ciò che veramente piace o dispiace a un essere umano. Per conto mio andrei molto lontano su questa strada. Mi proporrei come regola di sradicare dal mio paziente qualsiasi forte gusto personale, che non sia un vero peccato, anche nel caso che fosse cosa trivialissima, come il tifo per il gioco del cricket della sua provincia, o per la collezione di francobolli, o per il cacao. Tali cose, te lo concedo, non hanno nulla della virtù; ma c’è in esse ima specie di innocenza e di umiltà e di dimenticanza di sé della quale non mi fido. Colui che gode veramente e disinteressatamente di una qualsiasi cosa nel mondo, per se stessa, e senza che gliene importi un fico di ciò che ne dice la gente, è per ciò stesso armato contro alcuni dei nostri più sottili modi di attaccare. Dovresti sempre preoccuparti di far sì che il tuo paziente abbandoni le persone o il cibo o i libri che veramente gli piacciono in favore delle persone «migliori», del cibo «giusto», dei libri «importanti». Ho conosciuto un essere umano che ha trovato la difesa contro forti tentazioni di ambizione sociale in un gusto ancor più forte per la trippa e le cipolle.

Rimane da considerare il modo di riparare al disastro. La gran cosa è di impedirgli di farne alcunché. Non importa la sua opinione, anche se elevata, intorno al nuovo pentimento, purché non ne faccia un principio d’azione. Fa’ in modo che il piccolo bruto si avvoltoli in esso. Vi scriva su magari un libro, se ne sente una qualche inclinazione; è spesso un modo eccellente di sterilizzare i semi che il Nemico pianta in un’anima umana. Lasciagli fare qualsiasi cosa, purché non venga all’azione. Nessuna quantità di pietà nella sua immaginazione e nei suoi affetti potrà recarci danno, se riusciamo a tenerla lontana dalla sua volontà. Come ha detto uno degli esseri umani, le abitudini attive sono rafforzate per mezzo della ripetizione, ma le passive vengono indebolite. Più spesso egli sentirà senza agire e meno sarà capace di passare all’azione, e, coll’andar del tempo, sarà meno capace di sentire.

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

Testo raccolto a cura di Luca Fumagalli

Riflessioni sulla lingua 2: Il curdo è la lingua di una civiltà?

Il curdo è la lingua di una civiltà?

Traduzione dell’articolo di Yasin Ceylan (Docente di Filosofia presso l’Università Tecnica del Medioriente di Ankara) apparso sul Radikal in data 6 marzo 2012.


