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Sii bella in carriera (secondo il ragionamento di una Cosmogirl)*

Ecco, è fatta: fresca di master blasonato negli Usa, hai affrontato un colloquio in confronto al quale l’impresa di Indiana Jones nel tempio dei serpenti sembra una tranquilla passeggiata in un campo di fiori. Hai stupito i tuoi esaminatori, che, senza nemmeno esaminare le altre candidate, ti hanno porto con piglio sicuro quel foglio di carta che sancisce l’inizio della tua sfolgorante carriera. Dopo tre giorni di relax in Spa in preparazione a questa nuova avventura, varchi le porte scorrevoli di vetro ossidato e ferro e ti trovi, per la prima volta, a tu per tu con quelli che sono considerati la punta di diamante del settore. Vieni accompagnata da una zelante receptionist nel tuo corner office dotato di pc ultimo modello. Tutto questo ti sembra un sogno che si avvera: le pressioni di tua madre sono finalmente andate a buon fine e, senza che tu te ne accorga, il primo mese lavorativo passa in un baleno.
Ad un certo punto, però, il giradischi s’inceppa e vieni convocata dalla direttrice delle risorse umane che, con atteggiamento a prima vista empatico e amichevole, ti comunica infine che il tuo look è troppo sciatto per l’ufficio in cui ti trovi, e che questa lamentela viene proprio dal tuo capo. Sì, quel quarantenne dai capelli corvini e dagli occhi color salvia che hai cercato di impressionare in tutte le maniere possibili (e dal quale conti di ricevere un invito a cena in breve tempo: hai già comperato la lingerie adatta per l’occasione). Che stoccata, a fronte di prestazioni lavorative ineccepibili. Noi di Cosmo ti consigliamo di non utilizzare la litania della solainvidia come alibi e di correre subito ai ripari. Gli style faux pas non sono ammissibili per una Cosmogirl.

Ecco le strategie che dovrai mettere in atto:

Indossi ballerine o, orrore degli orrori, sneakers perché hai l’abitudine di raggiungere l’ufficio a piedi? Ti sei bevuta il cervello per caso? Un paio di pumps tacco 12 di vernice nera o nude sono l’alternativa vincente. Attenzione però: devi saper camminare sui tacchi alti. Nessun collega vuol vedere una che barcolla mentre presenta un progetto.  Ricorda, poi: indossare scarpe alte non significa rinunciare alla passeggiata da casa all’ufficio. Copia le trendsetter newyorkesi, che si muovono in stilosissime sneakers firmate Stella Mc Cartney per Adidas ma sotto la scrivania tengono sempre le loro Manolo.

Ti sei svegliata all’ultimo momento e quindi sei arrivata in ufficio completamente struccata? Noi di Cosmo ti suggeriamo di puntare su un make-up minimal ma d’effetto. Lascia perdere il cosiddetto nude look, che richiede strati di base, fondotinta e blush per simulare un incarnato acqua e sapone. Piuttosto, investi in un rossetto dal colore carico. Questa stagione lo spettro di colori in voga spazia dal corallo al rosso lacca, dall’arancione al bordeaux. Per individuare la tinta più adatta a te, considera la tua carnagione: se tende al blu scegli un colore dalle tonalità fredde (che contengono una punta di blu), mentre se tende al giallo dovrai scegliere un colore più caldo, come l’arancio, il vermiglio e il mattone. Per sistemare gli occhi, invece, affidati al mascara, ossia la bacchetta magica delle Cosmogirls.