In una discussione andata in onda sul canale CNN Türk, in data 3 Febbraio 2012, il Sottosegretario
alla Presidenza del Consiglio Bülent Arınç ha sostenuto che il curdo non sarebbe la lingua di una
civiltà e che pertanto non sarà possibile usare questa lingua nell’istruzione. Per prima cosa, Bülent
Arınç ha dimostrato come sia possibile arrecare un dispiacere a milioni di persone usando la lingua
di una civiltà. Laddove invece lo stesso Bülent Arınç, in data 22 Dicembre 2011, durante il suo
discorso di chiusura agli incontri sulla finanziaria, aveva detto che ai curdi sarebbero stati
riconosciuti interamente i loro diritti linguistici e culturali, guadagnando stima, ammirazione e
rispetto agli occhi dei curdi stessi.
Ora vorrei dire qualcosa sul rapporto lingua-civiltà. Prima di tutto va chiarito che ogni lingua è
capace di diventare una lingua di civiltà. Le lingue nazionali che usiamo nella nostra epoca come
mezzi di espressione della civiltà occidentale, in primo luogo inglese, francese e tedesco, fino a
prima di tre secoli fa non erano le lingue di una civiltà. La lingua scientifica e accademica
dell’Europa cristiana era il latino. Persino i titoli di alcuni famosi libri pubblicati nel XX secolo sono
in latino. Tuttora i diplomi di laurea di alcune antiche università europee vengono scritti in latino.
Comunque, parallelamente alla fondazione degli stati nazionali, si sono iniziate ad usare le lingue
nazionali in campo scientifico, accademico e nell’istruzione. Il fatto che ogni nazione abbia optato
per la propria lingua, in luogo di una lingua d’istruzione comune, ha dei vantaggi ma anche diversi
svantaggi.
Il persiano e l’arabo.
La lingua della scienza e dell’istruzione nel mondo islamico, prima dell’avvento del modello statonazione,
era l’arabo. Eruditi provenienti da etnie diverse hanno scritto le loro opere in arabo. La
lingua comune che usavano nei loro incontri era ancora l’arabo. Per questa ragione, possiamo
considerare lingue che si sono fatte carico di un civiltà fino a prima dell’epoca moderna il greco, il
latino, il persiano, il sanscrito, l’arabo e il cinese. Il turco, con tutti i suoi dialetti, pur esendo una
grande lingua parlata per secoli, non è mai stata la lingua di una civiltà specifica. Ciò nonostante
non si può dire che il turco non possa essere lingua di civiltà. A condizione che diventi un fulcro di
valori scientifici e sociali, esso è candidato a diventare in futuro la lingua di una civiltà. Il passato
del turco moderno non risale troppo indietro. Inizia con la fondazione della Repubblica. La netta
frattura con l’ottomano ha creato la possibilità che le nuove generazioni non siano in grado di
leggere un libro scritto cento anni fa. Non solo gli studenti universitari, ma persino molti professori
non sarebbero in grado di leggere e comprendere il Nutuk di Atatürk nell’originale. Per l’arabo e il
persiano, che non hanno vissutto una tale rottura, la situazione non è così grave. Uno studente di
liceo iraniano può leggere e capire tranquillamente le poesie di Sadi o di Hafýz. D’altro canto, un
arabo che abbia studiato può leggere e comprendere senza troppe difficoltà il testo del Corano o gli
atti dei profeti.
Tutte le lingue del medioriente hanno fatto fatica (e tuttora la fanno) a trasporre molti dei concetti e
dei termini scientifici, sociologici e letterari della civiltà occidentale contemporanea. Per quel che
riguarda la formazione di nuovi termini l’arabo, a confronto col turco e col persiano, è più fortunato.
La ragione di ciò è che, fra il IX e il XIII secolo, le fonti basilari della filosofia e delle scienze
greche antiche, sono state tradotte in arabo e in più il fatto che esso fosse la lingua parlata nei
rapporti di potere. Le più grandi menti del tempo hanno scritto in questa lingua. Il grande filosofo
islamico, di origini turche, Farabi, così come il famoso interprete coranico Zamahsari, anch’egli di
origine turca, hanno scritto le loro oper in lingua araba.
Il curdo
Venendo al curdo, fino all’epoca degli stati-nazione, eruditi d’origine curda come Ibn el-Esir e
Sihabettin Sühreverdi hanno scritto i loro libri nella lingua comune all’epoca, l’arabo. La validità di
questa lingua comune era così diffusa che persino il famoso filosofo e teologo ebreo Endülüslü Ibn
Maymun (Maimonide) ha scritto la sua famosa opera intitolata “Guida dei perplessi” in arabo.
L’utilizzo del curdo come lingua di una nazione, se prendiamo come riferimento ‘Mem û Zîn”,
occorre negli stessi tempi delle altre lingue nazionali. Non essendo una nazione fornita di uno stato,
a confronto con le altre lingue nazionali esso è rimasto indietro. Ad ogni modo, vuoi la letteratura
che viene utilizzata nelle scuole e nelle università del Nord Iraq, vuoi le pubblicazioni in curdo nella
diaspora, colmano questa carenza. Nelle analisi che ho condotto negli ultimi tempi, ho potuto
constatare come il curdo sia una lingua straordinariamente elastica e che possiede una buona
disponibilità alla creazione di nuove parole. Che sia stata capace di mantenere la sua vivacità pur
essendo stata proibita per un tempo pari quasi ad un secolo, che la maggioranza dei parlanti il
dialetto kurmanci possano capirsi a vicenda nonostante la distanza geografica e altri impedimenti di
questo tipo, sono fatti davvero sorprendenti. Molti ricercatori nutrono la comune convinzione che
dal punto di vista della cultura popolare e tradizionale i curdi siano il più antico e ricco gruppo
etnico della regione. Una volta restituite ai loro legittimi proprietari, i curdi, molte componenti del
folklore turco, arabo e persiano, e molta dell’eredità letteraria, musicale e mitologica, si capirà
anche come le fonti in lingua curda non siano poi così povere. Conseguentemente, quanto per il
turco c’è la possibilità che esso diventi la lingua di una civiltà, tanto vale per il curdo. Voglio però
parlare di un vantaggio che il curdo possiede: facendo parte del gruppo linguistico indoeuropeo, dal
punto di vista della sintassi, presenta delle somiglianze col tedesco e l’inglese. La gran parte dei
suoni presenti nel suo alfabeto si trova anche nelle lingue occidentali. Questa somiglianza, vuoi in
fase di traduzione, vuoi nel parlato, apre la strada ad alcune facilità. Ad esempio possiamo osservare
come sia d’altissimo livello l’inglese parlato dai diplomatici curdi del Nord Iraq. Il fatto che il turco
faccia parte di un gruppo completamente diverso da quello delle lingue occidentali, fa sì che nella
traduzione e nel parlato si riscontrino notevoli difficoltà. È un fatto naturale. L’assenza in turco dei
pronomi relativi crea grossi problemi ai traduttori. Nell’ottomano questo bisogno è stato compensato
prelevando dal persiano la particella pronominale -ki. L’eliminazione del -ki dal turco moderno
(nella lingua scritta) è la ragione di lunghe frasi aggettivali che precedono il nome e che creano una
distanza inutile fra soggetto e predicato. Questa situazione rende questa lingua straordinariamente
sistematica ed estetica, incomprensibile nelle sue lunghe frasi.
Il turco
Il fatto che il turco moderno possieda una breve storia, ha fatto sì che non si riesca a trovare una
stabilità nella trasposizione dei concetti da alcune scienze e discipline della cultura occidentale. Ad
esempio nelle traduzioni e addirittura in alcune opere compilatorie d’ambito filosofico, la
terminologia filosofica che viene usata cambia di traduttore in traduttore, da scrittore a scrittore. A
tal punto che, il più delle volte, siamo costretti a rivolgerci direttamente al libro originale dalle
difficoltà che incontriamo nel comprendere la traduzione. Ad ogni modo in questo campo negli
ultimi tempi si registrano importanti progressi e presto lavorando su tutti i filosofi, trovando un
accordo sulle scelte, la lingua filosofica turca prenderà corpo. Ciò che si capisce è che, se poniamo
la condizione che una lingua per essere usata nell’istruzione debba essere la lingua di una civiltà, ad
esclusione di alcune poche, molte lingue ne verrebbero a subire danno, compresa la lingua usata da
Bület Arınç.
Da ultimo voglio porre una domanda: esiste un rapporto fra la lingua di una civiltà e l’essere civili?
La mia risposta è che esiste e non esiste allo stesso tempo. Esiste, poiché le grandi menti hanno
espresso i loro pensieri fino alle più sottili sfumature in quella lingua. Usando quella lingua
completa hanno innalzato l’umanità. Non esiste poiché altra gente, che in quella medesima lingua si
esprime, ha praticato enormi crudeltà. Ha affossato l’umanità, ha pugnalato la giustizia, la pietà,
l’onore, la dignità. Oh, magari fosse possibile imparare a essere civili imparando la lingua di una
civiltà.
Traduzione di Francesco Marilungo

Riflessioni sulla lingua turca: la lingua del Sole è tramontata?

Il vice Primo Ministro Bülent Arınç ha affermato in un programma del canale televisivo CNN Türk: “Se tutto procede senza difficoltà, la lingua curda potrebbe diventare un corso facoltativo [nelle scuole]. Ma è impossibile prevedere l’insegnamento completamente in curdo. La prima ragione è costituita dagli ostacoli costituzionali; la seconda è: credete che l’insegnamento in lingua curda possa essere così efficace come in turco? Il curdo è la lingua di una civiltà?[1]

 Insomma il vice Primo Ministro crede che il curdo non sia una lingua idonea, non sia sufficiente  ad essere  ‘nominata’ come lingua primaria di insegnamento, l’insegnamento deve essere in turco: “lingua di una civiltà”.

 İbrahim Sediyani , giornalista, scrittore e poeta nato in provincia di Elazığ a Karakoçan e ora residente in Germania, risponde alle dichiarazioni di Arınç con un articolo di analisi e confronto tra la lingua curda e turca. Scopriamo così che rimane ben poco della lingua del Sole (il turco)[2] se togliamo i termini di derivazione araba, francese e persiana e che persino nome e cognome del nostro vice Primo Ministro hanno origini altre…

Riportiamo qui una parte dell’articolo (in nero l’originale in lingua turca, in blu la traduzione italiana).

 Bülent Arınç, il Curdo e il problema della lingua

25 Mayıs 1948 tarihinde Marmara bölgesinin Bursa şehrinde dünyaya gelmiş.

Venuto al mondo il 25 maggio 1948 nella città di Bursa locata nella regione di Marmara.

 “Mayıs” Maggio, Latino.

  “25 Mayıs1948”, Gregoriano

  “tarih” storia, Arabo

  “Marmara”, Greco

  “Bursa”, Greco

  “şehir” città, Farsi

  “dünyaya gelmiş” venuto al mondo, Cicognese :) .

- Lise eğitimini Manisa kentinde almış ve Manisa Lisesi mezunuymuş.