Visto che devi stare ore alla scrivania hai pensato di vestirti con leggings, maglia lunga e cardigan di lana grossa in stile vagamente grunge? Pensi quindi di essere in sessione d’esami, periodo in cui vivevi reclusa in casa?! Visto che l’ufficio è un luogo in cui è essenziale farsi prendere sul serio, noi di Cosmo ti consigliamo di rendere il tuo look un poco più formale. Questo però non significa che tu debba castigarti in tailleur dal taglio quasi maschile. Sono finiti i tempi in cui la donna doveva vestirsi come un uomo per farsi prendere in considerazione! Abbina i jeans (preferibilmente di un lavaggio scuro) a un blazer dal taglio a kimono, o, in alternativa, sdrammatizza una gonna anni ’50 con una tee con una stampa aggressiva e rock. Se invece indossi un vestitino in jersey, rendilo più formale con una cintura importante e con un capo di maglieria di qualità; al contrario, se l’abito che indossi è di un tessuto rigido e dal taglio vagamente retro, sdrammatizzalo con un paio di stivali ultraflat. 

Data la mole di lavoro, stai ore alla scrivania e sgranocchi una quantità impressionante di merendine ipocaloriche e, come conseguenza, la tua silhouette si è appesantita? Non dare la colpa alle circostanze e allo stress, in fondo sei TU, adesso, che debordi dalla tua fantastica 40. Corri ai ripari iscrivendoti a corsi serali di attività cardio quali l’aerobica, l’aeroboxe e il fitboxe; in alternativa, se hai problemi respiratori o semplicemente non ti va di sudare, punta sugli sport che mettono in tensione i muscoli “accessori”, e che quindi contribuiscono a tonificare e a slanciare la figura. Sto parlando del pilates, dello yoga e dell’appena brevettato Barretique, che spopola nelle palestre di Hampstead e Belgravia, i quartieri più posh di Londra (LoNdRa, LONDRA). Non vuoi saperne di investire parte del tuo stipendio in palestre, quando potresti utilizzare quel denaro per comperare vestiti, scarpe, libri (e per pagarti cene gourmet)? Allora tira fuori il libro La dieta Dukan che hai comperato di nascosto con l’intenzione di sbeffeggiarne l’ideatore (che si è anche autoradiato dall’albo dei medici). In fondo, anche tu hai invidiato il vitino di Kate Middleton il giorno del suo matrimonio….

Cara Cosmogirl, l’applicazione pratica questi consigli non ti metterà al riparo da mobbing, malelingue e strigliate dai tuoi superiori, ma almeno sarai certa che, la prossima volta che qualcuno oserà farti un appunto su qualcosa che non sia il tuo lavoro, si tratterà di solainvidia. Sarai quindi  moralmente ed esteticamente  superiore a quella masnada di soloinvidiosi che hanno osato rimproverarti, contraddirti e umiliarti.

Nessuno può mettere una Cosmogirl in un angolo

*Spero che siate dotati di buonsenso e che leggiate questo post con ironia e disincanto

Il coraggio di una scelta inevitabile

[Fonte Rataplan]

 

Siamo alle strette finali. Come in ogni storia c’è un inizio e c’è una fine. E questa volta per il nostro paese potrebbe essere davvero un happy-end. Dal 1700 ad oggi abbiamo visto sorgere espandersi e imporsi ovunque la civiltà industriale. I nostri paesaggi sono stati stravolti da enormi caserme che gettavano ovunque fumi tossici, le nostre strade e le nostre case si sono riempite di macchine. Il capitalismo e il liberalismo hanno prima creato e poi arricchito una classe borghese arrivista che ha visto nella nuova civiltà nascente un’occasione di riscatto e di potere. Si sono fatte rivoluzioni, è stata creata una classe operaia apolide e sfruttata. La Tradizione è stata smantellata.

 

Oggi tutto questo volge al termine. Il capitale è stato sottratto al ceto dei produttori da una super-finanza acefala apolide e ingorda, la ricchezza sganciata da qualsiasi parametro reale, i lavoratori ormai ridotti a consumatori messi in liquidazione o in cassa integrazione nella migliore delle ipotesi – quando ovviamente non vengono uccisi dalle malattie provocate dal lavoro o dai debiti, o da un difetto della fabbrica. La maggior parte di noi resta in fila senza volto, con un cartellino al collo con sopra scritto il codice a barre. In fila ovunque: per il nuovo Iphone, per il nuovo film, per un nuovo mutuo o per elemosinare una pensione alle poste.