Ha ‘preso’ l’educazione liceale nella città di Manisa dove si è diplomato.

  “Manisa”, Greco.

  “kent” città, Greco.

  “Lise” liceo, Francese.

  “mezun” diplomato, Arabo.

  “eğitim” educazione,  educheremo una generazione di persone religiose/pie e Turco

 -1970 senesinde Ankara Üniversitesi Hukuk Fakültesi’ni bitirip avukat olmuş.

Nel 1970 ha concluso gli studi alla facoltà di Legge nell’Università di Ankara ed è diventato avvocato.

  “sene” anno, Arabo.

  “Angora”, Greco.

  “Engurî”, Farsi.

  “Üniversite” università, Latino.

  “Hukuk” legge, Arabo ma qui Kemalese (lingua di Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica Turca).

  “Fakülte” facoltà, Latino.

  “avukat” avvocato, İtaliano.

  “olmuş” diventato, – tempo passato con il modo miş

 - Manisalı olduğu için memleketi Manisa’da serbest avukatlık yapmış.

Diventato di Manisa ha praticato la professione di avvocato come libero professionista in città.

  “serbest” libero/liberamente, Curdo.

  “memleket” terra/paese/città di appartenenza, Arabo.

  “Manisalı” di Manisa, Vernacolo delle Caverne.

 -24 Aralık 1995′te Refah Partisi’nden milletvekili seçilerek parlamentoya girmiş.

Il 24 Gennaio del 1995 è entrato in parlamento scelto come deputato del Partito del Benessere.

  “Refah” benessere, Arabo.

  “Parti” partito, Latino.

  “millet” nazione, Arabo.

  “vekil” rappresentante/deputato, Arabo.

  “parlamento”, İtaliano.

 - Bu dönemde Türkiye Büyük Millet Meclisi Adalet Komisyonu ve Türkiye – Avrupa Birliği Karma Komisyonu’nda çalışmış.

In questo periodo ha lavorato nella Commissione di Giustizia della Grande Assemblea Nazionale Turca – Commissione Mista dell’Unione Europea.

  “Millet” nazione, Arabo.

  “Meclis” assemblea, Arabo.

  “Adalet” giustizia, Arabo.

  “Komisyon” commissione, Latino.

 “Avrupa Birliği” Unione Europea, gioco di parole/rebus

  “Türkiye Büyük” Grande Turchia, barzelletta

  “çalışmış” ha lavorato,  50° anno da lavoratore migrante

 - 28 Şubat post – modern darbe sürecinde Refah Partisi kapatılmış.

Dopo gli sviluppi del colpo di stato post-moderno del 28 febbraio il Partito del Benessere è stato chiuso.

  “Şubat” febbraio, Curdo.

  “13 Şubat” 13 febbraio, la nostra santa guida Şeyh Saîd (rh. a.).

 “21 Şubat” 21 febbraio, la nostra santa guida Malcolm X (rh. a.).

 “28 Şubat” 28 febbraio, İsraeliano.

  “29 Şubat” 29 febbraio, una cosa che viene ogni quattro anni comela Coppadel Mondo.

  “darbe”  colpo di stato, Kemalese.

 “post – modern”, il primo è Inglese, il secondo Latino.

  […]

 - 18 Nisan 1999′da, kapatılan Refah Partisi’nin yerine kurulan Fazilet Partisi’nden ikinci kez milletvekili seçilerek parlamentoya girmiş.

E’ antrato in parlamento per la seconda volta come deputato del Partito della Virtù, fondato il 18 aprile 1999 al posto del Partito del Benessere.

  “Nisan” aprile, Curdo.

  “millet” nazione, Arabo.

  “vekil” rappresentante/deputato, Arabo.

  “parlamento”, İtaliano.

  “Refah” benessere, Arabo.

  “Parti” partito, Latino.

  “Fazilet” virtù, Arabo.

  “parti kapatmak” chiudere il partito, cosa affatto grata.

 - Fazilet Partisi de aynı akıbete maruz kalıp Anayasa Mahkemesi tarafından kapatılmış.

Il Partito della Virtù ha subito la stessa fine: è stato chiuso dalla Corte Costituzionale.

  “akıbet” risultato/fine, Arabo.

  “maruz” essere soggetto, Arabo.

  “Mahkeme” Corte, Arabo.

  “Anayasa Mahkemesi” Corte Costituzionale, nessuno sa che lingua sia.

 - Daha sonra Adalet ve Kalkınma Partisi kurulmuş ve ona katılmış.

In seguito è stato fondato il Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP) e ne è entrato a far parte.

  “Parti” partito, democratico conservatore e Latino.

  “Kalkınma” sviluppo,  capitalismo “abdestli”: immacolato/puro/intoccabile e Turco.

  “Adalet” giustizia, “Ustalık Dönemi”yle birlikte rafa kaldırıldı ve Arapça.

 - Daha sonra bu partiden üst üste milletvekili seçilip yeniden parlamentoya girmiş.

Scelto poi velocemente come deputato per questo partito è entrato di nuovo in parlamento.

  “üst üste” velocemente, Mongolo.

  “girmiş” è entrato, tempo passato con il modo – miş.

 AK Parti Hükûmeti’nin başlattığı ve önce “Kürt Açılımı”, sonra “Demokratik Açılım”, en nihayetinde de “Millî Birlik ve Beraberlik Projesi” adını verdiği demokratikleşme paketi başta Kürt halkı olmak üzere tüm halk nezdinde büyük ümit ve heyecan dalgası yaratmış.

  “Kürt”curdo, Curdo.

  “Demokratik” democratico, Greco.

  “Demokratik Açılım” Apertura Democratica,  io e te!

  “en nihayet” infine, Arabo.

  “Millî” nazionale, Arabo.

  “Beraber” insieme, Curdo.

  “Proje” progetto, Francese e datato al 1915.

 - “Millî Birlik ve Beraberlik Projesi”, halay da bizim, horon da bizim, zılgıt da bizim, zeybek de bizim, Mastika da bizim, Kolbasti de bizim, Şemmamê de bizim!

Progetto di Unità e Fratellanza Nazionale”, anche l’halay (danza curda) è nostro, anche l’horon (danza del Mar Nero orientale), anche lo zilgit (urlo delle donne durante le celebrazioni), anche la Mastika(danza dell’Anatolia occidentale o la musica che l’accompagna) è nostra, il Kolbasti (danza del Mar Nero) e lo Şemmamê (danza curda) è nostro!

  “halk” popolo, Arabo.

  “nezdinde”, Arabo.

  “ümit”speranza, Farsi.

  “heyecan” eccitazione/emozione, Farsi.

  “paket” pacchetto, Francese.

  “demokratikleşme” democratizzazione, radice greca e suffisso/coda (leşme) turca.

 61. (şimdiki)  61esimo (oggi), Ora adempie alle proprie responsabilità come speaker del parlamento e vice Primo ministro del governo.

  “61”, Trabzon (la targa della città di Trabzon).

 “61. dakika” 61esimo minuto, Trabzonspor (squadra di calcio del Trabzon)

 “Hayat bizi 61 kenara”, 28 yıldır kazanılamayan şampiyonluk.

  “Hükûmet” governo, Arabo.

 - “Başbakan”, Recep Tayyip Erdoğan. Şâir ve aktivist. Yaradılanı seviyor Yaradan’dan ötürü. “Türkçe dışındaki dillere hayat hakkı bile tanımayan” Türkiye’nin başbakanı olarak “tam 4 tane resmî dili olan” İspanya’nın başbakanı ile birlikte “Medeniyetler İttifakı”na eşbaşkanlık yapıyor. Kasımpaşa altyapısında yetiştiği için futbolla yakından ilgili. Türkiye’de Fenerbahçe’yi, İspanya’da ise “kendisini Katalonya Millî Takımı olarak gördüğü için” formasına reklâm almayan ve İspanya devletinin de buna hoşgörüyle yaklaştığı FC Barcelona’yı tutuyor. Kendi ülkesinde Kürdistan ve Lazistan isimlerini kullanmak yasak; fakat Katalonya ve Bask takımlarında oynayan Türk futbolcularıyla gurur duyuyor. İsmini şimdiden tarihe altın harflerle yazdırdı. “Van Minüt” çıkışıyla Selahaddîn Eyyûbî’nin bile pabucunu dama attı; “Çılgın Proje” ile Fatih Sultan Mehmed’in bile karizmasını çizdi. Ayrıca Mısır’daki İhvan-ı Müslimîn cemaatine Laiklik tavsiye ederek Mısırlılar’a “ikinci bir Tosun Paşa vakası” yaşattı.

  “Sözcü” speaker, giornale edito da analfabeti. Pubblica in Argo (linguaggio di strada, slang). Prepara ogni 10 novembre la pagina umoristica con il titolo “Se Atatürk fosse vissuto”.

  “icra”, Arapça.

  “hak”, Arapça.n

  “vazife”, Arapça.

  “Hak yok vazife vardır”, öğrenciyken Millî Güvenlik derslerinde bize sık sık okuttukları ve ezberlettirdikleri şiir.