 

Le grandi ideologie del novecento, figlie dell’800, rimangono buone per stampare magliette da far indossare ai giovani o il motivo per una scazzottata nel cortile di scuole che non hanno più nulla da insegnare. Per il resto la politica è dominata da una banda di omuncoli dediti al malaffare che si spartiscono le briciole gettate loro dai signori del denaro.

 

A questo punto ai pochi che ancora pensano, si pone inevitabilmente una scelta da compiere: salvare il carrozzone o abbatterlo del tutto. Salvare il paese industriale, far rinascere la borghesia morente e garantire un nuovo futuro di sfruttamento ben retribuito alla classe operaia; oppure cambiare tutto, questa volta per davvero e non in senso gattopardesco.Cambiare tutto significa ripensare totalmente il nostro modello socio politico economico. Partendo da un dato reale; ciò di cui disponiamo.

 

Ebbene l’Italia ha qualcosa che non ha nessun altro. La cultura la storia la tradizione innanzitutto. Non siamo nati per fare computer ma per valorizzare ciò che abbiamo. Abbiamo una gastronomia e una agricoltura invidiata in tutto il mondo, che nessun cinese o americano può ricreare in laboratorio. Abbiamo una tradizione artigianale di eccellenza. Abbiamo tutto per rinascere. Per puntare alla Felicità, scopo supremo della politica. Occorre solo il coraggio di una scelta inevitabile.

 

Noi sappiamo per certo che una tale scelta non implica demagogiche nuotate nello stretto di Messina o banali proclami populisti nelle piazze. Implica una risoluzione netta, sovrana. Occorre dapprima de-costruire l’immaginario del popolo inebetito e massificato dai media, mostrando alla gente comune quale sia l’alternativa che si propone al sistema. Occorre dare alla gente una speranza reale. Poi si deve organizzare la resistenza per preparare il terreno per il crollo finale dell’attuale classe politica. Finchè gli attuali politici non verranno buttati giù dalla cadrega, finchè non si toglierà loro la base di consenso legittimante che legalmente li autorizza a stare dove stanno, non ci sarà nessuna speranza di cambiamento. Una volta restituita la sovranità al popolo, riorganizzare e ristrutturare i corpi politici su base locale. Senza questi tre passi qualsiasi Rivoluzione in Italia è impossibile.

 

ET AUDIATUR DIABOLUS: QUANDO SATANA SCRIVE…

[FONTE: http://radiospada.wordpress.com]

 

Il romanzo “Le lettere di Berlicche”, scritto da C.S. Lewis nel 1942, presenta una corrispondenza immaginaria tra un diavolo di alto grado e il suo giovane nipote, inviato per la prima volta sulla terra come tentatore. L’anziano Berlicche fornisce a Malacoda ogni specie di consigli e astuzie per dannare il suo giovane e anonimo paziente, cercando di strapparlo al Nemico, cioè Dio stesso. Assistiamo dunque ad una storia certo ironica ma, allo stesso tempo, profonda e vera, in cui il lettore è posto innanzi ad una sorta di specchio deformante dove si assiste alla narrazione della realtà dal punto di vista del male, con conseguente ribaltamento dell’etica e della morale. La sfida del giovane uomo tentato è la sfida della libertà a cui tutti sono chiamati, quella facoltà “militante” per cui la nostra vita si sintetizza in una grande scelta di campo – o di stendardi, come direbbe Sant’Ignazio di Loyola – tra il bene e male. La soluzione, come la presenta Lewis in questa lettera – una delle tante del romanzo – è tutta paradossale: solo chi rinuncia a se stesso sarà autenticamente Suo, per sempre. Non si tratta solo di fantasiosi Malacoda o di Berlicche, si tratta davvero, come pochi testi sanno fare, del cuore e del destino di tutti noi.