 - Şu anda 63 yaşında, fakat yakında 64′e girecek. Evli; iki çocuk babası.

Ora ha 63 anni, fra poco entrerà nei 64. E’ sposato ed è padre di due figli.

  “63”, Urfa (numero di targa della città di Urfa).

  “64”, Uşak.

  “65”, boşversene sen, kimin umurunda? İstanbul’a iki haftadır kar yağıyormuş, vah vah, millet perişan olmuş. Vapur seyahatleri bile iptal!

 “ev” casa, Mongolo.

  “çocuk” bambino, Çinese.

  “baba”papà, İtaliano.

  “iki çocuk babası” padre di due figli, normalmente bisognerebbe farne tre, secondo me non è tropo tardi.

 - Sempatik ve naif bir insan. Hislidir, sık sık gözyaşı döker. Oldukça da kibar ve beyefendidir. Bu yüzden dolayı hasımları tarafından bile sevilir. Karizması “kodu mu oturtması” değil ama nezaketidir.

Uomo simpatico, naif. Sensibile, spesso versa qualche lacrima. Educato, un signore. Per questo è amato anche dai suoi oppositori…

  “Sempatik” simpatico, Greco.

  “naif”, Arabo.

  “insan” uomo, Arabo.

  “his” sensazione, Arabo.

  “gözyaşı” lacrima, Questione Curda.

  “Gözyaşı Nehri” fiume di lacrime, massacro degli Indiani d’America.

 “sık sık gözyaşı döker” spesso versa lacrime, lo stato americano del Pennsylvania.

  “kibar” educato, Curdo.

  “efendi” signore, Greco.

  [...]

  “Sivasspor” squadra del Sivas, non ha nulla a che fare con questa tema ma mi è venuto da dentro è l’ho scritto.

 Ancak bütün bu artı yönlerine karşın, ne yazık ki bir de eksi yönü var bu anlattığımız zat-ı muhteremin. Kendi anadili haricinde hiçbir dili öğrenmemiş, bilmemiş. Diğer diller konusunda hiçbir şey bilmiyor. Sadece birazcık, o da “orta derecede” İngilizcesi var, o kadar!

  “anadil” lingua madre, versetti del Corano (!!!).

“bilmemek” non conoscere/non sapere, non è peccato, peccato è non imparare.

[...]

Nome e cognome: Bülent Arınç.

  “Bülent”, Curdo.

 “Arınç”, Curdo. 

 “Bülent” parola di origine curda significa “alto, sublime, maestoso”. La parola curda “bılınd” è stata trasformata nel turco “bülent” (= bülend).

 Allo stesso modo “arınç” è una parola di origine curda che significa “tranquillità, fiducia, sicurezza”. La parola curda “arinc” è stata trasformata nel turco “arınç”.

 Insomma colui che ha detto “la lingua curda non è una lingua ricca” e di cui ho riportato la biografia qui sopra, un uomo del nostro grande stato ha perfino il nome e il cognome curdi.

İbrahim Sediyani

Per l’articolo in lingua originale: http://www.siirttenote.com/sediyani/4809-bulent-arincin-adi-soyadi-bile-kurtce.html


[1] “If everything goes smoothly, the Kurdish language may be an elective course [in schools]. But it is impossible to conduct education entirely in Kurdish. The first reason for this is constitutional obstacles, and the second is: Do you think an education in Kurdish would be as effective as in Turkish? Is Kurdish the language of a civilization?” Today’s Zaman, 8 febbraio 2012.

[2] La cosiddetta teoria della lingua Sole (in turco: Güneş Dil Teorisi) è stata un’ipotesi linguistica sviluppata in Turchia nel 1930, la quale propose che tutti i linguaggi umani discendono da una lingua originaria dell’Asia centrale. Il proto-Turco sarebbe l’unica lingua rimasta pressappoco simile a questo linguaggio primordiale, è dal turco quindi che derivano tutti gli idiomi.

Difendi, Conserva, Prega.

Pasolini uno di noi?

“DIFENDI, CONSERVA, PREGA”
IL TESTAMENTO DI PASOLINI

“C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo.
Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo.
(…)Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.”