 

Lettera XIII

Mio caro Malacoda,

mi pare che ti ci vogliano troppe pagine per narrare una storiella molto semplice. La cui conclusione è che ti sei lasciato sfuggire il tuo giovanotto dalle dita. La situazione è gravissima, e io proprio non vedo ragione alcuna per la quale dovrei proteggerti dalle conseguenze della tua insufficienza. Un pentimento e un rinnovamento di ciò che l’altra parte chiama «grazia», della grandezza che tu descrivi, è una sconfitta di prim’ordine. Equivale a una seconda conversione – e probabilmente a un livello più profondo della prima. Come avresti dovuto sapere, la nube asfissiante che ti ha impedito di attaccare il paziente nella sua passeggiata di ritorno dal vecchio mulino, è un fenomeno ben noto. È l’arma più barbarica del Nemico, e generalmente vien fuori quando Egli è direttamente presente al paziente in certe maniere non ancora perfettamente classificate. Alcuni esseri umani ne sono circondati in permanenza, e rimangono perciò inaccessibili a noi.

Veniamo ora alle tue balordaggini. Secondo la tua stessa confessione, dapprima hai permesso al tuo paziente di leggere un libro che veramente gli piaceva, del quale veramente godeva, e non per poter far poi osservazioni intelligenti con i suoi nuovi amici. In secondo luogo gli hai permesso di fare una passeggiata fino al vecchio mulino e di prendervi il tè – una passeggiata attraverso un paesaggio che veramente gli piaceva, e fatta da solo. In altre parole, gli hai permesso due veri, positivi piaceri. Sei stato così ignorante da non vederne il pericolo? La caratteristica dei Dolori e dei Piaceri è che non si può sbagliare sulla loro realtà e perciò, in quanto esistono, offrono all’uomo che li prova una pietra di paragone della realtà. Così, se ti fossi provato a dannare il tuo giovanotto con il metodo romantico – facendone una specie di Cavaliere Aroldo e di Werther immerso in un sentimento di compassione personale per cordogli immaginari – avresti dovuto far sì che non provasse in nessun modo un dolore vero; perché, naturalmente, cinque minuti di genuino mal di denti rivelerebbero i dolori romantici per quell’assurdo che sono e metterebbero a nudo il tuo stratagemma. Ma ti eri messo a dannare il tuo paziente per mezzo del Mondo, vale a dire col presentare la vanità, il daffare, l’ironia, e il tedio costoso come se fossero piaceri. Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo? Come preliminare allo staccarlo dal Nemico dovevi staccarlo da lui stesso, e avevi già fatto un poco di progresso su questa linea. Ora, tutto è disfatto.

Naturalmente, so benissimo che anche il Nemico vuole distaccare gli uomini da se stessi, ma in modo diverso. Ricorda sempre che a Lui quei piccoli vermi piacciono veramente, e che pone un assurdo valore assoluto sulla distinzione di ciascuno di loro. Quando dice che debbono perdere il loro io, intende solamente dire che debbono abbandonare la volontà propria; una volta fatto ciò, in realtà dà loro indietro tutta la loro personalità, e si vanta (sinceramente, ho paura) che se saranno completamente suoi saranno più che mai se stessi. Quindi, mentre gode nel vederli sacrificare perfino le loro innocenti volontà a Lui, odia di vederli allontanare dalla loro natura per qualsiasi altra ragione. E noi invece dovremmo sempre incoraggiarli a farlo. Le più profonde simpatie e i più profondi impulsi di qualsiasi uomo sono la materia prima, il punto di partenza, del quale il Nemico lo ha fornito. Allontanarlo da essi è sempre un punto guadagnato; perfino in cose indifferenti è sempre desiderabile sostituire le misure del mondo, o della convenzione, o della moda, al posto di ciò che veramente piace o dispiace a un essere umano. Per conto mio andrei molto lontano su questa strada. Mi proporrei come regola di sradicare dal mio paziente qualsiasi forte gusto personale, che non sia un vero peccato, anche nel caso che fosse cosa trivialissima, come il tifo per il gioco del cricket della sua provincia, o per la collezione di francobolli, o per il cacao. Tali cose, te lo concedo, non hanno nulla della virtù; ma c’è in esse ima specie di innocenza e di umiltà e di dimenticanza di sé della quale non mi fido. Colui che gode veramente e disinteressatamente di una qualsiasi cosa nel mondo, per se stessa, e senza che gliene importi un fico di ciò che ne dice la gente, è per ciò stesso armato contro alcuni dei nostri più sottili modi di attaccare. Dovresti sempre preoccuparti di far sì che il tuo paziente abbandoni le persone o il cibo o i libri che veramente gli piacciono in favore delle persone «migliori», del cibo «giusto», dei libri «importanti». Ho conosciuto un essere umano che ha trovato la difesa contro forti tentazioni di ambizione sociale in un gusto ancor più forte per la trippa e le cipolle.

Rimane da considerare il modo di riparare al disastro. La gran cosa è di impedirgli di farne alcunché. Non importa la sua opinione, anche se elevata, intorno al nuovo pentimento, purché non ne faccia un principio d’azione. Fa’ in modo che il piccolo bruto si avvoltoli in esso. Vi scriva su magari un libro, se ne sente una qualche inclinazione; è spesso un modo eccellente di sterilizzare i semi che il Nemico pianta in un’anima umana. Lasciagli fare qualsiasi cosa, purché non venga all’azione. Nessuna quantità di pietà nella sua immaginazione e nei suoi affetti potrà recarci danno, se riusciamo a tenerla lontana dalla sua volontà. Come ha detto uno degli esseri umani, le abitudini attive sono rafforzate per mezzo della ripetizione, ma le passive vengono indebolite. Più spesso egli sentirà senza agire e meno sarà capace di passare all’azione, e, coll’andar del tempo, sarà meno capace di sentire.

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

Testo raccolto a cura di Luca Fumagalli

PD: Partito Discriminatorio

di Matteo Carnieletto

 

Una volta tanto, bisogna dar ragione a Il fatto: il PD, di democratico, ha soltanto il nome. Un partito che, alle prossime primarie, vieterà la partecipazione dei militanti di Forza Nuova e degli ex brigatisti è, per forza di cose, un partito che discrimina. Passi pure per i forzanovisti, che – si sa – sono brutti, cattivi, e – nonostante siano nati quasi tutti dopo il Ventennio – girano ancora in fez e orbace, perché escludere gli ex brigatisti? È un po’ come organizzare un pranzo tra parenti per poi proibire la partecipazione delle vecchie zie. A rigor di logica, si dovrebbe affermare che il PD è razzista. Ma la logica – ahime – non trova dimora nell’ex partito comunista.

 

Basterebbe infatti un po’ di cultura generale e un po’ di buon senso per comprendere come il PCI del 1921 sia il nonno del PD odierno. Non a caso, nell’ultimo governo Prodi (2006 – 2008) erano presenti tre ex brigatisti: Susanna Ronconi – una signorina a modo che apparteneva al commando che uccise Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola; Roberto del Bello – condannato per banda armata nel 1985 per poi esser piazzato come collaboratore del sottosegretario al Ministero dell’Interno Francesco Bonato; Sergio d’Elia, ex dirigente di Prima Linea (nota associazione di giocatori di ruba mazzetto che, accidentalmente, fece fuori l’agente Fausto Dionisi), nominato segretario alla Presidenza della Camera.

 

Questa discriminazione nei confronti di uomini e donne italiane è ancora più ridicola se si pensa che, alle scorse primarie del PD, votarono perfino immigrati clandestini (ho avuto la tentazione di richiedere la cittadinanza cinese solamente per votare alle prossime primarie e godermi così i miei diritti di immigrato). Ma, come abbiamo detto prima, la logica risulta assente dal Partito Democratico. Non ci resta altro da fare che alzare la cornetta e telefonare al numero verde antidiscriminazione di Forza Nuova che, a ben vedere, è molto più tollerante dei dirigenti del PD.