Pier Paolo Pasolini


Da: Marcello Veneziani “L’antinovecento”, ed.Mondadori:

 

“L’Italia di oggi è distrutta esattamente come nel 1945.
Anzi,certamente la distruzione è ancora più grave, perchè non ci troviamo tra macerie, pur strazianti, di case e monumenti, ma tra “macerie di valori”: valori umanistici, e, quel che più importa, popolari.
”Non temere la sacralita’ e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.”
Queste affermazioni di Pier Paolo Pasolini spiegano forse meglio di ogni altra analisi le ragioni per le quali oggi il poeta friulano piace ad ambienti diversi e lontani da quelli in cui militò, seppure in modo tormentato: piace in certi ambienti culturali e giovanili di “destra”, anche se continua a non essere amato in altri ambienti forse più propriamente di destra (…)
Se l’Italia contemporanea ha avuto un suo poeta civile, un testimone implacabile della corruzione e dell’alienazione novecentesca, questo è Pier Paolo Pasolini.

Egli ha rappresentato la coscienza critica dell’Italia per due ragioni contrastanti.
Da una parte Pasolini è lo specchio, poetico e esistenziale, di un’Italia avvilita e degradata, in preda al vuoto dei valori e all’assoluto permissivismo; un’Italia disgregata, uscita dalla storia.
In questo quadro Pasolini è davvero il D’Annunzio della nostra epoca, il poeta civile e l’esteta di un’Italia “malata”.
E in tanto diventa l’anti-D’Annunzio, in quanto egli è il poeta di un’Italia che è la negazione dell’Italia dannunziana, sia nel bene (come rifiuto della retorica e della violenza) sia nel male (come rifiuto di ogni altezza e bellezza).
Dall’altra parte, Pasolini ha rappresentato una voce accorata di protesta contro gli effetti devastanti del consumismo, dell’omologazione, della corruzione politica, sociale e ambientale, un irriducibile accusatore del progressismo, dei falsi perbenismi e della violenza di ogni tipo, un cercatore “religioso” dell’anima arcaica, rurale e incontaminata del popolo, un difensore di ogni diversità e di tutti gli emarginati, un implacabile moralista, un singolare profeta del passato e delle origini.(…)
Pasolini, forse da solo tra gli intellettuali, ritenne allora che vi fosse una omogeneità profonda fra il ‘68 e i disegni stessi del capitalismo e della rivoluzione industriale, comunista e borghese.

Che tipo di uomo vuole il nuovo potere? si chiedeva Pasolini.
Non vuole più un buon cittadino, un buon soldato.
Non vuole un uomo onesto, previdente, non lo vuole tradizionalista, e nemmeno religioso.
Al posto del vecchio tipo d’uomo, il nuovo potere vuole semplicemente un consumatore.
Anche la Chiesa, prevedeva Pasolini, diventerà superflua.
“Come può il nuovo potere trasformare il vecchio uomo in consumatore?
Mediante quel processo che si chiama acculturazione: cioè riducendo e appiattendo tutti gli altri valori e le altre culture non omogenee ai modelli di una cultura centrale, cioè di una cultura del potere.”
L’obiettivo, secondo la sua analisi,era quello di trasformare gli uomini in conformisti e consumatori.
Ora, notava Pasolini,il ’68 ha praticamente aiutato il nuovo potere a distruggere quei valori di cui voleva liberarsi: “I contestatori distruggono esattamente quel che il potere neo-capitalistico vuole abbattere”: i legami tradizionali, religiosi, l’attaccamento alle radici, il senso comunitario, la solidarietà con gli altri, il senso dell’autenticità, dell’austerità, del mistero. E impongono esattamente ciò che il neocapitalismo vuole imporre: il primato del fare, il feticismo della roba, la proiezione totale nel futuro, il culto del progresso, la teologia del cambiamento.(…)
Si può non condividere questa analisi, ma si deve riconoscere che quando quei giovani si liberarono dalla sovrastruttura ideologico-politica, divennero in effetti agenti e funzionari di quell’utilitarismo neoborghese che li ha poi caratterizzati negli anni ’80.

Ma questo Pasolini non poté vederlo.
Non a caso molti osservatori che sarebbero stati definiti allora “borghesi” hanno oggi positivamente rievocato il’68, ritenendolo un fattore progressivo verso la modernizzazione e la laicizzazione del paese.(…)
Uscendo dall’oleografia e dai ritratti ufficiali, si dovrebbero scoprire le pagine più inconsuete del poeta.

Come quelle delle poesie friulane raccolte nel volume “La nuova gioventù”.
Qui si accentua il senso religioso del poeta attraverso il confronto con la propria terra, la propria lingua, le proprie lacerate radici friulane.
E insieme muta sorprendentemente lo sguardo sui “fascisti”.
Già in una variante della poesia “Tornando al paese”, naturalmente dimenticata, Pasolini scrive in friulano strane parole: “Se volessi diventare cattolico o fascista non potrei perché ormai la campana non è più sempre la stessa e i padri non ridono, come nei rami di pioggia, negli occhi dei loro bambini”.

E’ come se lo strazio per una tradizione che non può più “tradere”, cioè trasmettere e continuare, gli impedisse di essere cattolico o fascista.
Ma quella tradizione interrotta è un evento doloroso, per nulla amato, e nemmeno accettato.
Conosciamo, del resto, a quali accenti di antimodernismo e di nostalgia delle origini giunse Pasolini nei suoi scritti polemici.
Ma è soprattutto nelle ultime poesie italofriulane, intitolate “Tetro entusiasmo”, un’espressione tratta da Dostoevskij, che avviene in Pasolini la svolta.
Poesie rimosse dai suoi apologeti.
Enzo Siciliano, per esempio, non cita affatto queste poesie e il libro che le raccoglie nel pur ampio e dettagliato profilo biografico pubblicato nel “Dizionario degli autori”.(…)
Poeticamente reazionari sono i versi che culminano con queste parole:

“Grazie a Dio si può tornare indietro.
Anzi, si deve tornare indietro.
Anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce.”
Implacabili diventano poi i suoi versi contro un santuario allora dominante, si era alla metà degli anni ’70, l’antifascismo.”
I vecchi antifascisti sono i veri fascisti, “scrive” che sono i leader dell’Acculturazione e non solo toccano le anime, me se le succhiano al Centro.
Anche in “Versi sottili come righe di pioggia” Pasolini ironizza sull’antifascismo “gratificante e eletto”, e sul progressismo, sul laicismo, sulla razionalità.
Dopo aver deriso, in versi precedenti, naturalmente espunti dalla memoria ufficiale, “la paura degli intellettuali comunisti”, il loro andare nel “branco”.
L’elogio della leggerezza “sognante” dei comunisti si ritrova in una poesia del ’74, “Il diavolo con la madre”, ma appare in inquietante compagnia: “Nelle case dei poveri i figli, vecchi fascisti o comunisti, entrano piano come ladri portando l’immensità dell’aria”.

Fascisti o comunisti: un’imbarazzante intercambiabilità.
Ma la più significativa in questo senso è proprio l’ultima poesia di Pasolini, scritta in friulano e intitolata “Saluto e augurio”.

E’ rivolta a un giovane fascista: “Voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani” scrive quasi presago della fine imminente.
Dice di amare i suoi capelli corti (Pasolini detestava i capelloni che imperversavano in quegli anni tra i ranghi dei suoi compagni).
Il ragazzo fascista, dice Pasolini, “vuol difendere il latino e il greco contro di me”, ma “non sa quanto io ami il greco e il latino”.
Poi gli rivolge parole inattese: “Vieni qua, Fedro” dice Pasolini evocando il personaggio del dialogo platonico, il “Simposio”, dedicato all’Amore “ascolta.
Voglio farti un discorso che sembra un testamento.
“Parola che non lascia indifferenti, se si considera che è davvero la sua ultima espressione poetica.
Rimprovera al ragazzo di non avere un cuore libero, ma poi lo invita a difendere le vigne, i fichi negli orti, i casali, il capo tosato dei suoi camerati, le campagne, la confidenza col sole e con la pioggia.

E lo esorta a continuare a sognare perché “la Destra divina è dentro di noi, nel sonno”.
Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque.
“Lo invita poi ad amare i poveri, la loro diversità, a non essere borghese, ma santo e soldato, anche se “santo senza ignoranza” e “soldato senza violenza”.
E gli indica un compito: “Difendi, conserva, prega.”
Un precetto da “reazionario”.
“Prenditi tu sulle spalle questo fardello” dice Pasolini al fascista “io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo.”
Un vecchio, aggiunge Pasolini, ha rispetto del mondo; invece un giovane, come il fascista, può prendere sulle spalle questo peso.
C’è probabilmente il gusto pasoliniano dello scandalo, l’assoluta inettitudine del poeta a vedere la realtà,e forse persino l’attenzione amorosa di un omosessuale verso un giovane dai capelli corti che esibisce la sua mascolinità.
Ma non c’è solo questo.
Ed è ben strano che Pasolini rivolga il suo testamento a un fascista, “tu ragazzo che mi odii”, e che a lui, e non a un compagno, affidi il suo “fardello”.
Un fardello in cui c’è l’essenza di Pasolini: il pauperismo ma anche la difesa della tradizione, delle radici, dell’ambiente, della religione (“difendi, conserva, prega”).
Quella stessa essenza che emergeva in un’altra sua poesia in lingua italiana “Un solo rudere”, in cui scriveva:

“Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d’ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più”.